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Il romanzo di Raul Montanari: dentro una scuola di provincia, tra "quei bulli, perfidi ma intriganti" - BergamoNews
L'intervista

Il romanzo di Raul Montanari: dentro una scuola di provincia, tra “quei bulli, perfidi ma intriganti”

Raul Montanari, scrittore versatile, un po' bergamasco ci parla de "La vita finora" che incrocia l'esistenza in un paese della provincia lombarda con quella di un insegnante milanese, Marco Laurenti, non proprio il prototipo del cittadino metropolitano. Il tutto attraverso, dentro e fuori la scuola.

Una storia che si legge con una certa tensione, anche se non siamo dentro un thriller. Un romanzo che incrocia la vita in un paese della provincia lombarda, anzi della sperduta e montana provincia lombarda, e l’esistenza di un insegnante milanese, Marco Laurenti, non proprio il prototipo del cittadino metropolitano (ma esiste un prototipo?). Il tutto attraverso, dentro e fuori la scuola.

Già, è la scuola il fulcro di “La vita finora” (Baldini&Castoldi), ultimo libro di Raul Montanari, scrittore versatile, un po’  bergamasco, visto che ha vissuto a Castro la propria infanzia. La scuola e quindi gli studenti, con le dinamiche di gruppo, con le passioni, con i retaggi famigliari… con le cattiverie sui compagni più deboli. Ma il bullismo che si scatena ai danni di una ragazza da parte del leader della compagnia è solo la punta dell’iceberg in cui restano (o restavano) nascoste vite di adulti consumate tra molte miserie.

Iniziamo proprio dalla scuola: che ruolo ha oggi, a suo parere?

A viverla dall’interno, in anni in cui – diciamoci la verità – non capiamo ancora molto di noi stessi e del mondo, la scuola sembra un grande giocattolo, un meccanismo i cui ingranaggi girano a volte in modo insensato. Eppure la scuola, o più in generale l’educazione, è centrale in qualsiasi società. Ai ragazzi non vengono solo trasmesse delle nozioni, ma una visione del mondo, un insieme di valori. È la vecchia scommessa umanistica, che nasce con Socrate e ancora oggi influenza i programmi ministeriali: se conosci le cose, agirai bene. Non solo sarai capace ed efficiente: sarai eticamente motivato. Insomma, sarai buono. Ecco, la novità di quest’ultima generazione è che è diventato difficile per chi insegna far passare questi valori, per due motivi concomitanti e pericolosi.

Quali sono questi due motivi pericolosi?

Anzitutto al centro delle nostre vite ormai c’è il computer, le nuove tecnologie, e spesso i ragazzi si ritrovano, al riguardo, a essere più competenti di chi dovrebbe avere il compito di insegnare loro le cose… è un fatto senza precedenti nella storia dell’umanità, che ha come conseguenza la perdita di importanza dell’esperienza, la diminuzione dell’autorevolezza degli adulti. In secondo luogo si è rotta proprio l’alleanza fra questi adulti, fra i genitori a casa e gli insegnanti a scuola. I genitori iperproteggono i figli, perché una critica mossa al figlio viene vissuta come un’offesa fatta a loro stessi. Il risultato di questo atteggiamento degli adulti a casa è di screditare agli occhi dei ragazzi la figura dell’insegnante. La sintesi di tutto questo si trova, nel libro, nelle parole di Rudi, il geniale bullo sedicenne, tanto affascinante quanto malvagio, che deride il professore dicendogli: “Tu non puoi farmi niente. Perché se qualcuno mi tocca, per mio padre è come se gli rigassero la macchina”. È una frase terribile, perché contiene sia l’ostentazione dell’impunità, sia la consapevolezza che questa impunità non nasce dall’amore del padre, ma dal suo senso di possesso: il figlio è “suo” come è “sua” l’automobile.

Recentemente, ma non solo, sembra intrigato dal mondo adolescenziale e dai rapporti generazionali. C’è qualche motivo particolare?

L’adolescenza è una grande occasione narrativa, una stagione della vita bellissima da raccontare. Perché è piena di storie ed emozioni e perché è il momento in cui incontriamo noi stessi, una volta per tutte. Solo nell’adolescenza scopri chi sei, cosa ti fa paura, cosa desideri davvero. È la stagione delle grandi amicizie e dei primi amori; la fase della vita in cui elabori un progetto su te stesso, pensi a cosa vuoi fare e a chi vuoi essere. È un tempo della vita in cui ti sembra di prepararti per qualcosa che ti aspetta più avanti; eppure a volte, quando la maturità è arrivata, ti volti a guardare quegli anni e scopri che solo allora sei stato davvero felice. Come dice il personaggio di un altro mio romanzo, “solo col tempo capii che quella che avevo vissuto da ragazzo non era la prova d’orchestra: era già il concerto”.

Ci sono dei personaggi perfidi in questo romanzo, addirittura un criminale di guerra… ma poi si scopre che poi così cattivi non sono mai (per dirla alla Fossati)

Questa domanda è molto bella. Molti anni fa un critico disse che ci sono due tipi di scrittori: quelli che amano i loro personaggi e quelli che li odiano; e aggiunse che io ero un esempio di autore che li ama. Forse non amo proprio tutti, ma di sicuro li comprendo tutti quanti, nessuno escluso. Cerco di mettermi sempre onestamente nei panni degli antagonisti, dei malvagi, che a volte sembrano malvagi solo perché leggiamo la storia dal punto di vista del protagonista… chissà come sarebbe I promessi sposi raccontato da don Rodrigo? Raccontato dall’Innominato o dalla Monaca di Monza, sarebbe senz’altro affascinante! Forse questo è il motivo per cui i miei “cattivi” sono così veri e intriganti. A parte il maggiore Novak, a cui lei accenna, si figuri che ci sono signore insospettabili che mi scrivono lettere in cui dicono cose come: “Ah, a quell’età io di quel Rudi lì mi sarei innamorata!” Eppure Rudi fa delle cose spaventose. Assolutamente spaventose.

Anche se parla di un tema molto attuale, il bullismo, non è un libro pedagogico. O sì?

Il romanziere ha come compito essenziale di raccontare una storia, e se ha dei contenuti da trasmettere al lettore lo fa attraverso la narrazione. Da questo punto di vista La vita finora non è “pedagogico”. Eppure contiene dei messaggi molto chiari, il primo dei quali è proprio di carattere educativo. Possiamo riassumerlo così: dopo tanti anni passati a ripetere ai ragazzi che il mondo virtuale non è reale, che la vita vera non è quella dietro il monitor del computer o dello smartphone, è arrivato il momento di dire che ormai è il contrario: il virtuale è reale! Quello che fai nel mondo virtuale, nei social per esempio, ha sempre delle ricadute nel mondo reale. I due universi sono comunicanti, a volte sono perfino indistinguibili. L’insulto e la violenza fatti su Facebook valgono come se avvenissero nella realtà, perché la vittima ne soffre nella sua vita reale. Bisogna scardinare questa sensazione illusoria che i social siano una specie di riserva indiana, o appunto di mondo parallelo, in cui si può fare di tutto perché tanto non è grave. Questa è diventata solo una scusa per comportamenti di un’aggressività odiosa, aberrante.

Una curiosità: perché, oltre al titolo di ogni capitolo, lei inserisce una serie di micro-frasi che sono poi la sintesi del capitolo stesso?

Lo si faceva comunemente nei romanzi del ‘700 e ‘800, in forma discorsiva, più o meno così: “Capitolo diciottesimo, in cui il nostro eroe fa una strana scoperta e prende una decisione importante”. Io lo faccio in modo più contemporaneo, con una serie di brevi flash che costituiscono una sorta di trailer del capitolo. La maggior parte dei lettori lo trova divertente e curioso.

Sì, anch’io. Lei scrive tanto, non solo romanzi, anche sceneggiature e perfino poesia. Come nasce una sua “creazione”?

Ho la fortuna (ma non sempre è una fortuna…) di immaginare con molta facilità storie, situazioni, dialoghi, scene. Qualsiasi cosa stia facendo nella mia giornata, è come se fossi attraversato continuamente da queste storie: nella sala d’aspetto di una stazione osservo le persone e mi faccio delle fantasie su di loro, giro per Milano in bici e guardandomi intorno sono bombardato da stimoli narrativi. Ma anche stando semplicemente in casa è come se continuassi a fantasticare. Non è sempre una fortuna, come dicevo, perché dubito che questo sia un rapporto “sano” con la realtà.

In più ha fondato una scuola di scrittura a Milano oggi tra le migliori d’Italia. Ottimo osservatorio per capire dove va il mondo della letteratura italiana: dove va? 

In realtà quello che si osserva più facilmente, in una scuola di scrittura, non è tanto dove va il mondo della letteratura ma quali sono le ambizioni degli esordienti, che tipo di storie raccontano, da quali autori sono più influenzati. Se dovessi fare una estrema sintesi, direi che la narrativa è sempre più realistica, ossia legata alla descrizione di rapporti personali – nella famiglia, nell’amore, nel lavoro – e meno incline al fantastico di cui pure abbiamo avuto maestri come Buzzati e Calvino. Naturalmente ci sono anche molte ingenuità. Quanto ai generi letterari, il noir attira molto, forse anche perché gli esordienti vedono titoli noir nelle classifiche di vendita (autori come Camilleri, De Giovanni, Carofiglio…) e dimenticano che per uno che arriva ce ne sono diecimila che arrancano nelle retrovie. Ma questo mi incarico io di spiegarlo ai miei allievi.

Si sta per concludere un importante festival della letteratura, quello di Mantova. A lei, che uno ne ha anche diretto in provincia di Bergamo, piacciono questi eventi?

Onestamente, non del tutto. La lettura è un fatto privato, un’attività antisociale, svolta girando le spalle al mondo e isolandosi in silenzio, nella propria intimità, mentre quello di incontrare l’autore è un gusto un po’ frivolo. Oltre a tutto spesso l’autore non è all’altezza delle pagine che scrive e rischia di deludere il lettore che se lo trova davanti. Comunque, tutto quello che può aiutare il barcollante mondo dei libri è benvenuto, quindi non ho nessuna obiezione reale ai festival e agli incontri pubblici. Tanto è vero che ne faccio parecchi, sia come autore sia come presentatore.

La vita finora” narra anche la fuga del protagonista, dalla grande città al paesello montano: lei invece ha fatto il percorso inverso, dal paesino dove ha vissuto da bambino alla metropoli: non è che vorrebbe scappar via ora?

Io sono un vero pasticcio: sono nato all’ospedale di Bergamo, ma sono stato concepito a Castro e lì ho vissuto quattro anni, dopo di che la mia famiglia si è trasferita a Milano, anche se il legame con Castro è ancora fortissimo. Quindi ho i piedi in due città (soprattutto Milano, dato che vivo qui) e il cuore sul lago d’Iseo. E, be’, non ho ancora deciso dove passerò i miei anni senili, che spero siano ancora lontani anche se la data sulla carta d’identità comincia a diventare minacciosa. Non escludo affatto che l’ultima cosa che vedranno i miei occhi, prima di chiudersi, possa essere il lago.

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