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Musica

Gli anni d'oro del rock

Il 1967: indimenticabile tra Doors, Sgt. Peppers, Jefferson Airplane, Hendrix…

Se il 1966 è stato l’anno zero del rock, il ‘67 è l’anno della conferma e oltre. E che oltre. Usciranno dischi ancora più belli e fondamentali di quelli del ’66. Parliamo di esordi clamorosi come quelli dei Doors o di Jimi Hendrix; dell’opera più ambiziosa dei Beatles; dell’esplosione della psichedelia coi Jefferson Airplane; al magico combo dei Love.

1967:  un anno indimenticabile per la storia del rock. Un anno di grandi fermenti nel mondo; un anno di guerre; si inasprisce quella del Vietnam; nasce e muore in 6 giorni quella in Medioriente; c’è il Golpe dei Colonnelli in Grecia; in Bolivia viene giustiziato Che Guevara. Il mondo della musica risponde “Peace and love”; nasce il mondo hippy con le sue utopiche (sigh!) speranze; è l’anno della Summer of love; dei grandi raduni, Monterey in testa.

Se il 1966 è stato l’anno zero del rock (leggi), il ‘67 è l’anno della conferma e oltre. E che oltre. Usciranno dischi ancora più belli e fondamentali di quelli del ’66. Parliamo di esordi clamorosi come quelli dei Doors o di Jimi Hendrix; dell’opera più ambiziosa dei Beatles; dell’esplosione della psichedelia coi Jefferson Airplane; al magico combo dei Love.

4 gennaio – The Doors (The Doors)

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I Doors nascono nell’anno mirabilis 1966. Sono Ray Manzarek alle tastiere, con cui suona anche le parti di basso; Jim Morrison alla voce; Robbie Krieger alle chitarre; John Densmore alla batteria. Sono tutti di Los Angeles. Si ritovano tra Venice, la spiaggia più cool di L.A. e il centro di cinematografia sperimentale dell’UCLA, l’università. Poche prove, una manciata di concerti e la magia esplode. Messi sotto contratto, sono pronti per il mondo.

The Doors” è’ il loro album di debutto; registrato dall’agosto all’autunno del ’66. Un disco che risulta difficile catalogare in un genere ben definito; come tutta la musica dei Doors. È al contempo un ensamble di musica brasiliana, jazz, acid rock, blues, rock psichedelico, classica, cabaret e flamenco; suonato e cantato in modo così originale, come nessun altro era stato in grado di fare prima.
Prendete un pianista con impostazione classica, aggiungete un batterista che ama il jazz, una spolveratina di chitarra spagnola e, ciliegina sulla torta, un cantante/poeta bello e tenebroso; questa è la ricetta per ottenere un bel piatto piccante, stuzzicante e afrodisiaco: The Doors.

Se la musica è dirompente i testi non sono da meno. Intrigato dalla poesia, gran divoratore di libri di ogni genere, da Baudelaire al teatro greco, da Rimbaud a William Blake, da Aldous Huxley a Nietzsche, Jim Morrison trasuda in ogni suo verso quanto assorbito dalle tante e colte letture. Era sì la Summer of love, ma Morrison parlava non solo di sesso, ma anche di droga, rivoluzione e morte. Intellettuale e provocatorio trascina e sconvolge il popolo rock; in patria come in Europa.

Il LP è composto da 11 brani, tutti rimarchevoli. Si appoggia la puntina sul disco e il cuore salta un colpo: è “Break on through (to the other side”. Non è un caso se la band si chiama così. Loro vogliono portarci oltre le mere porte della percezione; oltre e oltre ancora. Se poi, in vista del viaggio si assumono Lsd, mescalina, funghi allucinogeni e un po’ di alcool, il risultato sarà ancora più strabiliante. L’incipit del LP è fantastico. Batteria da bossanova ad introdurre, poi si incendiano la tastiera/basso e la chitarra senza sosta. Dal nulla irrompe la voce mefistofelica di Jim Morrison che ci incita a sballare. Meraviglioso l’organo di Manzarek.

Secondo brano è ”Soul Kitchen”. Organo e basso ipnotici anticipano di un battito una chitarra lancinante. Poi di colpo i toni si alzano e su tutti la voce di Jim, che urla e recita rime impossibili da
dimenticare. Segue “The Cristal Ship”; poesia pura. Morrison canta come se stesse sognando; la band lo accompagna in questo viaggio, creando un’atmosfera sospesa. Assolo di piano tra i più belli di sempre. Gran bel finale. “Twentieth Century Fox”, a metà del primo lato, è invece tosta e cruda; chitarra distorta e basso peso; ha un suono che verrà ripreso in “Morrison Hotel” del ’70. Vi sono poi due cover: “Alabama song” di Brecht e Weill, che unisce la Mitteleuropa degli anni ’30 con la Los Angeles dei ’60. “Back door man” un brano di Willie Dixon; un blues classico di Chicago.
Altro pezzo pazzesco è la famosissima “Light my fire” che chiude il primo lato. Introduzione eccellente di Manzarek all’organo che rende il brano subito riconoscibile. Altro ritmo brasiliano, punteggiato di assoli psichedelici di organo e chitarra, in un flusso ininterrotto di oltre 7 minuti. Capolavoro assoluto.

L’altro capolavoro è “The end”, che chiude il disco. Nel mezzo “I looked at you” un bel combo tra beat e oriente; “End of the night” torbida e allucinata; “Take it as it comes” leggera, psichedelica e trascinante. Tornando a “The end” , possiamo parlare di performance totale; musica, poesia, psicanalisi e teatro, grazie al genio di Morrison. 12 minuti in cui il frontman, carismatico e trasgressivo, ci riporta al Mito di Edipo (“Father… I want to kill you… Mother I want to fuck you”). Il tutto accompagnato da un ritmo che ti avvolge tra le sue spire e da una litania fratricida ed incestuosa. Impossibile non ricondurla al film di Francis Ford Coppola; perfetta per la putrida atmosfera di “Apocalypse now”.

Un disco da avere a tutti i costi; tra gli esordi migliori di tutti i tempi. Per l’UCLA, l’università da cui sono partiti Morrison e Manzarek, merita il massimo dei voti, una stretta di mano e più baci in bocca, se il rettore è donna o ama Fassbinder e la sua meravigliosa canottiera traforata.

1 Febbraio – Surrealistic Pillow (Jefferson Airplane)

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I Jefferson Airplane sono stati, con i Grateful Dead e i Quicksilver messanger service, il più valido gruppo psichedelico californiano. Nascono a S. Francisco nel 1965 per opera di Marty Balin, voce e chitarra, cui si aggiungono Jorma Kaukonen, chitarra solista e voci, Paul Kantner, chitarra e voci, Jack Cassady, basso ed infine Grace Slick, voce solista. La prima parte della carriera, dal ’65 al ’73, è stata quella di maggior successo; album ottimi e grandi concerti contrassegnati da infinite jam. Partecipano a tutti i grandi concerti raduno: Isola di Wight e Montery ’67, Woodstock ’69, Altamont ’69 e ancora Wight nel ‘70. Contribuiscono attivamente alla Summer of love, ai movimenti pacifisti, al sogno hippy. Ottennero un enorme successo tra la fine dei ’60 e i primi anni dei ’70; questo grazie alla pubblicazione di album sempre interessanti, mai banali, davvero tosti e soprattutto a performances strabilianti e allucinate dal vivo.

Surrealistic Pillow” è il il secondo Lp dei Jefferson. Pare che il titolo derivi da quanto espresso dal produttore non accreditato – leader dei Grateful Dead – Jerry Garcia: “Suonava come un cuscino surrealistico”. Dopo alcuni assestamenti nella band entra la carismatica ed anticonformista Grace Slick; porta in dote un ego mica da ridere e una voce forte e bellissima. È un album molto vario, essenzialmente di folk rock, blues rivisto con occhi allucinati e soprattutto di acid rock/psichedelico. È considerato il loro capolavoro e un caposaldo del rock californiano. Il disco è composto da pezzi tutti originali, tutti i componenti partecipano alla scrittura, nessuna cover.

Da rimarcare “She has funny cars” con cui si apre il disco; un pezzo molto psichedelico. Chitarre acide e batteria stralunata; continui cambi di ritmo. Bello il canto e controcanto tra Balin e la Slick.
Ottimo inizio. Segue poi uno dei brani più celebri della controcultura dei ’60 “Somebody to love”. Melodico e tosto; grande interpretazione vocale della frontwoman. Uno dei pezzi che ha trascinato il LP in cima alle classifiche. Epocale. Terzo brano è “My best friend” un brano country/beat dolce, un po’ lennoniano dal bridge R’n’B’. A chiudere il primo lato, belle e oniriche, le ballate “Today” e “Comin’back to me”; cartoline folk da Haight Ashbury. Chitarre e flauti in evidenza. Molto hippy.

Si gira il disco e irrompe “3/5 of mile in 10 seconds” con cui si riparte a pieni giri; ritmo molto trascinante 100% ’60; chitarre fumate e voci di più. Siamo in pieno trip.  Con “D.C.B.A.” la band ci dimostra il suo amore per l’oriente, tipico dell’epoca. Brano sospeso tra fumi stupefacenti. Very cool. Segue “How do you fell”; viaggio nel mondo folk attraverso la lente distorta degli acidi. Byrds, ma anche C.S.N. & Y. e oltre. “Embryonic journey” è invece un meraviglioso pezzo strumentale che mette in mostra le straordinarie capacità di Kaukonen alla chitarra acustica. Stupendo. Parte poi un altro brano epocale; il titolo “White Rabbit” è un evidente riferimento al mondo allucinato di Lewis Carroll e al suo “Bianconiglio”. Un bolero passato nel frullatore dei J.A., tanto da trasformarsi in un rock psichedelico, prima morbido poi sempre più incalzante ed incazzato. Controcultura batte canzonetta 10-0. Stupendo.

Si chiude con “Plastic fantasic lover” sincopato pezzo tra Donovan e i Doors. Bell’introduzione di chitarre e basso; poi entra l’acido del resto della band. Bellissima chiusura di un grande album.
Un disco che ha fatto la storia; pieno di suoni nuovi per l’epoca. Tanti gli incauti imitatori.

Intriso della cultura hippy di S.Francisco. Musicalmente un tripudio di colori, molto variegato all’Lsd; nessun pezzo è uguale ad un altro. Ogni membro dà il suo contributo, con le proprie radici. Chi blues, chi folk, chi oppiacee. Bello, veramente bello.

12 maggio – Are you experienced (Jimi Hendrix)

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Jimi Hendrix nasce a Seattle il 27.11.1942, da padre di origine afro e mamma cherokee. Sin da bambino suona la chitarra, imbracciandone una da destrorso rovesciata. È mancino. Dopo anni di gavetta in patria come session man (tra i tanti anche per Ike Turner, Albert King e Little Richard) nel 1966 approda a Londra, grazie a Chas Chandler, ex bassista degli Animals. Forma con Noel Redding al basso e Mitch Mitchell alla batteria un power trio, “The Experience”, sulle orme dei Cream di Eric Clapton. Il successo è immediato; dal ’67 al ’70 (anno della prematura morte di Jimi) escono quattro dischi.

Infinite le tappe in tour; memorabili i concerti; in particolate Monterey ’67, Woodstock ’69, Atlanta ’70. Jimi ci lascia il 18 settembre 1970.

Hendrix è stato il miglior chitarrista rock di sempre. Per tecnica insuperabile e insuperato. Tanti gli effetti pirotecnici: suonava lo strumento dietro la schiena, coi denti, lo strusciava sull’asta del microfono; dava fuoco alla chitarra, letteralmente. Non era solo veloce, era anche molto groove; aveva un gran feeling con lo strumento e la sua musica. È andato oltre ogni limite, sul palco come nella vita, trasformando il blues in suoni psichedelici, beat, hard, creando una musica sin ad allora mai vista né sentita. Ogni show era uno spettacolo di sesso e musica. Per originalità ed inventiva; ha introdotto uno stile e dei suoni, degli effetti che nessuno allora si era mai neanche sognato. Dopo averlo visto all’opera, fior di chitarristi (Clapton, Beck) hanno dichiarato di voler appendere lo strumento al chiodo.

Ha scritto meravigliose canzoni; ha trasformato pezzi di altri rendendoli, a detta degli stessi autori, ancora più belli. Ha incendiato le platee (e i palchi) di tutto il mondo. Sono uscite molte opere postume negli ultimi anni che confermano quanto ancora Jimi avesse da dare al mondo della musica rock e oltre; tutte strepitose. Chissà cosa avrebbe creato se….? Non solo; era anche un ottimo cantante, capace di dare un’interpretazione assolutamente personale e molto groovy ai pezzi.

Nel maggio del ’67 esce il primo LP della “The Experience”. È un disco doppio che contiene ben 17 pezzi. Un pugno nello stomaco, tanto è l’impatto. Ascoltarlo è proprio un’esperienza sensoriale.
Ci troverete vere perle quali “Foxy lady”, “I don’t live today”, “Fire”, “Are you experienced?”, “Hey Joe”, “Stone free”, “Purple haze”, “The wind cries Mary”. Bella anche la copertina del disco, soprattutto nella versione americana. Un giallo da trip con scritte viola che avvolge i tre moschettieri paludati in abiti e foulard imbrobabili avvolti in una lente deformante; vey very cool.
Ma cominciamo dall’inizio. Si è mai sentito un primo solco così? Non credo. È “Foxy lady” un pezzo memorabile; ritmo cattivo, riff da applausi, assolo da incensire, interpretazione vocale a rischio censura. Primo capolavoro.

Segue “Manic depression”, un brano tra l’hard e la psichedelia. Basso e batteria a pulsare ritmo, chitarra a ricamare, ottimo. Finale che i Deep Purple hanno ben tenuto a mente. Poi “Red house”; un classico blues in cui Jimi sfoga ogni sua frustrazione. Assolo infinito. Quarto pezzo del disco è “Can you see me”. Suono hendrixiano al 100%. Acid rock e beat fusi in maniera indissolubile. La band una macchina inarrestabile. “Love or confusion” ci riporta ai Beatles di “Tomorrow never knows”. Oriente e psichedelia; la moda imperante di quegli anni. “I don’t live today”; altro pezzo storico. Ritmica e voce a farsi largo a spallate, chitarra con effetti inusitati; allucinato e spettacolare. “May this be love” è invece contraddistinta da una batteria a cascata e da una chitarra liquida che sembra immersa nell’LSD. Un trip suggestivo e sognante. “Fire”, secondo capolavoro. Altro riff epocale. Ritmo indiavolato, basso e chitarra ad inseguirsi. Batteria sincopata a dare ulteriore slancio. Assolo finale da paura. “Third stone from the sun” altro brano orientaleggiante con svise jazz. Essenzialmente strumentale (escluse le divaganti allucinazioni di Jimi) ci porta nel futuro
con un ritmo ossessionante e una chitarra visionaria. Rumori di fondo da film horror nel finale.

Per “Remember” Hendrix sfoggia un motivetto beat accompagnato da un basso molto R’N’B; trascinante. Cambio di tonalità nel finale molto in voga al tempo. Segue “Are you experienced?”, il pezzo più allucinato del LP. Effetti al rallentatore, nastri girati al contrario, tutto molto influenzato dalla assunzione di qualunque sostanza che allargasse la mente. Il titolo infatti chiede: “Hai provato la qualunque?” “Hey Joe”, un traditional cui Jimi ha reso giustizia, trasformandolo in un torrido rock blues con aggiunta di cori beat. Terzo capolavoro. Il messaggio è chiaro: non si fanno prigionieri. O rock o morte; niente sarà più come prima. Brano imitato innumerevoli volte; ha fatto storia.

Stone free”, quarto capolavoro, contrassegnato da un ritmo ossessivo, tra pelli e campane. Jimi canta come se fosse l’ultimo pezzo della vita. Guitar solo straripante. Quinto capolavoro è “Purple haze”. Pare faccia riferimento ad una pillola dal colore violaceo; l’interessato ha sempre negato. Come dare torto ad un uomo che si scusa per aver baciato il cielo! Si tratta di un pezzo hard dall’incipit vorticoso e dal trascinante finale. Bellissimo e sensuale. A seguire “51 st anniversary” un brano molto ’60. Basso sopra tutti a dettare l’atmosfera; batteria e chitarra di contorno. Leggero e cantabile. “The wind cries Mary”, il sesto capolavoro parte con tre accordi di chitarra jazzy che lasciano senza fiato. Entra poi la voce di Hendrix che sembra collegata con un altro mondo. Non parliamo poi dell’assolo; al limite delle lacrime. Ritmo R’n’B’ molto incalzante; pezzo geniale. “Highway chile” a chiudere un disco spettacoloso ha un riff iniziale molto space. Poi parte un R’N’R’ cadenzato e sostenuto.

Un disco da godersi dal primo all’ultimo brano. Pieno di musica che ha fatto epoca e che ancora oggi va ascoltata se si va a scuola di rock. Da avere in tutte le salse, cd, LP, stereo otto, sette, non fa differenza. Resta sempre una meravigliosa scoperta.

1 giugno – Sgt. Pepper’s lonely hearts club band (The Beatles)

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Il Sergente Pepe è l’ottavo Lp dei quattro baronetti. È un disco tanto influente da fare moda; ha inciso sulla musica rock come probabilmente nessun disco ha fatto. Nulla è stato più come prima.
È l’emblema di quella che sarà definita la “Summer of love”. Tutti hanno cercato di avvicinarsi, con risultatati, nella maggior parte dei casi, disastrosi. Nell’agosto del ’66 i Beatles chiudono definitivamente coi concerti; basta con le ragazzine urlanti e i tour interminabili. Non resta altro alla band che chiudersi in studio e registrare.

Se con “Revolver”, l’album precedente, i Beatles cominciano a sperimentare, con “Sgt. Pepper” vanno ben oltre, non ponendosi alcun limite. Già dalla copertina. Un infinito collage in cui perdersi alla ricerca dei personaggi. I fab four radunano tutti i loro miti; del cinema, della musica, della cultura: da Marx a Brando, dalla Monroe a Dylan, Edgar Allan Poe, Einstein, Lenny Bruce, Stanlio e Ollio e molti altri ancora. Lennon avrebbe voluto aggiungere anche Gesù, Hitler e Gandhi. Per alcuni personaggi non ottengono l’autorizzazione. Al centro la band vestita da parata militare con tanto di strumenti a fiato. All’interno gadget da ritagliare (baffi finti, l’immagine del vero (?) Sgt. Pepper, i gradi da militare); il disco è apribile e all’interno una bellissima immagine dei quattro; sul retro per la prima volta compaiono i testi delle canzoni. Per il pubblico del tempo è tutto nuovo, niente di mai visto e ascoltato sino ad allora. Un caleidoscopio di colori e musica.

Tredici brani incredibili; non si può parlare di un genere musicale conosciuto; i Beatles, come sempre, creano un loro standard. Apre il disco la canzone che dà il titolo all’album stesso. Un brano di grande impatto; molto tosto. Proto hard e psichedelia; grande ritmo e chitarra a svisare tra la batteria e il cantato. Altra novità: tra il primo pezzo e quello a seguire non c’è pausa. Segue “With a little help from my friends” cantato da Ringo Starr. Una richiesta d’aiuto cui la band risponde, confortando il nasuto batterista. Pezzo malinconico e commovente; tra i più coverizzati di sempre; meravigliosa la versione di Joe Cocker a Woodstock.

Con “Lucy in the sky with diamondsJohn Lennon ci dona la sua versione del mondo psichedelico; non a caso i più hanno pensato che il titolo nascondesse l’acronimo L.S.D., la droga più in voga al tempo nella Swingin’ London. Il testo che si ispira a Lewis Carrol, autore di “Alice nel paese delle meraviglie”, rispecchiandone l’atmosfera sognante sin dall’introduzione di tastiera che suona come una celesta. “Cieli di marmellata… fiori di cellophane gialli e verdi… facchini di plastilina con cravatte di specchio..”. Il brano verrà censurato dalla BBC per presunti riferimenti alla droga. In effetti almeno un dubbio ci assale su cosa fumasse Lennon ai tempi.

Segue “Getting better” una canzone che parla dell’amore di Paul McCartney con Jane Asher, la sua fidanzata di allora; e per il cane Martha. Gran pezzo acid-soul tipico di McCartney; coretti meravigliosi e molto groove. Una canzone positiva; non tutto è ok, ma andrà certamente meglio; questo il messaggio. “Fixing a hole” parla di riparare, sistemare un buco, una catapecchia che va a pezzi. I più maligni ritennero che per buco si dovesse intendere ancora la droga, l’eroina. In realtà sarà lo stesso Paul a dichiarare che la canzone era un’ode all’erba che al tempo consumava in grandi quantità; e tra una fumata e l’altra ripara e dipinge la casa a “tinte vivaci”. Su tutti George Harrison con una chitarra piena di effetti che sembra uscire da una scatola di the.

Con “She’s leaving home” siamo al capolavoro. Paul legge, nelle notizie del giorno, di una ragazza che pare fuggita di casa e ci racconta la sua interpretazione dei fatti. Nel frattempo la ragazza verrà ritrovata e Macca ha la sua bella canzoncina. La musica è celestiale; introduzione di arpa e poi la voce di Paul accompagnato da una partitura per archi (violini, viole, violoncelli e contrabbasso), diretta da George Martin, The Genius. Bellissimo anche il controcanto di Lennon; Ringo e George assenti. Chiude il lato A “Being for the benefit of Mr Kite”; un pezzo ispirato a John da un cartellone che pubblicizzava uno spettacolo circense; cartellone che campeggiava nel salotto di Lennon. Il testo riporta quanto scritto sul cartellone; quanto alla musica, John chiese a Martin, per ottenere un’atmosfera da circo, che il pezzo suonasse come “l’odore della segatura per terra”. Da qui armonium che si fondano con armoniche, organi a vapore e suoni metallici da
fiera paesana. Il risultato suona stralunato e stravagante; ma meravigliosamente originale.

Poi si apre il lato B; spazio al chitarrista, George Harrison, invasato per l’India e la sua musica. Il pezzo è “Within you without you”; sitar, dilruba, tabla, swordmandel e tamburo contornano la voce di George che sembra venire da un altro mondo. La musica non è di facile fruizione ma resta l’intuizione e la ricerca di qualcosa di nuovo, ancora non sentito. Il testo tratta dell’amore cosmico, della pace, della meditazione; temi cari alla filosofia hippy che viveva il suo apice, l’estate dell’amore, proprio in quel 1967. “When I’m sixty four” è un brano scritto da Paul quando aveva 16 anni. Suona come un pezzo degli anni ’20, vaudeville, music hall. Un ricordo della musica che suonava il padre Jim. Molto diverso dagli altri pezzi del disco, ci sta comunque bene, dando un senso di leggerezza al tutto. Per rendere la propria voce più fresca, Paul chiese di accelerare il nastro, così da ottenere una tonalità più alta di mezzo tono, dal do al re bemolle.

Lovely Rita” altro non è che Meta Davis, una ragazza parchimetro (“meter maid”) che diede una multa a Paul. Il bassista ne fece una canzone ironica in cui ci prova e pare riuscirci con la bella Meta, trasformata in Rita. Molto accattivante il motivetto per il quale, volendo ottenere un suono alla Beach Boys, Paul chiese a George Martin un arrangiamento vocale simile a quelli adottati dal gruppo californiano. Molto belli il piano honky tonk e i coretti lennoniani finali. Segue “Good morning Good morning”; pezzo scritto da John. Prende spunto dalla pubblicità dei fiocchi d’avena Kellogg’s che augurava il buon giorno appunto. Vi sono tutte le idee stravaganti che allora affastellavano la testa di Lennon. Dal canto del gallo come incipit, ai rumori di animali in fuga, dal leone al cavallo, dalla tromba per la caccia alla volpe, al barrito di elefanti. Un bel ritmo sincopato che poi torna in 4/4, rumori e suoni che filtrati dalla mente di un geniale pazzoide diventano una canzone originale ed orecchiabile.

One two three four… batteria… chitarra ululante e parte “Sgt. Pepper’s lonely hearts club band (reprise)”, una versione più corta del brano di apertura, ma molto più cattiva, ancora più hard. Cori e chitarra in evidenza su tutti. Molto tosta. Infine, perché purtroppo anche questo disco ha una fine, arriva il capolavoro dei capolavori: “A day in the life”. Nasce da due spezzoni di canzoni; il primo di Lennon, più malinconico, il secondo, più solare di McCartney. Introduzione di piano e chitarra e al tredicesimo secondo entra la voce di John. Se un brivido non vi percorrerà la schiena forse i Beatles non fanno per voi. Musica celestiale che accompagna un testo che fa riferimento a fatti realmente accaduti (l’incidente mortale di Tara Browne, rampollo della famiglia Guinness; il degrado in cui versano le strade di Blackburn; il film girato da Lennon stesso l’anno prima). “I’d love to turn you on” (“Voglio farti andare su di giri”) canta John alludendo all’LSD e la censura interviene. Minuto 1.45 termina la parte di Lennon; e qui l’ennesimo colpo da maestro. Come assemblare due brani non completi che hanno ritmi e tonalità diverse? Semplice: si prendono una quarantina di orchestrali; gli si fanno indossare maschere di carnevale; gli si fa suonare note a casaccio, sempre più alte per 24 battute. Poi si mette la sveglia e parte Paul che, accompagnato da un bel parte di piano, canta: “Woke up” (“Mi sono svegliato”). Se questo non è genio! Giusto uno stacco per poi riprendere da Lennon; prima al minuto 2.48 con un bellissimo coro e poi al 3.18 riparte con la melodia iniziale. Ringo accompagna con un ritmo vellutato ed incalzante.

Finale con rumori di ogni genere messi in loop; ed un fischio per cani che l’orecchio umano non può udire. 5 minuti di assoluta magia. Un Lp inarrivabile da avere ad ogni costo; da otto pallini su cinque. Ascoltarlo alterati forse giova; purtroppo non so dirvi di più; per me il chinotto è già troppo in là.

1 novembre – Forever changes (Love)

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I Love sono stati una band californiana in voga nella seconda metà degli anni ’60. Fondata nel ’65 dal geniale e carismatico polistrumentista e cantante Arthur Lee; a lui si unirono Michael Stuart alla batteria, in alternanza con Alban “Snoopy” Pfisterer; Ken Forssi al basso; Bryan MacLean alla chitarra ritmica e alle voci; Johnny Echols alla chitarra solista e alla voce. La loro musica era un perfetto combo di folk, beat, jazz, flamenco e soprattutto acid rock. Tra i gruppi preferiti da Jim Morrison dei Doors.

Tormentata da problemi di tossico dipendenza, la band ebbe un rapido quanto breve successo; tra la fine dei ’60 e la metà dei ’70 diversi gli scioglimenti cui fecero seguito altrettante reunion; ma la scintilla degli inizi si era ormai irrimediabilmente spenta. Il leader morirà nel 2006.

Dopo due album, usciti tra il ’66 e i primi mesi del ’67, nell’autunno dello stesso anno la band pubblica “Forever changes” . I suoni, rispetto agli inizi, si fanno più ricercati e morbidi. La critica grida al capolavoro; purtroppo il LP non ha un gran riscontro di vendite. La copertina è bellissima; le facce dei musicisti disegnate in un collage coloratissimo su sfondo bianco a comporre il continente africano. Molto cool. È unanimemente considerato una pietra miliare dei ’60; un disco splendidamente fuori dagli schemi.

Non ci sono hit, ma l’insieme è molto affascinante e originalissimo; definito un disco di “Punk con orchestra”. Vi sono melodie beat, orchestrazioni raffinate, accenni barocchi, introduzioni sospese cui fanno seguito ruggiti punk, trip psichedelici; una splendida summa di quello che sarà il rock californiano fine ’60. 11 brani assolutamente originali che ci trasportano nel mondo onirico, languido, surreale e vertiginoso di Arthur Lee, la prima rock star di colore. Lo stesso cantante dichiarò che le canzoni dell’album rispecchiavano la sua vita e i suoi gravi problemi di droga; non pensava di uscirne vivo, tanto che il titolo stesso “Cambiamenti per sempre” sembra proprio alludere alla morte. Nonostante ciò l’atmosfera che traspare dai solchi non è solo malinconica ma anche solare.

Si parte con “Alone again or”, un pezzo sognante introdotto da un bell’arpeggio di chitarra acustica in crescendo. Seguono un trascinante ritmo latino, sorretto da una orchestrazione leggera, e un bellissimo assolo di tromba. Splendido. Secondo brano è “A house is not a motel” dalla piacevolissima melodia beat: spicca la voce di Lee e la chitarra in un riff che sa di India. Per “Andmoreagain” atmosfera rarefatta tra chitarre e orchestra che ricorda Bacharach; beat e jazz ben assemblati. Onirico. “The daily planet” è un pezzo decisamente di punk acustico con una intro e un finale di chitarra spagnoleggiante e beat al contempo. Geniale. “Old man” parte con una cantata ma diventa una melodia di acid rock; bellissimi i violini e il piano a fare il controcanto. Classica e psichedelia; un azzardo riuscitissimo. “The red telephone” è invece un brano acido certamente influenzato da acidi; orchestra che dialoga con pianole del ‘700 e chitarre dagli arpeggi celesti; coretti dall’altro mondo. Un’orgia sonora che ti trascina su un altro pianeta. Peyotica.

La seconda facciata si apre con “Maybe the people would be the times or between clark and hilldale” dalla melodia beat. Incipit coinvolgente con chitarre a dettare il ritmo; trombe ad impreziosire il tutto; bel ricamo di chitarra solista e fiati nel bridge, dal sapore morriconense. Da sentire all’infinito. Segue “Live and let live” spagnoleggiante, arabeggiante e beat al tempo stesso. Una melodia cui i meravigliosi Moody Blues devono molto. Bella parte di chitarra solista nel bridge e nel finale. Kaleidoscopica. “The good humor man he sees everything like this” è l’ennesima riprova della genialità della musica dei Love. L’Introduzione di archi e fiati crea un’atmosfera sospesa e sognante; poi entra la voce, melliflua. Pizzicato di archi e fiati ad accompagnare; da lacrime. Bell’arrangiamento nella parte centrale, piacevole e leggero. Finale tanto sincopato che ti poni il dubbio se il vinile stia saltando; in realtà suona uguale anche il cd. Commovente. “Bummer in the summer” è un altro brano proto punk con orchestra o se volete un gentile acid rock. Molto trascinante; con un arrangiamento davvero raffinato. Gioiello. Si chiude con “You set the scene”; difficile da catalogare, come ogni pezzo dei Love. Una mini sinfonia beat con una spruzzata di world music; accompagnata da cori alla C.S.N. & Y. Degna chiusura di un disco indecifrabile, originale, stupendo.

Dopo il primo ascolto su vinile vorreste avere anche il cd per poter schiacciare repeat ad libitum.

Ps. Non potendo scrivere un romanzo in questa sede, ho dovuto omettere dischi altrettanto validi, pubblicati nel ’67: “Disraeli gears” (Cream); “The Who sell out” (The Who); “Something else by The Kinks” (The Kinks); “Between the buttons” (The Rolling Stones); “Strange days” (The Doors); “Moby Grape” (Moby Grape); “Days of future passed” (Moody Blues), “Axis bold as love”(Jimi Hendrix).

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