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Il mistero di via Lapacano, dove le Muraine dividevano città e campagna

Si tratta di uno dei casi più singolari di odonomastica bergamasca e si trova in una zona che una volta era di confine: ma cosa significa questa parola?

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Uno dei casi più singolari di odonomastica bergamasca è rappresentato da via Lapacano: scartabellando nella storia orobica e scomodando perfino Charles du Fresne, sieur du Cange, che ci lasciò in eredità il suo mastodontico e temibile “Glossarium Mediae et Infimae Latinitatis”, non si riesce a venire a capo di questa paroletta, ‘Lapacano’.

Cosa accidenti mai sarà un ‘Lapacano’?

Dall’uso del sostantivo, quasi sempre accompagnato dall’articolo determinativo, verrebbe da pensare che non si tratti del nome di un personaggio o di una famiglia, che è la soluzione più comoda, quando non si sa spiegare un toponimo. È pur vero che noi bergamaschi l’articolo lo ficchiamo anche dove non si dovrebbe: hai sentito la Marina? Dov’è finito il Giorgio?

In questo caso, però, data anche la particolarità strutturale della via in questione, verrebbe proprio da pensare che il ‘Lapacano’ fosse un elemento architettonico, uno spalto murato, un cammino di guardia: proviamo, dunque, a ricostruire insieme, cosa potrebbe significare questo benedetto toponimo.

Cominciamo col dire che il ‘Lapacano’, qualunque cosa fosse, rappresentava un punto importante del circuito murario bergamasco, in epoca medievale: collegava, con una linea diritta, Porta Broseta, una delle sei porte cittadine, oggi completamente scomparsa, con una delle due torri tonde della cinta, quella del Cavettone (l’altra è quella del Galgario).

Porta Broseta guardava verso Como, come ben indica l’odonimo sopravvissuto, che sottintende un fiorente commercio serico tra le due città: alla fine del XII secolo, però, mercè le poco gradite attenzioni di Federico I di Hoenstaufen, la ghibellina Como e la guelfa Bergamo si guardavano in cagnesco. A questo si dovette la decisione di difendere il confine occidentale della città non solo con le mura, ma anche con un grande fossato, la roggia Serio che veniva da Nembro ed andava a Treviolo, costeggiando via Broseta.

Proprio in corrispondenza dell’attuale via Lapacano, la roggia Serio si univa alla roggia Curna, proveniente da via Garibaldi e che proseguiva lungo via Negri verso l’ospedale, per mezzo di un canale, che correva parallelo alle mura, oggi sostituito dall’attuale via Nullo. Dunque, il ‘Lapacano’, era un punto critico delle Muraine medievali: anzi, è uno dei pochi luoghi in cui esse, con i loro merli guelfi, sono ancora visibili, inglobate in un condominio.

Come doveva apparire, allora, quella posizione, che era una pietra angolare del circuito difensivo bergamasco? Dimenticatevi l’aspetto odierno di questo scorcio di città: via Nullo non esisteva, con i suoi condomini sorti tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta. Solo dopo l’editto di Saint Cloud, davanti al ‘Lapacano’ sorse il cimitero di Santa Lucia: gli abitanti del condominio di lusso recentemente sorto in via Nullo, probabilmente, ignorano di abitare sopra un vecchio cimitero: meglio così.

Qui iniziava la campagna: non c’era Loreto, non c’era Santa Lucia. Qui finiva Bergamo. E c’era acqua, molta acqua, per muovere le macine, i telai e, soprattutto, per difendere la città. Una città d’acqua, la nostra: percorsa a reticolo da un gran numero di rogge e seriole, oggi quasi tutte coperte, che le davano un aspetto completamente diverso.

Io, che lì ci sono nato, mi ricordo di ciò che rimaneva delle antiche rogge: le parti in superficie della Curna, in via Negri e lo stretto passaggio tra le case, forse un antico mulino, oggi coperto, in via Lapacano alta. Sbagliando, ma con la pervicacia dei bambini, da sempre io sono convinto che quell’angolo della cinta fortificata, caratterizzato dall’incrocio di due corsi d’acqua e da questo breve passaggio, fosse il ‘Lapacano’ che diede il nome al sito e, quindi, alla via.

Un’acqua che “lapa i ca’”, che lambisce le case e le cose degli uomini. Una specie di Barbacane domestico. Le fantasie del bambino influenzano le considerazioni dell’uomo: e guai se non fosse così.

Oggi, anche quel rigagnolo è sparito: la Bergamo antica, coi suoi fossi, le sue torri, i suoi uomini catafratti a guardia delle mura, è scomparsa, inghiottita dal cemento e dall’asfalto. Rimangono i nomi, evocativi, un po’ fiabeschi, talvolta misteriosi: e, forse, è bene che rimangano così. Un mistero.

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