BergamoNews it - Bergamonews notizie in tempo reale da tutta Bergamo e provincia: cronaca, politica, eventi, sport ...

Tempo di live con due dischi agli antipodi: Led Zeppelin e Neil Young

L'estate sta finendo e Brother Giober recensisce due nuove uscite di altrettante star del rock: quella dei Led Zeppelin ha un suono perfetto, la seconda per niente. Ma...

Qualche tempo fa al telefono un amico, che di musica se ne intende, mi magnifica il concerto di Bob Dylan, credo all’Arena di Verona. Alla mia osservazione “avrà stravolto come al solito ogni brano e non si sarà capito nulla”, il mio interlocutore mi sorprende rispondendomi “se devo ascoltare una cover band preferisco starmene a casa ed ascoltare i dischi registrati in studio”. La riflessione non mi ha convinto del tutto, ma mi ha fatto pensare: allo stadio o in teatro, mi piace ascoltare tutto quello che mi è famigliare, con qualche sorpresa, qualche cover, ma essenzialmente non mi piacciono gli imprevisti.

Qualche sera fa ho assistito a uno splendido concerto di Lenny Kravitz (sempre all’Arena di Verona), artista che di gran lunga si esprime meglio dal vivo che in studio e che ha presentato uno spettacolo che è stata una rassegna dei propri hit, suonati alla grande, accompagnato da musicisti eccellenti. Questa, secondo me, è l’essenza di ogni concerto.

Discorso a parte merita il Boss, ma questa è veramente un’altra storia.

I due dischi che recensisco stanno agli antipodi nella logica di produzione: quello dei Led Zeppelin non presenta alcuna sorpresa, quello di Neil Young si riferisce a una registrazione di un concerto avvenuto un paio di anni prima dell’uscita del disco di riferimento. Il primo ha un suono perfetto, il secondo per niente. Il primo è una sorta di greatest hits dal vivo, il secondo vive di piccole emozioni, di imprecisioni , anche di stonature che però danno l’esatta misura dell’artista. Tutti e due sono preziose testimonianze sonore, per quello che mi concerne anche se so di contraddirmi, le mie preferenze, in questo caso, vanno decisamente a favore dell’artista canadese.

ARTISTA: Led Zeppelin

TITOLO: How the West Was Won

GIUDIZIO: ***

led zeppelin

All’epoca del concerto, e siamo nel 1972, probabilmente i “Led” erano considerati la miglior rock band del mondo o almeno quella che dal vivo esprimeva le performances più convincenti. Ironia della sorte, all’epoca era già uscito Led Zeppelin IV, ma la band non aveva ancora pubblicato alcun disco live. Lo fece dopo, più tardi, nel 2003 con un album fatto di tre cd che oggi viene per intero rimasterizzato da Page.

Certamente farà felici i fan più incalliti, ma lascerà freddi tutti quelli che hanno avuto stima e rispetto per il gruppo senza mai averne fatto oggetto di venerazione. Il disco non contiene inediti, solo una cover, il suono è scintillante ma le versioni sono per la maggior parte scontate. Ogni fan sa perfettamente cosa può aspettarsi, potrà sapere con esattezza quale sarà la nota successiva e tutto ciò potrebbe essere anche un vantaggio.

Esaurita l’introduzione di LA Drone, la partenza di Immigrant Song non giunge di sorpresa anche se è indubbio che il brano continua ad avere una sua presa (ammettiamo però che le urla di Plant oggi sono meno emozionanti di un tempo). Heartbreaker ha dalla sua la riconoscibilità del riff, ma anche una certa pesantezza che è tipica dell’hard degli anni ’70, mentre Black Dog è pirotecnica, come e forse più del solito, anche se viene riproposta nota per nota uguale alla versione di studio. Tre brani che hanno fatto la storia del rock, il 95% degli artisti in circolazione nella loro carriera non sono riusciti a farne neppure uno di pari valore artistico. Fa pensare circa la grandezza del gruppo.

Over the Hills and far Away, è, nell’introduzione strumentale, un ripasso di vecchi suoni folk che poi sfociano in una lunga cavalcata elettrica e per certi versi rabbiosa, dove gli echi dei vecchi cari anni ’70 emergono come non mai; la stessa familiarità del tempo che fu che ritroviamo in Starway to Heaven, resa in una versione convincente e famigliare.

Since I’ve been loving you è il blues lento che non può mancare, è il momento di tregua che serve anche a prendere fiato a chi ha una certa età (Rod Stewart in questo è maestro), anche perché è arrivato il momento di Stairway to Heaven, che ha qualche suono diverso soprattutto nell’intro strumentale, ma che poi diventa quel brano che tutti conoscono a memoria e che ha fatto la storia della musica rock. Ma al termine del concerto e del disco manca ancora molto e c’è spazio ancora per tanta musica. Così ecco arrivare Going to California con i suoi eco acustici, perfetta per dare in modo che i fans possano riprendersi dai furori elettrici del brano precedente, benché l’interpretazione di Plant evidenzi qualche tensione per nulla disturbante.

Splendida è That’s the Way e questa volta un clima di assoluta rilassatezza è quello che cattura l’ascoltatore: l’interpretazione di Plant è perfetta, gli arpeggi di chitarra e il suono di quello che forse è un mandolino danno proprio il segno di una serenità raggiunta. Ma per il rock c’è ancora tempo: sul finire Dazed and Confused, Moby Dick (forse un po’ anacronistica nel solo di batteria ma ad ogni modo notevole nell’insieme), Whole lotta Love, meno devastante del solito nell’attacco, e Rock and roll, divertente e trascinante, spiegano semmai ve ne fosse bisogno perché gli Zeppelin sono probabilmente il miglior gruppo rock (blues) di sempre.

Chiude il concerto, non a caso, Bring it On Home, e qui il ricongiungimento alle vecchie sonorità del blues e del boogie è completo nell’intro, ivi compresi il suono di un’armonica polverosa che ci conferma da dove vengono gli Zeppelin; dopo è la solita apoteosi elettrica, coinvolgente ma forse un po’ datata.

How the West Was Won era forse un grande disco al momento della sua uscita e, in quel periodo, aveva più senso di quanto ne abbia oggi. Non lo consiglio, salvo siate fan sfegatati e non abbiate l’originale.

******************************

ARTISTA: Neil Young

TITOLO: Tonight’s the Night Live

GIUDIZIO: ***1/2

Diverso nella concezione rispetto al disco dei “Led” è questo di Neil Young, per certi versi anche curioso. La storia di Tonight’s the Night credo sia nota almeno a quelli che mettono Neil Young al vertice dei propri gusti musicali. L’album venne registrato nel 1973 e pubblicato solamente due anni dopo (in quanto ritenuto al momento della sua concezione troppo cupo e poco commerciale) e rappresentò, da un lato il triste commiato a due amici morti per droga, il chitarrista dei Crazy Horse Danny Whitten e il roadie Bruce Berry, e dall’altro la presa di coscienza che la stagione e la cultura dei primi anni ’70 era terminata con i suoi ideali e, a posteriori, a aveva perso molto del suo fascino.

Il disco non è tra i migliori incisi da Young, le canzoni non sono memorabili, le performance vocali trascurabili (in molte di esse Neil Young stona inequivocabilmente), la parte strumentale è poco curata; nonostante tutto ciò Tonight’s the Night è nella produzione dell’artista canadese uno dei dischi maggiormente amati dal suo pubblico, benché tetro ed oscuro.

Tonight’s the Night Live viene registrato al Roxi di Los Angeles nelle serate del 20 e del 22 settembre del 1973 in due concerti nei quali Neil Young ripropone pedissequamente il disco di studio con l’aggiunta di “Walk on“, brano che sarà inserito nel successivo “On the Beach”, il secondo dei lavori della cosiddetta “trilogia del dolore”. La band che sale sul palco è quella presente nella registrazione in studio ed è formata da Ben Keith, Nils Lofgren, Billy Talbot e Ralph Molina. Il disco è stato pubblicato qualche mese fa in occasione dello Store Day.

Non ho mai particolarmente amato Tonight’s the Night: l’ho sempre ritenuto troppo tetro, triste, e con una produzione inaccettabile. Va bene il “soul”, ma a tutto c’è un limite. Per certi versi il disco dal vivo è una sorpresa e la produzione è ancor meglio che nell’originale. Le versioni sono meno sbilenche e i brani ne escono come rivitalizzati. Anche l’umore dei musicisti sul palco è ben diverso rispetto alle registrazioni in studio. Appare qui evidente la volontà di divertirsi di trovare sollievo nella musica.

Le danze vengono aperte dal brano che dà il titolo al lavoro: la versione è robusta e benché la prestazione vocale non sia indimenticabile, la parte strumentale si fa apprezzare; rispetto all’originale c’è meno spettralità, laddove in studio si respirava una sorta di rassegnazione, qui vi è forza e, per quanto possibile, divertimento. Lo stesso divertimento che è scrutabile in una breve ripresa di “Rosamunda” (credo si intitoli così), qui battezzata con il titolo “Roll Out the Barrel”, uno scherzo ma che sembra divertire molto i presenti (l’ascoltatore un po’ meno). Mellow My Mind, nonostante il testo per nulla tranquillizzante è una tonica e splendida ballata nella quale hanno buon lustro la perdal steel guitar e l’armonica ma dove anche sono evidenti tutti i limiti vocali di
Young.

World on a String è all’inizio cupa ma poi ha uno sviluppo più leggero grazie alla presenza delle seconde voci e del piano di Lofgren che è protagonista insieme all’armonica della successiva Speakin’ out, una sorta di blues con la voce di Young ben in evidenza e questa volta centrata.

Albuquerque ha un intro chitarristico sognante ed un incidere solenne e rappresenta uno dei momenti più alti dell’intero lavoro, mentre New Mama ricorda un poco i trascorsi con Crosby Stills e Nash e Roll Another Number è a tutti gli effetti un chiaro omaggio alla musica country più classica, quella dove la pedal steel la fa da padrone e i cori, un po’ sbilenchi, rappresentato un marchio di fabbrica.

Bellissima è Tired Eyes, una lenta ballata che ricorda un poco le atmosfere di Zuma e che alterna parti cantate ad altre parlate, su un sottofondo strumentale moto suggestivo. Ancora una volta è la pedal steel guitar protagonista con il piano di Lofgren, alla quale succede la riproposizione di Tonight’s the Night in una versione ancor più corrosiva e dilatata, francamente prescindibile. Chiude il, tutto Walk on che, con la sua gioiosità, sembra aprire lo spiraglio di una nuova epoca.

Tonight’s the Night Live è un bel disco, per molti versi inaspettato, da gustare a prescindere, come per l’omologo in studio dal mood in cui è necessario calarsi. È bello e basta!

P.S. oggi, 31.8.2018, Neil Young si sposa con l’attrice Daryl Hanna (ex di Jackson Browne ,se non ricordo male) dopo tanti anni di vita in comune. Auguri!

Legenda Giudizio:

* era meglio risparmiare i soldi e andare al cinema
** se non ho proprio altro da ascoltare…
*** in fin dei conti, poteva essere peggio
**** da tempo non sentivo niente del genere
***** aiuto! Non mi esce più dalla testa

 

© Riproduzione riservata

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di BergamoNews it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.