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Il martirio e la leggenda del corpo: alla scoperta della storia di San Bartolomeo foto

Il santo, festeggiato il 24 agosto e fra i più venerati della nostra provincia, è legato a una leggenda riguardante la propria morte

San Bartolomeo è uno dei santi più venerati più amati in Italia e nella nostra provincia: protettore di pellicciai, conciatori, calzolai e lavoratori di pelli, l’apostolo è patrono anche di alcuni comuni bergamaschi come Almenno San Bartolomeo, Branzi, Cassiglio, Colere, Oltre il Colle, Songavazzo e Ubiale Clanezzo, oltre ad esser dedicata a lui una chiesa a Bergamo lungo il Sentierone; nonostante ciò su di lui si cela una leggenda dalle diverse sfaccettature.
Festeggiato il 24 agosto di ogni anno, Natanaele (vero nome di Bartolomeo) attorno alla fine del I secolo a.C., nonostante ciò si conosce poco di lui sino al 28 d.C., data a cui risalirebbe l’incontro con l’amico Filippo, già discepolo di Gesù.

Ecco il racconto tratto dal Vangelo di Giovanni: “Filippo incontrò Natanaèle e gli disse: ‘Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i Profeti, Gesù, figlio di Giuseppe di Nazaret’. Natanaèle esclamò: ‘Da Nazaret può mai venire qualcosa di buono?’. Filippo gli rispose: ‘Vieni e vedi’. Gesù intanto, visto Natanaèle che gli veniva incontro, disse di lui: ‘Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità’. Natanaèle gli domandò: ‘Come mi conosci?’. Gli rispose Gesù: ‘Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto il fico’. Gli replicò Natanaèle: ‘Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!’. Gli rispose Gesù: ‘Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto il fico, credi? Vedrai cose maggiori di queste!’. Poi gli disse: ‘In verità, in verità vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell’uomo’”.

Da quel momento Natanaele – Bartolomeo (patrinimico derivante dall’aramaico Bar – Talmai, figlio di Talmai) verrà scelto come uno degli undici discepoli di Gesù e nominato nuovamente negli Atti degli Apostoli poco dopo la Pentecoste, mentre il resto della sua esistenza rimarrà legato alla tradizione: si dice che il cananeo abbia predicato dall’Arabia Felix alla Partia, passando poi per la Mesopotamia e secondo alcuni autori sino all’India prima di far ritorno in Armenia dove avrebbe trovato la morte per martirio.

Diverse le interpretazioni riguardanti la sua morte, dalla crocefissione secondo gli orientali alla decapitazione proposta dai “Martirologi” di Rabano Mauro, Adone e Usuardo sino alla scorticazione, sostenuta da Isidoro di Siviglia e dal “Martirologio” di Beda, ma anche la più accreditata da parte della tradizione e dell’iconografia.

A raccontare gli ultimi mesi di Bartolomeo è Abdia, primo vescovo di Babilonia, all’interno delle sue “Memorie Apostoliche”: in un tempio di Albanopoli dedicato ad Astarot vi erano molti infermi desiderosi di riacquistare la salute perdita e molti illusi attendevano gli oracoli del demonio. Un giorno Bartolomeo volle entrare nel tempio ed affrontare Satana che godeva dell’incontrastato dominio. Non appena vi entrò Astarot ammutolì e non continuò le sue opere di guarigione per alcuni giorni. I sacerdoti del tempio, preoccupati, si rivolsero ad un altro demonio chiamato Berith che interrogato sull’interruzione di Astarot rispose che San Bartolomeo, apostolo del vero Dio, era entrato nel tempio e teneva incatenato il demonio con fasce di fuoco. Nel frattempo la fama di Bartolomeo era cresciuta e molte persone gli portavano infermi, malati e posseduti dal demonio per farli curare. A San Bartolomeo si rivolse anche l’amministratore della provincia dell’Armenia e fratello del re, per far guarire la figlia precedentemente portata ad Astarot. Dopo l’ennesima importante guarigione, i sacerdoti di Astarot si rivoltarono istigandoli re Astiage che, vista la rovina verso cui era andato il tempio, ordinò che Bartolomeo fosse prima flagellato e poi appeso in croce a testa all’ingiù con del fuoco che lo soffocasse. Poiché il Santo resistette a queste atrocità il re comandò che fosse scorticato vivo dalla testa ai piedi. Le sole due membra che restarono illese, gli occhi e la lingua servirono all’apostolo per gli ultimi bagliori della sua missione apostolica prima di essere decapitato.

Il martirio di Bartolomeo verrà ripreso da numerosi raffigurazioni in tutto il mondo, fra le quali una delle più famosi è quella dipinta da Michelangelo Buonarroti nel “Giudizio Universale” nella Cappella Sistina a Roma, in cui si dice che lo stesso artista abbia disegnato un proprio autoritratto; divenendo un simbolo in grado di caratterizzare il santo.

Oltre a ciò la morte dell’apostolo cananeo creò nel corso dei secoli alcune leggende sul tragitto delle relique, a partire dal 264 sbarcate a Lipari con Sant’Agatone vescovo, mentre nel 410 vennero traslate a Maypherkat, dove il vescovo Maruta che raccolse assieme ai resti di altri martiri. Nel 507 le spoglie di Bartolomeo raggiunsero Darae in Mesopotamia grazie all’intervento dell’imperatore bizantino Anastasio I, mentre nel 546 ricomparsero a Lipari prima di lasciare definitivamente la città in direzione Benevento dove, nemmeno l’assedio da parte dell’imperatore del Sacro Romano Impero Ottone III di Sassonia riuscì ad ottenerle.

Nel corso dei secoli le reliquie attribuite all’apostolo si ampliarono, con un corpo custodito all’interno della Basilica di San Bartolomeo sull’Isola Tiberina a Roma, tre calotte craniche attribuite all’apostolo divise fra la Cattedrale di Francoforte, il monastero di Lune (Luneburg) e la Certosa di Colonia in Germania, un braccio nella Cattedrale di Canterbury in Inghilterra e persino nella nostra provincia è giunto un frammento, come quello conservato nella Chiesa Parrocchiale di Almenno San Bartolomeo, tuttavia, benchè gran parte di esse con ogni probabilità non siano autentiche, la devozione in san Bartolomeo da parte dei fedeli rimane forte.

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