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Raul Montanari e le estati a Castro: su quel lago geloso, misterioso e sublime

Raul Montanari, narratore, scrittore noir e non solo, uno sguardo attento al mondo degli adolescenti (e sul bullismo in una scuola di provincia è centrato il suo ultimo romanzo "La vita finora" edito da Baldini-Castoldi), vive a Milano. Ma le sue origini e le sue vacanze estive sono tutte bergamasche. Anzi, sebine.

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Raul Montanari, narratore, scrittore noir e non solo, uno sguardo attento al mondo degli adolescenti (e sul bullismo in una scuola di provincia è centrato il suo ultimo romanzo “La vita finora” edito da Baldini-Castoldi), è attivissimo nel mondo delle parole al punto di aver fondato da quasi due decenni una scuola di scrittura a Milano, dove vive. Ma le sue origini e le sue vacanze estive sono tutte bergamasche. Anzi, sebine. 

Sto guardando il lago proprio ora.

La casa che fu di mia nonna – oggetto di dispute familiari feroci perché tutti ameremmo passare qui i mesi estivi, lontano dai miasmi milanesi – sta a Castro, in cima al Sebino.

Dal balcone lo sguardo corre lungo la distesa d’acqua rigata di bianca spuma, stretta fra i monti della sponda bresciana (a sinistra) e di quella bergamasca (a destra), e si inoltra giù, giù, sfiora Montisola e approda a Iseo, là in fondo, a trenta chilometri da qui.

Ogni volta che guardo questo panorama senza eguali penso alla prospettiva aerea teorizzata da Leonardo da Vinci, che da queste parti è pure passato: più le montagne si allontanano da te, più il loro colore sfuma in un azzurro incorporeo.

Io sono nato qui, in questo paese di milleseicento anime cani inclusi, e mi spiace che sulla carta d’identità sia scritto “Bergamo”. Non perché abbia qualcosa contro la Città dei Mille (Gianni Brera, che se ne intendeva, diceva che Bergamo ha dato all’Italia più geni di Firenze), ma perché una corsa notturna in auto al reparto Maternità dell’ospedale cittadino non vale, ai miei occhi, l’essere stato concepito davanti a questo lago e aver vissuto qui i primi anni della mia vita.

E tutte le estati fino a oggi.

Il lago, quassù, è geloso. L’evento più pop mai capitato da queste parti, i Floating Piers di Christo, ha attirato le folle in fondo alla sponda bresciana, dove le montagne diventano colline e pianure, in uno dei pochi angoli del Sebino invisibili da dove sono seduto io ora.

Il lago, quassù, si tiene stretta la sua gente, il suo paesaggio aspro, sublime, e i suoi misteri tenebrosi: leggende di mostri, nuotatori inghiottiti da correnti gelide come tentacoli, sagre paesane in cui rivivono culti pagani ancestrali mescolati alla devozione cristiana. L’acqua nera in cui affondano sogni, ricordi, paure e desideri. L’abisso che, come nell’adagio zen, scruta nell’anima di chi lo fissa troppo a lungo.

C’è un belvedere, in questo paese che è esso stesso tutto un belvedere.

Affacciato sull’acqua, un leggio di marmo riporta parole prese da un romanzo: “Qui c’era il lago e sulla sua superficie non c’era scritto nulla, se non i pensieri di chi lo stava guardando in quel momento.”

È così. Trent’anni dopo quel romanzo, le riscriverei uguali oggi.

 

(L’immagine di Castro è di VisitLakeIseo)

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