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Gli anni d'oro del Rock: i 5 dischi magici del 1966 - BergamoNews

Musica

Un tuffo nel tempo

Gli anni d’oro del Rock: i 5 dischi magici del 1966

Il nostro Filippo Sella questa estate ci accompagna in un viaggio nel tempo alla scoperta degli anni d'oro del rock: la partenza è un tuffo nel mitico 1966.

Il nostro Filippo Sella questa estate ci accompagna in un viaggio nel tempo alla scoperta degli anni d’oro del rock: la partenza è un tuffo nel mitico 1966.

Nel 1966 il mondo delle canzonette, a soli dieci anni, passava l’esame di maturità. Tanti, infatti, ne erano passati dall’A.D. in cui Elvis The King, spezzò i cuori degli americani. Se nel ’56 era musica per ragazzini, nel ’66 era cresciuta e con essa i suoi ascoltatori. Si era arricchita, appesantita, raffinata; e da R’n’R’ si era trasformata in Rock e basta. Il 45 giri non andava più di moda; nasceva l’era del Long Playing. Non solo hit cui accorpare altre canzoni ma dischi da gustare dal primo all’ultimo brano.

Il rock era pronto per l’università e i professori si chiamavano Dylan che, ascoltando una sua canzone ri-arrangiata dai Byrds, attaccava la spina; i Beatles e i Rolling Stones che abbandonavano il pop e il blues, studiando da rock star; i Beach Boys che suonavano allo zoo; Eric Clapton che non aveva più tempo per i fumetti, i gruppi psichedelici che crescevano come funghi.

Se immaginiamo di immergerci nel magico 1966 e di entrare in un negozio dischi del tempo troveremo alcuni LP che hanno fatto e ancora fanno la storia del rock. Stiamo parlando di “Revolver” dei Beatles, “Blonde on blonde” di Bob Dylan, “Pet sounds” dei Beach Boys, “Aftermath” dei Rolling Stones , “Fresh Cream” dei Cream ed altri ancora.

Andiamo ad analizzare questi capolavori, seguendo l’ordine cronologico in cui furono reperibili negli scaffali.

15 aprile – AFTERMATH (Rolling Stones)

rolling stones

È il quarto LP della band londinese; il più importante sino ad allora, perché i quattrodicibrani che lo compongono sono tutti firmati da Jagger e Richards.  I precedenti erano quasi interamente composti da cover di altri autori. Inoltre fu l’ultimo disco in cui Brian Jones dimostrò il suo infinito talento, suonando, oltre alla chitarra slide e all’armonica, strumenti inusuali per il rock, come dulcimer, sitar, marimba e clavicembalo. Proprio grazie alle sue arti, il suono della band è così nuovo e ricco.  Il disco ebbe un enorme successo su entrambe le sponde dell’atlantico e confermò che, come autori, Jagger e Richards potevano di diritto sedersi al tavolo con personaggi del calibro di Dylan e di Lennon e McCartney.

Aftermath” è un album che si muove tra il blues, il beat più maturo e un r’n’b’ molto Stones. Non ci sono riempitivi; tutti i brani sono validi e particolari. Tra i pezzi più riusciti vanno segnalati “Mother’s little helper” che è il brano d’apertura. Contrabbasso pulsante, sitar e bella melodia lo rendono uno dei successi di quegli anni. Terza del primo lato è “Lady Jane”; una bellissima ballata che vive sui contrappunti tra gli arpeggi di chitarra acustica e di dulcimer. Atmosfera molto ricercata e sognante.

Segue “Under my thumb”, un pezzo molto trascinante, costruito su una riuscitissima base ritmica (basso, batteria e battito di mani) e abbellimenti di chitarra e marimba. Ancora oggi un classico r’n’b’ del repertorio degli Stones. A chiudere il lato a “Going home” forte dei suoi 11 minuti. Venne osannata dalla critica per la lunghezza inusitata. Un blues classico che parte piano piano per poi scatenarsi, urlato e strascicato, con tanto di armonica e piano che sembra uscire da uno dei bassifondi di New Orleans.

Giriamo lato; “Out of time” è un gran brano molto cantabile e trascinante. Molto bella la sezione di chitarra e di marimba suonate rispettivamente da Richards e da Jones. Da avere in ogni playlist.
Questo se parliamo della versione UK del vinile. Se poi avete tra le mani una copia americana potrete godere dell’ascolto di “Paint it black”. Dal suono orientaleggiante; il sitar di Brian Jones, in grande evidenza, ed il ritmo beat la rendono inconfondibile; un evergreen dei ’60. Il primo grande Lp degli Stones; non ancora all’altezza dei capolavori che verranno, ma comunque un gran bel disco.

16 maggio – PET SOUNDS (Beach Boys)

beach boys

L’undicesimo Lp dei B.B. è un disco epocale; è semplice e complesso allo stesso tempo. Le melodie sono (apparentemente) semplici, le armonie complicatissime. Richiese quasi un anno di registrazioni tra l’estate del ’65 e l’aprile del ’66. Brian Wilson, il deus ex machina di tutta l’operazione, ha lasciato andare i compari in tournée, si chiude in studio ed incide, sopraincide senza sosta. Il processo è molto articolato; Brian assume dei sessionmen eccellenti, in grado di eseguire le sue partiture, ma soprattutto le sue elucubrazioni. Wilson rielabora la tecnica di Phil Spector, cosiddetta del Wall of sound, che prevede l’uso simultaneo di più strumenti sulla stessa parte, così da creare un suono multiplo, molto corposo con eco e riverbero.

Nulla è lasciato al caso. L’orchestra – composta da dodici violini, quattro sax, oboe, pianoforte, vibrafono e una chitarra che suona come una steel utilizzando una bottiglia di coca cola – registra le basi; Wilson poi aggiunge strumenti di ogni genere. Corni francesi, clarinetti, clavicembali, flauti, fisarmoniche, un campanello da bicicletta e il theremin, un oscillatore elettronico che produce un suono tra il violino e la voce umana, avvicinando o allontanando le mani dalle due antenne di cui è provvisto. Quando i compari tornano dal tour asiatico restano a dir poco perplessi.

Pare che Mike Love, il suo più acerrimo rivale nella band, sentendo le tracce, abbia affermato: “Ma chi potrà ascoltare questa merda? Le orecchie di un cane?”. La leggenda narra che da tale affermazione abbia preso il titolo il disco. Dopo il primo sgomento, Wilson convince i sodali della bontà del progetto. Così si procede alla registrazione delle parti vocali; Wilson è un perfezionista, ore e ore per trovare la giusta timbrica, la corretta intonazione. Il disco, infine, ha un suono magnifico e nuovo per i tempi. Tanto nuovo che pochi lo capiscono, l’accoglienza è tiepida, soprattutto in patria; in Uk è invece un grande successo fin da subito.

“Pet Sounds” fa proseliti tra gli orecchi fini; Paul McCartney dichiara di adorarlo e che lo farà sentire ai figli per la loro istruzione. Clapton, Dylan e Elton John confesseranno di aver cambiato il modo di comporre dopo averlo sentito. La critica lo ritiene un capolavoro inarrivabile. Venderà negli anni uno sproposito e sarà giustamente considerato un album. imprescindibile in ogni collezione.

I tredici brani che compongono il disco sono tutti di ottima fattura; il suono, come detto, è molto curato ma al contempo brillante; gli arrangiamenti sono fantastici, una vera orgia di suoni, tanto da far godere i sensi; le stravaganze sonore di Wilson sono perfette, mai fuori luogo. Ma sono soprattutto le canzoni ad essere di una bellezza che abbaglia. Difficile sceglierne alcune su altre.

Primo solco: “Wouldn’t be nice”. Armonie vocali angeliche. Canzone sulla speranza e l’amore. Più la senti più la sentiresti. “You still believe in me” è stupenda; canto e clavicembalo che si inseguono. E quei coretti da brividi. Senza parole. “Don’t talk” ha una melodia così malinconica, così jazz che emoziona; veramente bella. A chiudere il primo lato “Sloop John B”, adattamento di un vecchio tema caraibico. È l’unico brano del disco che sembra un vecchio classico (surf, donnine e auto veloci) dei B.B.; resta comunque nella sua semplicità stupendo. “God only knows” tratta il tema dello spirito divino. Incipit quasi marziale, cresce con canti e controcanti che sfiorano la perfezione. Il pezzo che ogni autore vorrebbe aver scritto.

I know there’s an answer “ è puro wall of sound; sembra suonata in una cattedrale, tanto è il riverbero. Melodia non banale. Commovente. “Pet sounds” è uno strumentale molto Bacharach; intitolata inizialmente “Run James run”. La band pensava di proporla come brano da inserire nella Colonna Sonora di un film di James Bond; ed in effetti ne ha la cadenza. “Caroline no” chiude il disco. Grande pezzo, un’aria operistica con una spruzzata di jazz; un combo impensabile ma in realtà riuscitissimo.

Disco da 10 e lode, ma volendo anche di più, se possibile.

16 maggio – BLONDE ON BLONDE (Bob Dylan)

bob dylan

Il settimo album di Robert Zimmerman alias Bob Dylan viene pubblicato lo stesso giorno di “Pet sounds”; non è l’unica cosa che ha in comune con il LP dei B.B. È anch’esso un disco che entra di diritto nella storia del rock, un disco che per eclettismo non ha rivali. È il disco che conclude la trilogia elettrica di Dylan; iniziata con “Bringing it all back home” e proseguita con “Highway 61 rivisited” entrambi ottimi, risalenti al ’65. Un doppio Lp che per qualità e quantità riesce ad eclissare le opere precedenti.

Nasce da una lunga serie di registrazioni; tra la fine del ’65 e la primavera del ’66. Prima a N.Y. con gli Hawks, i futuri The Band; ma il suono non è quello che il pignoletto Bob vuole. E allora tutti a Nashville, nel profondo sud; ai Music Row Studios. Tutti si fa per dire, perché della band originale Dylan porta solo Al Kooper e Robbie Robertson. Si aggiungono straordinari sessionmen del posto: Wayne Moss, Jerry Kennedy, Charlie McCoy, Joe South, Ken Buttrey e il pianista cieco Hargus ”Pig” Robinson. E tutto come per magia funziona alla perfezione.

Ma non solo la qualità della musica è notevole; anche la quantità non difetta. Sono tanti i brani che Bob costringe la casa discografica a pubblicare un doppio LP. Il suono è “un sottile e teso suono al mercurio. Metallico e rilucente” come lo definirà un Dylan soddisfatto.

Ben cinque i singoli tratti dall’album. Non è più solo il blues rock dei due album precedenti già citati; è folk rock, gospel, country e soprattutto R’n’B’. È un disco che merita le critiche e l’accoglienza molto positive che ha ricevuto, anche perché con esso Dylan ha osato moltissimo. Ha osato andando a registrare nel sud, lui hipster di N.Y.; abbandonando la band che fino ad allora lo aveva assecondato. Cambiando ancora una volta la propria scrittura musicale; pubblicando il primo disco della storia del rock stampato in due LP. Scrivendo un brano (mastodontico e bellissimo) della durata di 11.43. Il risultato è stato straordinario; difficilmente si avvicinerà a tanto nella sua lunghissima carriera.

Dopo l’uscita di B.O.B. (sì proprio come il suo nome, l’ego di Robert è grandino) Dylan resterà coinvolto in grave incidente motociclistico che lo terrà lontano dalle scene per due anni. Tornerà ma completamente cambiato e non più così “metallico e rilucente”.

Dal pezzo di apertura “Rainy day women # 12 and # 35”  che suona tanto come una marcetta di un film di Fellini- alla chiusura con “Sad eyed Lady of the Lowlands”, una meravigliosa ballad che occupa l’intera quarta facciata del disco; nel mezzo tanta musica da gustare come una serie di portate buonissime e accattivanti, anche perché molto diverse l’una dall’altra. Su tutte alcune pietre miliari come “Visions of Johanna”, “One of us must know”, “I want you”, “Just like a woman” e la citata “Sad eyed Lady of the Lowlands”. Un disco bellissimo come ce ne sono pochi; da portare nel cuore. E se qualcuno vi dirà mai che l’ultima è pallosa perché troppo lunga, ditegli che è meglio che si faccia revisionare (ma da uno molto, molto bravo) l’apparato auricolare.

5 agosto – REVOLVER (Beatles)

beatles

Settimo album in studio è certamente il più maturo ed innovativo sino ad allora. Molto influenzato dalla cultura del tempo suona comunque ancora attuale. Lsd, psichedelia e primi vagiti flower power trasudano dai solchi. Tra un tour e l’altro i Beatles si chiudono in studio e, complice Genius George Martin, il più grande produttore/musicista di sempre, sperimentano in maniera compulsiva e proficua. Verranno suonati per la prima volta strumenti come tambura e tabla indiani, vibrafoni, clavicembali; utilizzate nuove apparecchiature e/o procedure come altoparlanti girevoli, l’ADT per raddoppiare le voci, loops, nastri tagliati e reincollati o registrati al contrario.

Cosa dire… è un disco meraviglioso per mille ragioni. Per la copertina; disegnata da un amico, sin dai tempi di Amburgo, il poliedrico Klaus Voorman. Un bellissimo collage tra foto di repertorio che spuntano tra le orecchie e i capelli delle facce dei fab four disegnate a china. Per qualità delle canzoni; quattordici, dico, quattordici capolavori. È la storia del rock; c’è tutto lo scibile rock e oltre; dalla musica da camera, all’acido/psichedelico, dal raga rock, al r’n’b’, dal beat polemico, alla filastrocca per bambini.

Basta dare un’occhiata ai titoli per restare a bocca aperta. Tutti in un solo vinile ci sono: “Eleonor Rigby”, “Here, there and everywhere”,” Yellow submarine”, “Good day sunshine”, “For no one”, ”Got to get you into my life”, “Tomorrow never knows”. Le composizioni sono tutte firmate Lennon/McCartney, tranne “Taxman”, “Love to you” e “I want to tell you” di Harrison.

Anche i testi sono notevoli. Harrison polemico con l’uomo delle tasse che si prende tutto; anche i piedi che passeggiano (“Taxman”). Lennon stigmatizza quei medici che si arricchiscono prescrivendo anfetamine ai propri pazienti (“Doctor Robert”). Vengono trattati argomenti alti; il mondo dei sogni e della psicologia (Lennon in “I’m only sleeping”). O della morte (Lennon in “Tomorrow never knows“), prendendo spunto dal “Libro tibetano dei morti”. Vengono anticipate le istanze hippy del Flower power (Harrison in “Love to you”.. “fate l’amore cantando canzoni”).

Musicalmente è un disco stupendo. È parte di un cerchio magico che si chiuderà con il Sergente Pepe. Punto di partenza “Rubber soul” dei Beatles che influenza i Beach Boys; segue “Pet sounds” dei B.B. che sconvolgerà i Beatles che tenteranno di andare oltre e ci riusciranno con “Sgt. Pepper” che è la summa, la chiusura del cerchio della meraviglie.

Se un ragazzino ci chiedesse che cos’è il rock degli anni ’60, la risposta è “Revolver”. Perché questo Lp racchiude ogni forma musicale sino ad allora esplorata nel mondo della musica per i giovani (e non solo), come al tempo veniva definita. C’è il beat (“Taxman”); c’è la musica da camera (“Eleonor Rigby”); l’acid rock (“I’m only sleeping”, “She said she said” e “Doctor Robert”). Il mix tra beat e psichedelia (“Good day sunshine”, “And your bird can sing” e “I want to tell you”). Il raga rock di “Love to you” e “Tomorrow never knows“; la ballad zuccherosa (“Here, there and everywhere” e “For no one”). La filastrocca per bambini (“Yellow submarine”) e il r’n’b’ di “Got to get you into my life”.

Cos’altro dire? Sono i Beatles… four genius at work… non serve altro.

9 dicembre – FRESH CREAM (Cream)

cream

I Cream, primo supergruppo nella storia del rock, nascono nell’estate del 1966. Sono un trio con Eric Clapton, reduce dalle esperienze con i Bluesbreakers di John Mayall e con gli Yardbirds, alla chitarra; Ginger Baker, già con la Graham Bond’s Organisation, alla batteria e Jack Bruce, proveniente dai Manfred Mann, al basso. Se Clapton è Dio, gli altri non sono da meno; tutti hanno già maturato notevoli esperienze e sono molto considerati negli ambienti del blues e del jazz. Unico problema le forti personalità di Baker e Bruce, sempre in contrasto, che porteranno la band allo scioglimento dopo solo tre anni di attività, dal ’66 al ‘69.

Il gruppo ha un’importanza fondamentale nel rock perché ha introdotto un nuovo linguaggio. Partendo dalle radici del blues, passando per il beat e la psichedelia, fino a giungere ad una
musica nuova, fresca appunto. I Cream creano un nuovo genere, l’hard blues, che getterà i semi per la nascita dell’hard rock. Sono tre maestri indiscussi del loro strumento e insieme il risultato, specie dal vivo, è esponenziale. Non a caso sono stati definiti il primo power trio.

La voce di Bruce poi è lirica e groovy al contempo. Leggendarie le loro infuocate performances con assoli torrenziali che trasformano brani di 3 minuti in jam di oltre 20 minuti.

Il loro primo disco si intitola “Fresh Cream”; 11 pezzi belli tosti. In gran parte composto da Jack Bruce; qualcosina la scrive Baker; Clapton riarrangia un pezzo. E poi ci sono quattro classici del blues a firma Willie Dixon, Muddy Waters, Skip James e l’immancabile Robert Johnson. Già dall’incipit si capisce con chi avremo a che fare. Si parte con “I feel free” una composizione di Bruce e Pete Brown; uno splendido crogiuolo di stili; coro da campi di cotone e battimano cui fa seguito una trama psichedelica e orientaleggiante.

Il bridge è R’n’B’ e beat; due in uno. Grande arrangiamento, basso e batteria in evidenza. Clapton ricama dove gli lasciano spazio. Si passa poi a “N.S.U.” di Bruce. Armonie vocali strepitose; diventerà un classico della band. Un ensemble di chitarre e ritmica molto riuscito. C’è posto a seguire per un blues classico con “Sleepy time time“; ancora Bruce che collabora con Janet Godfrey, cantautrice americana moglie di Jack.

Altri brani da ricordare sono: “Sweet wine”; acid rock e blues che si fondono alla perfezione; grande lavoro di cesello di Clapton che fa letteralmente piangere la sua Gibson, diavoletto amaranto (allora non era ancora patito della Fender Stratocaster). Classici, come del resto lo sono le rivisitazioni di brani dei maestri del blues. “Spoonful“ di Dixon; riarrangiata in perfetto stile Cream. “Cat’s squirrel” un traditional ripreso e riconfezionato; da sempre un classicone. Grande armonica di Bruce su tutti. “Four until late” di Robert Johnson; “manolenta” lo trasforma in un pezzo country; morbido e elegante come tanti pezzi ’70 del mitico Eric. “Rollin’ and tumblin’” di Muddy Waters invece è un continuo rincorrersi di ritmica, armonica, chitarra e canto senza sosta. Una bellissima e travolgente cavalcata tra blues e hard blues.

Ma non è finita. I Cream attingono anche da Skip James per “I’m so glad”. Atmosfera sognante con un bel ritmo beat sostenuto a meraviglia da Baker e Bruce. Clapton si sfoga in un assolo dal sapore di oriente. “Toad” chiude questo gioiello. Un pezzo strumentale che permette a Ginger Baker un assolo molto molto corposo, che unisce un ritmo tribale a sfumature jazz. Degna conclusione per una band che ha fatto dell’improvvisazione il suo marchio di fabbrica.

“Fresh Cream” forse non sarà un monumento come “Blonde on blonde”, Pet sounds” o “Sgt. Pepper” ma resta comunque un disco fondamentale per l’impatto che ha avuto nella musica rock che stava allora nascendo. Influenzò personaggi come Hendrix, Deep Purple, Jeff Beck, Black Sabbath e Van Halen. Mica Amedeo Minghi.

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