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“Loro”: storia di un successo cinematografico poco valorizzato

Come un film possa avere un buon successo nelle sale ma scarsa risonanza nel mondo esterno, vale a dire nei media e nell’opinione pubblica

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Il film di Sorrentino uscito il 24 aprile nella prima parte (Loro 1) e il 10 maggio nella seconda (Loro 2) è la storia di come un film possa avere un buon successo nelle sale ma scarsa risonanza nel mondo esterno, vale a dire nei media e nell’opinione pubblica. Proprio questo è l’aspetto su cui è interessante riflettere, come un focus così prestigioso su un personaggio fondamentale della storia del nostro paese degli ultimi 25 anni sia diventato una baluginante luce spentasi subito, una fiamma soffiata in fretta dal vento. Proviamo a capire di cosa stiamo parlando e del perché avviene questo.

Come si evince dal titolo, il film narra di “loro”, vale a dire tutta la schiera di persone che ruotano attorno alla figura di Silvio Berlusconi, in un lasso di tempo che rientra negli anni 2008-2009, dalla caduta dell’ultimo governo Prodi all’avvio del terzo governo Berlusconi, anni cruciali nella vita dell’ex premier, anni in cui cominciano gli scandali di natura sessuale che lo coinvolgono, per cui viene accusato di fare feste private nelle sue residenze, dove pare avvenga sfruttamento della prostituzione. Sarà questo il periodo storico che rappresenterà l’inizio del tracollo dell’immagine pubblica del Cavaliere e della sua inevitabile decadenza. Loro, dicevamo, perlopiù politici, faccendieri, aspiranti showgirl, tutti personaggi ambiziosi di poter ottenere opportunità e denari da lui. Uno scenario di arrivisti, sanguisughe senza scrupoli, da Sergio Morra, giovane affarista tarantino che porterà un manipolo di escort a disposizione del Cavaliere, all’ex ministro Santino Recchia, subdolo adulatore politico, che proverà sottotraccia ad ottenere sostegni all’interno del Partito per una propria candidatura a leader, a Cupa Caiafa, amica intima di Berlusconi, ma che si rivelerà essere una delatrice delle feste smodate nelle ville del Cavaliere. A distinguersi da questa schiera di personaggi ombrosi saranno poche figure: Mariano Apicella, musicista amico del Cavaliere, assiduo frequentatore delle sue ville, Fedele Confalonieri, compagno/collaboratore di una vita, Ennio Doris, amico imprenditore, che all’inizio di Loro 2 convincerà Silvio a far cadere il Governo Prodi comprandosi il numero di senatori sufficiente, mossa che Silvio abilmente metterà in atto, riuscendo a far cadere il Governo per poi vincere le elezioni politiche successive, tornando così finalmente alla presidenza del Consiglio. Una figura su tutte però si rivelerà centrale nella narrazione, quella di Veronica Lario, moglie del Cavaliere, stufa delle mancanze di attenzioni subite e dalla condotta libertina del marito, che, nonostante i tentativi di recupero del coniuge, la indurranno a scegliere la via del divorzio, non prima però di un furioso litigio che rappresenta la scena con più pathos del film.

Pathos è la parola giusta, quella che non manca mai nei film di Sorrentino, il quale non si limita mai a raccontare solo i fatti, alla dimensione mimetica, ma che a questa ne sovrappone sempre almeno altre due, quella simbolica, rappresentata da scene di pausa dalla narrazione, condensate di significati tutti da decifrare, e quella metafisica, espressa in questo film soprattutto dai silenzi, dalle pose, dai primi piani, dalle suggestioni della fotografia, dalle tante scene corali, dai cortei dionisiaci, dalle movenze sinuose e sensuali dei corpi, dal dolce abbandono dopo le feste di eccessi, che tutto sembrano consumare, meno che la dolcezza di un tramonto, meno che i riflessi rosei del sole sull’acqua ferma della piscina, che sembrano accarezzare la vista di tutti i giovani spenti e svuotati dal consumo di droghe, seduti sul bordo, che sembrano dare a loro il malinconico commiato del cielo.

Qualità speciali di un film che oltre a far riflettere sulla figura di Silvio Berlusconi, sui suoi difetti, sulle sue ombre, sulle sue qualità, porta con sé riflessioni sull’universo che lo circonda, sulla morale e sull’etica del potere, del mondo dello spettacolo, di tutto ciò di cui lui è al contempo artefice ed espressione, un universo mondo fondamentale da conoscere se si vuole riuscire ad interpretare l’epoca odierna. La patina decadente che riveste il film ha pieno raffronto nella significativa scena finale. A seguito del terribile terremoto avvenuto in Abruzzo, poco dopo la vittoria di Berlusconi alle elezioni, la ripresa si sposta sulle rovinose macerie delle città, fino a quando assistiamo alla scena dell’estrazione di un enorme Crocefisso da sotto le macerie di una Chiesa da parte dei carpentieri. Scena che sembra simbolicamente indicare il parallelismo con un altro crollo, quello di Berlusconi, sia a livello di immagine pubblica, sia a livello individuale, con quel Crocefisso estratto dalle macerie che simboleggia la spiritualità, quel rapporto con la coscienza che pare essere mancato nella condotta di vita del Cavaliere, in questo lasso di tempo.

Sorge ora spontanea la domanda: perché i media così poco hanno parlato di tutto questo? Perché così poco si è dibattuto non solo sui media riconducibili all’influenza di Silvio Berlusconi, ma di tutto il panorama italiano? Ebbe di certo ben altra eco “Il Caimano” di Nanni Moretti, forse perché uscito ai tempi di un Berlusconi ruspante, nel pieno della sua popolarità. Fatto sta che questa volta il film su uno degli uomini più influenti dell’Italia degli ultimi 25 anni non è diventato argomento di strada, da bar, e nemmeno da aula universitaria, come pare davvero meritare, sia per argomento trattato, sia per qualità. Non si riesce a capire fino in fondo la causa quale sia, se di media alla ricerca solo di ciò che è di tendenza, se di un pubblico ormai assuefatto al cinema da pop corn e sensazionalismo, dove non serve accendere il cervello, se dal ciclo naturale che spesso vivono i veri film d’autore, per cui la vera consacrazione arriva solo dopo un festival del cinema o una premiazione. La risposta che mi do è che la verità comprende tutt’e tre questi aspetti, e ciò che ne consegue non può che essere un’altra domanda: che se ne torni a parlare in caso di vittoria agli Oscar?

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