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Iran, la presidenza Rouhani ad un bivio

L’argomentazione iraniana è abbastanza lineare nel suo realismo ammantato di toni concilianti: se salta l’Iran, salta il diaframma che separa l’Europa dal jihadismo e dal caos afghano-pakistano.

La recente dichiarazione del presidente iraniano Rouhani riguardo a un possibile blocco navale dello stretto di Hormuz ha aumentato ancor più il livello di nervosismo in Medio Oriente, mentre continuano ad aleggiare pesanti interrogativi dopo l’uscita degli Stati Uniti dall’accordo quadro sul nucleare iraniano e l’annuncio di nuove sanzioni di proporzioni “mai viste prima”.

È veramente plausibile che l’Iran si arrischi a chiudere alla navigazione il braccio di mare che collega il Golfo Persico al resto dell’Oceano Indiano, servendo su un piatto d’argento il casus belli che alcuni governi nemmeno troppo segretamente attendono?

Su un piano di scelta razionale, un conflitto totale con l’Iran non viene davvero contemplato nemmeno da buona parte dei vertici militari americani perché, per essere efficace, un’azione di terra dovrebbe comportare un dispiegamento spaventoso di mezzi, risorse e soldati. Non sono però da escludere attacchi aerei calibrati che dovrebbero avere la funzione di mettere in ginocchio il Paese, colpendone alcune infrastrutture principali e in particolare le principali linee di produzione industriale.
D’altro canto, manca agli Stati Uniti una chiara alternativa politica per realizzare il “cambiamento di regime” vagheggiato da molti analisti, consiglieri e opinionisti variamente assortiti: impresentabile il gruppo dei Mujahidin del popolo, inesplicabilmente dotato di agganci e di credito politico nel Parlamento europeo e in quello italiano; inaffidabili i gruppi della diaspora assorti in improbabili nostalgie monarchiche.

Gli USA potrebbero però continuare a fare ciò che in effetti sono riusciti a fare negli ultimi anni, anche sotto la presidenza Obama: lasciare in piedi il sistema politico iraniano, ma mantenendolo in una situazione di relativa impotenza. Il governo iraniano, e in particolare il presidente Rouhani, cerca oggi di spiegare come questa strategia di indebolimento del regime non colpisca solo l’attuale classe politica, ma la capacità di azione dello stato iraniano nel mantenimento dell’ordine interno e regionale.

L’indebolimento dello stato iraniano, secondo il punto di vista di Teheran, provocherebbe un security fallout (cioè una ricaduta in termini di sicurezza) per i paesi europei, e non solo per quelli mediorientali. Gli ambiti critici paventati sono tre: il contenimento dei gruppi jihadisti stanziati in Iraq e Siria, il controllo delle rotte migratorie legate al subcontinente indiano, e soprattutto la lotta al narcotraffico centrato su Afghanistan e Pakistan, con le sue ben note connessioni al commercio di armi.

L’argomentazione iraniana è abbastanza lineare nel suo realismo ammantato di toni concilianti: se salta l’Iran, salta il diaframma che separa l’Europa dal jihadismo e dal caos afghano-pakistano.

La presidenza Rouhani cerca così di giocare le carte rimaste a sua disposizione, anche per fronteggiare i falchi interni che ritengono un errore aver perseguito una lunga e faticosa negoziazione con i paesi occidentali. Le tensioni per l’attuale presidente potrebbero in effetti più rapidamente sorgere proprio dal versante interno a causa della difficile situazione economica, esasperata dal sistema delle sanzioni e dal crollo del riyal, la valuta locale, nei confronti del dollaro USA e dell’euro.

Le proteste alla fine di dicembre 2017, improvvidamente etichettate come manifestazioni per la democrazia, avevano già espresso l’ampio malcontento di alcuni strati della popolazione, spesso strumentalizzato dalle fazioni di tendenza ideologica “principalista” e quelle legate all’ex presidente Ahmadinejad. Le manifestazioni di queste settimane stanno invece coinvolgendo i bazaari, cioè la corporazione dei mercanti del bazaar, che tradizionalmente ha giocato un ruolo centrale nei meccanismi di determinazione dei prezzi, di approvvigionamento dei centri urbani, e di incontro tra domanda e offerta per molte categorie di merci, oltre a una funzione tutt’altro che accessoria nei meccanismi di credito e circolazione di capitale.

Generalmente conservatori dal punto di vista culturale e politico, i mercanti del bazaar hanno giocato un ruolo chiave nella rivoluzione del 1979 e da allora non hanno fatto venire meno il loro sostegno al “sistema ibrido”, insieme democratico e clerocratico, della repubblica islamica. È presto per capire il decorso dell’attuale fase, ma la plateale manifestazione di insofferenza dei mercanti del bazaar nei confronti della presidenza Rouhani e delle sue politiche neoliberiste apre una nuova increspatura e solleva l’interrogativo su chi e cosa verrà dopo l’attuale presidente.

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