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#metoo_much, l’accusa di violenza sessuale su Internet è già condanna

Le accuse non vengono più formulate da avvocati davanti ad un giudice e decise da giurati scelti, ma rese pubbliche con un post su Facebook o Instagram.

Lo scandalo Weinstein ha portato alla luce, anzi per restare in tema, ha messo a nudo, anni di vessazioni, angherie e violenze sessuali su aspiranti o anche affermate attrici.

Finalmente si sono aperte le dighe e decine, centinaia di persone, per la maggior parte donne, hanno trovato il coraggio di denunciare i loro aggressori. Nel campo del cinema, ma anche in molti altri, decine di uomini sono stati denunciati e allontanati dai set, dalle regie, dal loro lavoro. La cosa mi sembra giustissima.

Col passare del tempo però, ed è quello di cui vorrei parlare, c’è stata una evoluzione molto pericolosa: dalle aule dei tribunali, luogo deputato alla discussione di accuse e difese, si è passati ad un teatro ben più vasto: Internet.

Le accuse non vengono più formulate da avvocati davanti ad un giudice e decise da giurati scelti, ma rese pubbliche con un post su Facebook o Instagram.

Nella religione ebraica, se ricordo bene, c’è un periodo particolare che inizia nel mese di Ellul, da Rosh HaShanah (il capodanno) fino a Yom Kippur (il giorno dell’espiazione) durante il quale è più facilmente possibile redimere i propri peccati, con offerte, preghiere ed altri modi. Solo due peccati non si possono redimere, perché considerati “definitivi”: l’omicidio e la diffamazione.
Mentre per il primo è facile capire perché sia definitivo, la diffamazione è una forma più subdola ma altrettanto efficace per distruggere una persona in maniera irrimediabile.

Pubblicando su Internet una accusa di violenza sessuale, si fornisce al popolo della rete la possibilità di giudicare e condannare una persona senza un reale giudizio. Le esecuzioni diventano sommarie, l’accusa non può essere verificata, la condanna è extragiudiziale, specie in questo momento di elevata sensibilità che rasenta l’isteria.

Poi ci sono gli eccessi. Accuse fabbricate con malizia fanno in un attimo il giro del mondo, vengono riprese dalle agenzie di stampa e dai giornali; giusto di ieri la storia dello scontrino di un ristorante in Texas che riportava, scritta a mano, una nota dove i clienti si rifiutavano di pagare la mancia al cameriere perché arabo e – secondo loro – terrorista. Oggi la notizia è risultata falsa, la nota era stata scritta dallo stesso cameriere, ma nel frattempo il suo post aveva avuto 18.000 condivisioni e più di 7.000 commenti di sostegno.

Questa “gogna” in real time che è Internet ha effetti devastanti anche in molte altre situazioni.

L’attrice Scarlett Johansson ha dovuto rinunciare a recitare la parte di un trans perché un’attrice (o attore) trans ha ritenuto corretto lamentarsi in rete affermando che la parte doveva andare ad un trans e non ad una attrice eterosessuale. La lamentela è diventata virale e l’attrice si è ritirata.
Se continuassimo in questa direzione, solo un inglese potrebbe recitare re Lear di Shakespeare, solo una persona di colore l’Otello e solo un ex presidente potrebbe impersonare il Presidente degli Stati Uniti (anche se probabilmente chiunque potrebbe far meglio di Trump…).

Il giudizio non è più sulla capacità, professionalità ed esperienza dell’attore, ma sulla sua appartenenza ad un gruppo sociale/religioso/politico/sessuale.
Credo che questo sia più classista, razzista e socialmente pericoloso del rischio di far recitare ad una attrice eterosessuale il ruolo di un trans.
Insomma, la rete non è il luogo dove ottenere vendette personali, ma piuttosto un luogo di dibattito, di discussione e di conoscenza delle problematiche generali che attanagliano la nostra società ormai globale e dei suoi mali, che sono moltissimi.

La diffamazione è, come dice un amico avvocato, “una brutta bestia” e Internet sembra invece essere diventato il luogo dove questa bestia si nutre e si riproduce velocemente.

Per tornare al #metoo, non esistono scusanti per un abuso sessuale. Non importa quale sia stata la circostanza o la compiacenza interessata ma non certo spontanea. Va perseguito a fondo senza attenuanti.
Lasciamo però alle aule dei tribunali la discussione dei reati e ai giudici la sentenza.

Oliviero G. Godi

* Oliviero G. Godi è laureato alla Columbia University di New York, insegna al Politecnico di Milano e ha tenuto corsi alla Naba di Milano, alla Bezalel Academy of Art ad Architecture di Gerusalemme e all’Istituto Internazione di architettura di Lugano. Ha ricevuto due medaglie dei Presidenti della Repubblica Italiana per meriti accademici e didattici.
È collaboratore di BergamoNews su problematiche architettoniche/urbanistiche (e non solo).

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