Uliano e il rapporto con Marchionne: “Geniale e coraggioso, lascia eredità pesante” - BergamoNews
L'intervista

Uliano e il rapporto con Marchionne: “Geniale e coraggioso, lascia eredità pesante”

Il segretario bergamasco della Fim Cisl nazionale racconta la sua esperienza al fianco del manager scomparso mercoledì all'età di 66 anni: “Mi ha sempre stupito per la schiettezza nella lettura della realtà”.

Era un manager geniale, coraggioso e determinato. Ci si poteva anche scontrare in certe situazioni ma senza arrivare al litigio perchè era sempre convinto nelle sue argomentazioni”: Ferdinando Uliano, segretario nazionale bergamasco della Fim Cisl con delega alle questioni che ruotano attorno al mondo Fiat, descrive così Sergio Marchionne, scomparso mercoledì 25 luglio all’età di 66 anni a Zurigo, dove era stato ricoverato per un intervento alla spalla.

A Roma dal 2012, Uliano ha potuto seguire passo dopo passo la seconda fase della trasformazione che il manager di Chieti ha portato all’interno del gruppo FCA.

Uliano, che rapporto aveva con Marchionne?

Un rapporto diretto. Mi ha sempre stupito per la schiettezza nella lettura della realtà, senza mai nasconderci nulla anche quando le cose non andavano benissimo. È sempre stato in grado di disegnare alternative, in termini di strategia e visione, che tenessero in considerazione livelli occupazionali e salvaguardia degli stabilimenti. Voleva un patto forte con il sindacato, chiedendoci di eliminare veti ideologici in cambio di rispetto e di determinazione nell’attuazione degli accordi. Nell’ottobre del 2012 ci incontravamo a Mirafiori per discutere del futuro del gruppo: ci disse che aveva deciso di non chiudere stabilimenti ma che avrebbe cambiato molto nelle scelte di produzione. Una scelta non per deboli di cuore ma che ripagò, nonostante il giorno seguente i mercati penalizzarono l’azienda.

Come lo descriverebbe?

Sicuramente geniale, poi coraggioso e determinato. Ha preso tra le mani due aziende praticamente fallite, Fiat e Chrysler, unendole, ha creato una realtà vantaggiosa per tutti. Non gli è riuscita solo l’operazione con General Motors che avrebbe creato un contesto di azienda globale ancora più grande.

Perchè Fiat, sotto la guida di Marchionne, è diventata un’azienda globale.

Globale perchè oggi FCA non si può considerare solo italiana o solo americana, anche se è curioso come gli italiani la vedano più a stelle e strisce e gli americani come tricolore. Nel 2004 ha salvato Fiat, poi su invito di Obama ha rilevato Chrysler dopo il fallimento della gestione tedesca: ne ha salvaguardato la particolarità portando il suo know how in termini di organizzazione della produzione e del lavoro. Le due realtà si sono intrecciate alla perfezione, portando la redditività in Europa dai -700 milioni di euro del 2012 agli attuali +600 milioni. Si sono fatte sinergie produttive a 360 gradi che hanno cambiato il modo di stare sul mercato.

In che senso?

Sono cambiati i modelli: Alfa oggi vende in Europa, Usa e Cina, Renegade è la prima Jeep prodotta in Italia, a Melfi, e poi finisce principalmente in America del Nord. Si è scelto di produrre modelli in grado di aggredire il mercato internazionale, magari facendo meno macchine ma con una complessità maggiore che richiedono l’impiega di più operai.

Con lui siete arrivati a definire accordi fondamentali.

L’azienda si è trasformata e abbiamo fatto dei buoni accordi: l’alternativa era chiudere tre stabilimenti e lasciare a casa 40mila persone. La scelta è stata invece quella di rivedere la logica organizzativa del lavoro, affrontando anche nodi importanti per arrivare al salvataggio dell’azienda, alla salvaguardia dell’occupazione e a riconoscimenti in termini di salario. Nel 2015 abbiamo sottoscritto il primo contratto aziendale dopo 19 anni. Nel 2012 il 20% della produzione riguardava auto di fascia alta. Oggi sono il 64%. Un effetto che ha determinato recuperi occupazionali e i numeri lo testimoniano.

In che modo?

All’arrivo di Marchionne nel 2004 il gruppo, Fca, Cnhi, Ferrari e Sevel, contava 179.040 dipendenti nel mondo e 83.320 in Italia. Nel 2012 ce n’erano già 110mila in più nel mondo e 3.224 in Italia, arrivando lo scorso anno a toccare rispettivamente +130mila e +3.500. Poi ci sono i dati sulla cassa, passata da 32milioni di ore alle 6 dello scorso anno. Siamo quasi alla piena occupazione.

Vi siete mai scontrati?

Con lui ci si poteva anche scontrare ma era abbastanza determinato nelle sue argomentazioni, difficilmente si arrivava al litigio vero e proprio. La voglia di trovare l’intesa c’era sempre.Nell’ultimo anno l’azienda ha rallentato gli investimenti e noi per questo l’abbiamo criticato. Il loro obiettivo era quello dell’azzeramento del debito, ovviamente importantissimo, ma che ha fatto slittare gli investimenti e l’annullamento della cassa. Nel piano lanciato a giugno, però, Marchionne ha riproposto investimenti in Italia, assicurando che si arriverà alla piena occupazione e che 9 nuovi modelli su 11 che saranno lanciati in Europa verranno prodotti in Italia.
Poi è capitato che noi non firmassimo un contratto di erogazione salariale che ritenevamo bassa, dichiarando il blocco degli straordinari: quella volta si irrigidì e minacciò di bloccare il trasferimento a tempo indeterminato di 500 lavoratori. Due anni fa, infine, l’ho provocato su Pomigliano, chiedendogli che cosa c’entrasse la produzione della Panda all’interno del polo del lusso. In realtà volevo solo capire come avrebbe risolto il problema occupazionale: mi rispose che avevamo salvato lavoro e fabbrica ma che quel modello bisognava continuare comunque a produrlo. Occupazione e fabbriche sono sempre state al centro dei suoi pensieri e lo dicono i numeri. Il suo cruccio è sempre stata la reazione della gente: negli Stati Uniti accolto da Obama ed esaltato dai lavoratori, in Italia insultato perchè faceva accordi.

Cosa mancherà nei rapporti sindacali in Fiat senza Marchionne?

I problemi ci saranno sempre ma la condizione lasciata da Marchionne è completamente diversa. I numeri dicono che questa era un’azienda fallita, con due miliardi di debiti all’anno, con pochi modelli e il 30% degli operai in cassa integrazione mentre oggi ci troviamo più dipendenti, una cassa limitata e un piano strategico di rilancio e destinazione di nuovi prodotti. Ha sempre lavorato in squadra, la stessa che ha accolto una eredità importante. La prima cosa che abbiamo chiesto a Manley (l’attuale amministratore delegato di Fiat Chrysler Automobiles ndr) è stato di rispondere ai dubbi già sollevati sulla futura centralità dell’Italia facendo partire il nuovo suv Alfa a Mirafiori e il mini suv Alfa a Pomigliano. A settembre sapranno darci risposte più sicure ma le variabili sono davvero tante: l’uscita di Marchionne ha accelerato un processo già in corso ma i temi della mobilità, delle motorizzazioni elettriche e la grande incognita della politica sui dazi di Trump aprono grossi interrogativi su tutto il sistema.

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