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Gigi Riva: “Atalanta e Sarajevo, legame profondo, il mio derby del cuore”

Gigi Riva, editorialista del Gruppo Espresso, attende con particolare trepidazione la sfida: il suo cuore è diviso tra il nerazzurro della sua città natale e il legame con la capitale bosniaca nato durante il periodo da inviato di guerra per Il Giorno.

Il calcio nei Balcani è sempre stata una cosa seria.

Talmente seria che, ancora oggi, da Lubjana a Skopje si narra che sia stato un calcio di rigore a mettere la parola fine sulla storia della Jugoslavia.

Quel rigore, calciato a Firenze nei quarti di finale di Italia ’90 da Faruk Hadžibegic e parato dal portiere argentino Goycochea, è stato un doppio dramma, prima sportivo e poi politico: la Nazionale di calcio in quel momento sembrava rappresentare l’ultimo appiglio per un Paese che aveva già dimostrato di non voler più essere tale.

Oggi, nella ex Jugoslavia, il calcio non ha più il blasone di fine anni ’80-inizio ’90 ma continua a produrre talenti e ad essere uno straordinario elemento di coesione sociale: ecco perchè l’Atalanta, giovedì sera al Mapei Stadium, dovrà fare attenzione all’Fk Sarajevo, formazione forse non troppo temibile sul piano tecnico ma che sicuramente non verrà in Italia per una gita.

Ne conosce benissimo la tradizione Gigi Riva, giornalista bergamasco editorialista del Gruppo Espresso, che nella capitale bosniaca è stato inviato de “Il Giorno” durante il conflitto che ha devastato i Balcani negli anni ’90 e che sulla storia di Hadžibegic ha scritto un fortunato romanzo (“L’ultimo rigore di Faruk”): “Sarà un po’ il mio derby del cuore e comunque vada avrò perso – commenta – Tiferò per i nerazzurri, ma sono pronto a consolare i miei amici sarajevesi. Della squadra attuale so poco, ad esempio che è in mano a un ricco imprenditore malese. Ma nella formazione pre-conflitto i giocatori più rappresentativi sono diventati miei amici: parlo proprio di Faruk Hadžibegic, che vinse il secondo e ultimo scudetto dell’Fk e che è nato e cresciuto in squadra, essendo il figlio del custode del campo. Poi Asim Ferhatović, centravanti della squadra al quale oggi è dedicato lo stadio dove si giocherà il ritorno, e Safet Sušić, forse il giocatore più talentuoso della storia jugoslava. Pensate che avrebbe dovuto venire in Italia ma firmò sia per il Torino che per l’Inter e saltò tutto: alla fine lo prese il Paris Saint Germain e nel 2010, in un sondaggio di France Football, i tifosi lo hanno eletto miglior straniero che abbia mai calcato l’erba del Parco dei Principi”.

Nel decennio che precede la guerra Sarajevo tocca i punti più alti della sua storia: “La città viveva un momento d’oro e si identificava nell’Fk – continua Riva -. Ma non c’era solo il calcio, che nel 1984 vinse lo scudetto: nel 1979 il Bosna, la squadra di basket guidata da Bodgan Tanjevic, vinse l’Eurolega, sempre nel 1984 furono organizzate quelle che allora erano state le migliori Olimpiadi invernali della storia. Oggi non è più così, perchè il calcio bosniaco non ha mai più toccato livelli simili: i migliori prodotti locali preferiscono emigrare all’estero per giocare e il campionato mantiene interesse solamente per la passione per la gente. Ecco la passione per lo sport è rimasta intatta: calcio, pallacanestro e anche la pallamano riescono a fermare un’intera città”.

L’Atalanta dovrà stare attenta soprattutto al fattore emotivo e all’orgoglio sarajevese: “Affronterà una squadra con un grande attaccamento alla maglia e con l’agonismo che da sempre contraddistingue gli atleti slavi. Per questioni economiche non credo che vengano molti tifosi a Reggio Emilia. Discorso differente per la gara di ritorno, dove l’ambiente sarà senza dubbio caldo ma non credo pericoloso. I bosniaci sono ghiotti di calcio italiano e hanno un grande senso di ospitalità e rispetto per le squadre straniere. A quanto mi risulta gli unici scontri in città a causa del calcio ci sono in occasione del sentitissimo derby contro l’FK Željezničar”.

Per la trasferta di Sarajevo Riva è sicuro che a raggiungere la capitale bosniaca saranno davvero in molti: “Mi aspetto tanti bergamaschi e non solo tifosi dell’Atalanta – sottolinea – Bergamo ha un forte legame con Sarajevo dai tempi della guerra: qui venne istituito il comitato di accoglienza per i rifugiati che accolse migliaia di famiglie dalla diaspora. Ci sono molti ragazzi di origine sarajevese nati a Bergamo e non so per chi faranno il tifo. E viceversa il nome Atalanta è molto famoso a Sarajevo da prima che i recenti risultati sportivi lo portassero alla ribalta: c’è una quota della città che porta Bergamo nel cuore per ciò che dicevamo prima e mi aspetto che i tifosi nerazzurri siano accolti anche con simpatia”.

Legami stretti, che mettono radici e a volte ritornano: come nel 2016 quando l’Atalanta ingaggiò Erwin Zukanovic, sarajevese cresciuto nello Željezničar che sotto le bombe della guerra ha iniziato a muovere i primi passi da calciatore nel Klub Bubamara, che tradotto in italiano significa “Coccinella”. Una scuola calcio fondata dall’ex calciatore slavo Predrag Pašić, che nel bel mezzo dell’assedio della città di Sarajevo, raggruppò il maggior numero di bambini possibile con l’unico scopo di farli divertire, a prescindere dalla loro provenienza.

Un’accademia che ha formato un’intera generazione di calciatori nel campo di Skenderija, praticamente al fronte e sotto il tiro dei cecchini: era il calcio che ancora una volta non voleva arrendere alle differenze che stavano facendo implodere la Jugoslavia.

Era il carattere che ancora oggi, in attesa di ritrovare il talento, è il punto di forza di Sarajevo.

(ph. Julian Nyča)

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