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Perché non possiamo rimanere insensibili davanti agli occhi di Josefa

Se guardando gli occhi frantumati di Josefa, estratta dalle acque che, per poco non hanno strappato anche la sua di vita insieme alle altre due, non proviamo nulla, siamo persi

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Un barcone, uno dei tanti.

Uno dei mille, sempre la stessa storia.

“Arrivano, in 300 su un barcone e pretendono di essere salvati, ci credo che poi affogano tutti, e noi dobbiamo intervenire? Con i nostri soldi? Stiano a casa loro, la guerra non c’è davvero e poi nemmeno qui c’è lavoro.”

Ho amato la politica come potrei amare una sorella, un’ amica più grande che ti mostra le sue stronzate, fatte negli anni, dicendoti di stare attenta.

Ho sempre avuto la sensazione e, forse, la sicurezza che fosse proprio la politica ad essere la soluzione di tutto. Nel momento in cui l’avrei capita sarei riuscita ad entrare nel meccanismo che l’accerchia; sarei riuscita non a risolvere, ma almeno a capire ed interpretare ciò che mi stava attorno, amandolo. Se prima sentivo le farfalle nello stomaco quando il profumo di un dibattito si avvicinava al mio naso, ora mi si stringe lo stomaco, mi si contorcono le budella fino a farmi venire la nausea, quando capisco che, senza partito preso o posizione, tutti sono diventati robot di statistiche apprese da link di Facebook e verità sputate da qualche acchiappa consensi senza più umanità. Io amante della notizia e dell’attualità, fonte di notizie per tutti i miei amici curiosi, ma non abbastanza da cercarsele da soli, non mi informo più. Divento nervosa quando lo faccio.

Odio questa parte di me, quella che sta zitta e non replica più, spenta da un sistema che a sua volta sta spegnendo la passione degli uomini per sostituirla con odio, disprezzo e false notizie.

“Che arma a doppio taglio il web” penso tra me mentre scrivo questo articolo, “mezzo di diffusione di notizie potente, e come ogni cosa potente utilizzata spesso invano da chi ha appena imparato ad armeggiarla.” I link di Facebook, come detto prima, dal titolo agghiacciante diventano l’unica fonte di notizie, e i video di 30 secondi di politici che cambiano i loro valori come io cambio taglio di capelli la loro conferma. Notizia di poco fa quella della nave spagnola Open Arms intervenuta successivamente alla mancanza di soccorso delle navi libiche verso 2 donne e un bambino. Il bambino, trovato nudo e spoglio di qualsiasi forma di amore su un pezzo di legno. La donna, vicino al bambino che non avrà mai un nome, nemmeno lei ce l’ha fatta.

E poi la seconda donna, lei un nome ce l’ha: Josefa.

Testimone, fortunatamente (o forse no, certe cose sarebbe meglio non averle mai viste e in caso scordarle) di ciò che è successo. Annalisa Camilli, giornalista dell’Internazionale, a bordo della nave per il soccorso nel mediterraneo le ha parlato. Solo in questi giorni Josefa sta recuperando la voce, dopo l’ipotermia e il trauma, parlare non era facile. “Abbiamo passato in mare due notti e due giorni” ha raccontato inizialmente, con voce rotta, a quella che dev’essere diventa la sua confidente Annalisa. “Gli arti inferiori non si sono ancora ripresi completamente, l’ipotermia che l’aveva ormai avvolta li ha bloccati, ma lentamente se ne sta reimpossesando, è una donna forte” hanno raccontato i medici una volta sbarcata a Palma Di Majorca. Hanno chiamato prima la Spagna, il loro stato di bandiera, poi la Libia e infine l’Italia. Così ha spiegato il comandante dell’Open Arms.

Ma tutto sembra interminabile, nessuno che sa dare indicazione precise, infinite polemiche burocratiche che comportato indecisione e smarrimento per l’equipaggio a bordo.

Solo dopo 4 giorni di viaggio la nave è riuscita ad approdare in un porto.  Come sono andate le cose ancora non è chiaro, e non sono un magistrato e nemmeno un procuratore, c’è chi se ne sta occupando, nel frattempo la Open Arms sta denunciando l’Italia e la Libia per mancanza di soccorso. Ma di una cosa sono certa.

Se guardando gli occhi frantumati di Josefa, estratta dalle acque che, per poco non hanno strappato anche la sua di vita insieme alle altre due, non proviamo nulla, siamo persi. Se nei suoi occhi non vedi quelli di tua mamma sul divano che ti accarezza i capelli dopo una brutta giornata, se non vedi gli occhi della salumiera del negozio in paese, o quelli della signora del piano di sotto tanto scorbutica quanto dolce quando vuole, allora hanno vinto loro. E Josefa non vale un cazzo, come non valgono un cazzo i migliaia morti (che dall’inizio del 2018 sono 1800 circa, aumentati in proporzione agli sbarchi dell’anno passato) che continuano a riversarsi nelle nostre acque.

Riconoscere una vita in questa donna non vuol dire essere “buonisti” o “in accordo con l’immigrazione irregolare”. Vuol dire ciò che più scontato può essere: dare dignità ad una vita. La vita non ha partito e nemmeno colore.

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