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Paolo Fresu: “Io, ancora ostinato, a Bergamo col mio quintetto” fotogallery

Bergamo Jazz Festival si veste d'estate, per la prima volta. Fra poco, stasera protagonista il Paolo Fresu Quintet, fondato dall’omonimo trombettista e flicornista. Sul palco anche Tino Tracanna, sassofonista, Roberto Cipelli, pianista, Attilio Zanchi, contrabbassista, Ettore Fioravanti, batterista.

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Bergamo Jazz Festival si veste d’estate, per la prima volta. Il 18 e il 19 giugno, due serate di musica jazz dal vivo nella suggestiva location del Lazzaretto di Bergamo. Fra poco, stasera protagonista il Paolo Fresu Quintet, fondato dall’omonimo trombettista e flicornista. Sul palco ci saranno anche Tino Tracanna, sassofonista, Roberto Cipelli, pianista, Attilio Zanchi, contrabbassista, Ettore Fioravanti, batterista. Il quintetto vanta più di tre decenni di musica, una lunga discografia e tanti successi. Una storia iniziata con Paolo Fresu, sardo di origini, internazionale di adozione, il musicista gira il mondo e  porta con sé la propria musica.

Maestro Fresu, il quintetto ha ormai più di trent’anni di attività. Come è iniziata la vostra storia?

Sono ben 35 anni. Tutto è iniziato nel 1982, in quel periodo ero a Siena, che al tempo era l’unica realtà in Italia a ospitare corsi di jazz. Lì ho conosciuto Roberto Cipelli, il pianista del
gruppo. Roberto a sua volta conosceva Tino Tracanna e Attilio Zanchi. Un giorno ci incontrammo in autostrada, in una stazione di servizio. Da questa chiacchierata è nato il gruppo a cui si aggiunse Ettore Fioravanti, il batterista, con cui già collaboravo a Roma. Dal 1984 non ci siamo più fermati.

Il primo album della vostra discografia è “Ostinato”, un termine che indica una particolare modalità di esecuzione. Cosa determinò la scelta a tempi?

Scrissi un brano con lo stesso titolo, un reef sul quale si costruiva tutta la melodia. Per questo chiamai l’album “Ostinato”. Forse la scelta del nome non è stata del tutto casuale. È stato un
lavoro lungo, il segno di un’ostinazione a voler andare avanti per lungo tempo. Ed effettivamente è andata così.

Lei è musicista, quindi esecutore, compositore e anche professore? A quale di questi ruoli non potrebbe mai rinunciare?

Non rinuncerei mai ad essere sul palco. Mai. Per me il ruolo di compositore è relativo, ma potrei anche esibirmi suonando la musica di altri, cosa che faccio anche ora. Non mi vedrai mai come
un insegnante che non suona o come un compositore che scrive musica a casa, in solitudine. Ho il continuo bisogno di comunicare e di trasmettere quello che sento agli altri. Lo faccio usando questi tre linguaggi, ma non potrei mai arrivare allo stesso risultato senza suonare la mia tromba.

Sapevo che avrebbe risposto in questo modo. La tromba è parte vitale di lei, come artista e come uomo legato alla propria terra di origine, la Sardegna. Dico bene?

Sì, dici bene. Del resto, la Sardegna è un’isola, la mia isola. La musica non è altro che un’estensione della relazione con l’isola che nel mio caso non è troppo conflittuale. Torno quando posso. Da trent’anni circa mi occupo del festival di jazz a Berchidda, il paese in cui sono nato. Per cui la Sardegna è sempre presente nella mia attività.

Il suo mestiere, quello del musicista, la porta ad essere spesso in viaggio. Come fa a portare con sé la sua terra?

Lo faccio nel modo più semplice e naturale possibile. Ci sono dei progetti in cui la musica sarda è proprio presente. Altri, pochi in verità, in cui utilizzo strumenti e stilemi della tradizione.
Ovviamente quello che faccio quotidianamente non sempre a che fare con il folklore della musica sarda, ma stranamente alla fine dei concerti le persone mi dicono di aver sentito elementi di musica isolana. Probabilmente è così, nel senso che non lo faccio intenzionalmente: quando suono sono naturale in tutto e per tutto, è normale – credo – che esca parte della mia isola.

(foto di Gian Franco Rota)

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