Quantcast
"Gli imprenditori bergamaschi vendono: la politica batta un colpo e i giovani si facciano avanti" - BergamoNews
Giorgio berta

“Gli imprenditori bergamaschi vendono: la politica batta un colpo e i giovani si facciano avanti”

Giorgio Berta, commercialista e presidente della Fondazione Donizetti, osserva come sia difficile fare impresa in Italia, invita la politica ad intraprendere le misure necessarie e lancia un appello ai giovani: “Impresa non è solo una App”.

Commercialista prima di tutto, Giorgio Berta siede in diversi consigli di amministrazione, e, da presidente della Fondazione Teatro Donizetti ha il compito quanto mai arduo di rimettere a nuovo un gioiello architettonico e simbolo di Bergamo: il Teatro Donizetti. Proprio per questo suo impegno professionale a stretto contatto con le imprese e insieme per il suo ruolo pubblico gli abbiamo chiesto di analizzare un fenomeno che la bergamasca vive ormai con una certa scadenza: la cessione di imprese modello a colossi, magari esteri. Italcementi, Deltamatic, Clinica Castelli, Gruppo Bonaldi… solamente per citarne alcuni.

Presidente Berta, perché queste imprese che sono un punto di riferimento per l’economia bergamasca vendono?
“Bisogna partire dal fatto che con la globalizzazione vengono meno le barriere al commercio e alla comunicazione. E questo ha facilitato il fenomeno delle aggregazioni. Così per le multinazionali, piuttosto che affrontare ex novo nuovi territori, risulta più facile acquistare direttamente le realtà aziendali lì localizzate. In Italia da un lato acquistare è ancora abbastanza vantaggioso, i prezzi ancora relativamente bassi; dall’altro l’imprenditore italiano svolge la propria attività in un contesto difficile, direi avverso e, se trova, vende e incassa i denari frutto di rischi e sacrifici. Infine, le piccole o medie imprese spesso a livello familiare sono passate alla seconda o terza generazione, e queste ultime magari non hanno gli stessi stimoli dei fondatori”.

Un’impresa che vende non è una perdita, e non solo economica, anche per il territorio?
“Nel momento in cui queste aziende cedono a gruppi esteri, è naturale che questi ultimi abbiano meno sensibilità verso il territorio bergamasco perché hanno orizzonti più ampi sui quali agire. Che non necessariamente comprendono quello bergamasco. E poi l’attaccamento al territorio per forze di cose viene meno. Gli imprenditori bergamaschi accanto alla attività professionale hanno spesso avuto un occhio di riguardo al territorio svolgendo un’azione di supporto alle iniziative sociali; nel momento in cui non l’attività imprenditoriale viene meno, è presumibile che si interessino meno alla comunità. Ai proprietari si sostituisce il manager e il manager ha un’ottica di breve , al massimo di medio periodo”.

Quindi Bergamo è destinata a diventare più povera?
“Non necessariamente. Anche se oggi qualche difficoltà il tessuto imprenditoriale la soffre: il livello della burocrazia, della pressione fiscale, i rischi che gli imprenditori si prendono sono elevati. E quindi anche tutto questo fa disamorare della propria impresa e si tende a prendere nuove iniziative. Si preferisce, a volte, amministrare i propri rendimenti finanziari derivati dalla vendita dell’azienda che gestire tutti i grattacapi che comporta condurre un’azienda. Sicuramente, so che è banale perché lo sostengono in molti, ma una prima soluzione per far fronte al fenomeno delle vendite di aziende italiane sarebbe la riduzione di tutta la burocrazia che soffoca l’impresa”.

Quindi, per ridurre la burocrazia, la politica è fondamentale?
“Fondamentale e necessaria: è uno dei suoi compiti. La politica deve fare in modo che le aziende possano lavorare, possano prosperare, possano investire tranquillamente, possano reinvestire i propri utili e possano avere degli incentivi sui propri utili che hanno investito. Soltanto in una situazione di maggiore serenità è possibile che queste tornino ad investire. C’è la necessità quindi che la politica faccia i suoi passi, più di quello che sta facendo oggi, ossia deve semplificare, deve ridurre la pressione fiscale ed incentivare e facilitare la natalità delle nuove imprese perché oggi ne nascono davvero poche. E quelle poche sono delle start up che guardano solamente alla tecnologia”.

Non bastano le start up?
“No, nel modo più assoluto. Non ci sono giovani che fanno impresa. Occorrerebbe istituire una facoltà universitaria specifica. L’università da questo punto di vista dovrà avere un ruolo centrale. Non solo creare dei bravi tecnici (come ora indubbiamente fa), ma anche una classe di giovani in grado di assumere decisioni da non mettere necessariamente al servizio di altri.
In studio da me arrivano sì dei ragazzi che vogliono aprire un’impresa ma la loro idea è sempre una app. Su quel fronte ci sono le agevolazioni. Ma noi, come territorio intendo, siamo sempre stati legati al manifatturiero. E non ho nessun cliente che sia un imprenditore manifatturiero, sotto i 35 anni e di prima generazione. Magari ne arrivasse uno che mi dica: voglio aprire, che so, una fonderia. Due generazioni fa erano tutti imprenditori così: si lanciavano nell’industria , nel commercio. tutte attività con pochi incentivi, grandi investimenti e quindi grandi rischi. C’e chi ha idee ma non ha capitale”.

Qui però si apre il capitolo banche. Un tempo era più facile ottenere un finanziamento, un fido, non crede?
“Una volta, rispetto a oggi, è indubbio che fosse più facile sia per un imprenditore sia per un professionista aprire un’attività. Però il sistema fino allora esistito non è riuscito a tenere di fronte alla crisi. Oggi il credito è selezionato, vengono premiate le iniziative meritevoli, c’è meno propensione anche da parte degli istituti di credito al rischio. Ma credo sia giusto così. Talvolta, oggi, quello che manca è la preparazione dell’imprenditore nell’affrontare professionalmente il tema con le banche. Un tempo un imprenditore chiedeva un fido, la banca sapeva che era una persona seria e concedeva. Oggi chiedere un fido significa portare dei piani, fare in modo che questi piani siano fatti bene, avere dietro di sé persone che abbiamo le competenze per portare a termine ciò che si afferma di saper fare che è più difficile da realizzare rispetto ad una volta. Faccio un esempio: se uno è costretto ad andare all’estero e non conosce la lingua inglese, all’estero non ci va. Un tempo un imprenditore poteva prosperare nel mercato domestico e l’estero era un’eventuale alternativa. Oggi non è più così. Il mondo oggi chiede un grado di preparazione che non è più quello di trent’anni fa. Allora bastava l’idea, l’intraprendenza, l’iniziativa: oggi si chiede un elevato grado di competenza e preparazione; quella legata al prodotto forse non è più sufficiente ”.

Restiamo in tema banche. Un tempo la Popolare di Bergamo e il Credito Bergamasco, prima di diventare i colossi nazionali di oggi, erano più direttamente vicine agli imprenditori bergamaschi?
“Non c’è dubbio. I processi di erogazione del credito sono più complessi ed è ciò che, credo, generi la sensazione di un minor presidio del territorio. Ma è una falsa sensazione. Ripeto il rapporto banca imprese è cambiato e non tornerà ad essere più quello di un tempo.
Penso poi che la stagione delle fusioni e delle aggregazioni tra banche non sia ancora finita. Nemmeno quella attuale è la dimensione ottimale dei gruppi bancari in un mondo globalizzato”.

Lei è commercialista che conosce bene il mondo delle imprese ed è anche a capo di una fondazione pubblica. Che differenze trova?
“L’esperienza che ho avuto e che ho nel pubblico è che esistono molte difficoltà nel fare le cose. Penso al codice sugli appalti che è del tutto inadeguato rispetto a quello che sono le esigenze di oggi e che probabilmente è un freno allo sviluppo delle iniziative. Le norme attuali ti obbligano a pensare prima alle conseguenze in tema delle responsabilità circa le iniziative da assumere e poi alle iniziative stesse. Detto questo devo ammettere che sono rimasto fortemente colpito dal grado di preparazione delle persone che lavorano nel pubblico. Le persone che gravitano attorno alla Fondazione Teatro Donizetti hanno spessore, competenza e voglia di fare e contravvengono a quello che ho sempre pensato a torto: che c’era una certa inerzia nel pubblico. Ecco: io ho trovato persone in gamba”.

Pubblico e privato possono aiutarsi a vicenda?
“L’ente pubblico ha forti legacci. Per le regole che ha, non può fornire grandi contributi all’impresa privata, almeno per come è lo status delle cose. Ed è un problema perché da sempre le infrastrutture sono un volano allo sviluppo. Ma sono altrettanto convinto che l’impresa privata debba essere totalmente slegata dal pubblico. Sicuramente deve essere facilitata nei rapporti col pubblico, che oggi invece sono complessi perché alla base ci sono delle regole spesso ridondanti”.

Vuoi leggere BergamoNews senza pubblicità?   Iscriviti a Friends! >>
leggi anche
cortesi
Emanuele cortesi
“Figli non motivati, assenza di manager, banche esigenti: e gli imprenditori bergamaschi vendono”
Luca Gotti
Luca gotti (ubi banca)
“Bergamo non svende, spesso compra e investe in aziende: la crisi ha seminato bene”
felli imprese
Enrico felli
“In politica la parola impresa sparisce, e ci stupiamo se le aziende vendono?”
commenta

NEWSLETTER

Notizie e approfondimenti quotidiani sulla tua città.

ISCRIVITI