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Quella volta che Montanelli incontrò Papa Giovanni e lo raccontò sul Corriere - BergamoNews
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Quella volta che Montanelli incontrò Papa Giovanni e lo raccontò sul Corriere

L'incontro con Papa Roncalli e le parole di ammirazione: "Altro che 'Parroco', sia pure ' del mondo'. È un grandissimo Papa, da Cinquecento".

Dal Corriere della Sera di domenica 29 marzo 1959

di Indro Montanelli

Quella che segue non è una intervista col Santo Padre: il quale, ovviamente, d’interviste non può concederne. È soltanto il tentativo di abbozzarne alcune caratteristiche umane, come sono balenate ai miei occhi nella conversazione con Lui, un po’ fuori dal protocollo e senza alcuna finalità giornalistica. Non credo di avere il diritto di riportare integralmente ciò che il Papa mi ha detto, ma spero di non commettere indiscrezioni e di non tradire la Sua fiducia riferendomi alle Sue parole per ricostruire certi lati, sia pure minori, anzi minimi, di una personalità che mi è apparsa assolutamente singolare a prescindere dall’altissimo posto che occupa.

Ero piuttosto nervoso, domenica scorsa, quando mi presentai al Cortile di Sant’Anna. Non mi sono mai trovato, in via mia, al cospetto di un Papa; e l’ingresso nelle silenti immensità del Vaticano non è fatto precisamente per infondere disinvoltura e spavalderia al visitatore. C’era, è vero, a ridarmi un po’ di coraggio, la leggenda della estrema semplicità di Giovanni Vigesimoterzo. Ma ci credevo solo a mezzo, perchè, avendo io stesso contribuito più volte a crearne qualcuna, so come queste leggende si formano. E ora, a cose fatte, mi rendo conto che avevo ragione a nutrire qualche dubbio. Non perchè quella semplicità non ci sia; ma perchè attinge a motivi meno semplici, voglio dire meno semplicistici, di quelli che la gente immagina, attribuendola a una specie di agreste e brusca impazienza dell’uomo per le pastoie dell’etichetta. Questo non è soltanto inesatto. È addirittura il rovesciamento della verità. Il titolo di “Parroco del Mondo”, ch’è stato affettuosamente coniato per Papa Roncalli, è pertinente soltanto a mezzo. Egli lo sa e ne sorride: ma non credo che ne sia del tutto persuaso.

Per fortuna, prima di essere ammesso alla Sua presenza, mi fu consentita una lunga sosta nello studio di monsignor Loris Capovilla, ch’era già segretario del patriarca Roncalli, e ora, con le stesse mansioni, lo ha seguito a Roma. È un sacerdote veneziano dal volto ascetico e dallo sguardo vivo dietro le lenti cerchiate di metallo, che occupa un piccolo appartamento sinteticamente e razionalmente arredato al quinto piano dei “soffittoni”.

Egli mi disse subito, del Sommo Pontefice, alcune cose ch’io ebbi la malaccortezza di interrompere per chiedergliene alla rinfusa altre sul cerimoniale da seguire in Sua presenza. Ero ossessionato dal dubbio di cosa dovevo fare, una volta genuflessomi e baciatogli l’anello. Potevo mettermi a sedere, se Lui m’invitava a farlo? Potevo rivolgergli qualche domanda durante la conversazione? E come dovevo chiamarlo, indirizzandomi direttamente a Lui: Santità, Santo Padre, o Padre Santo?

Alla fine monsignor Capovilla si mise a ridere e mi battè fraternamente la mano sulla spalla.

“Guardi – mi disse col suo cordiale e carezzevole accento veneto -, non stia a preoccuparsi di queste cose. Quando si troverà di fronte a Lui, lei farà esattamente, e del tutto naturalmente, quello che deve fare, senza nessuna perplessità e angoscia. Con tante persone che il Santo Padre riceve, e anche fra le più umili, io non ho mai avuto bisogno di fare la lezioncina a nessuno. E nessuno ha mai commesso il minimo sgarro. Tutti, con Lui, trovano spontaneamente gli atteggiamenti e le parole che si addicono a un fedele nei confronti del Sommo Pontefice. Non è vero ch’Egli tolleri o incoraggi le infrazioni al cerimoniale. Fa soltanto in modo che tutti ne applichino le formule, come se fossero quelle che vigono anche nello loro vita privata. Vedrà”.

Il segretario aveva, sul tavolo, delle cartelle bianche, di dimensioni un po’ fuori dell’ordinario, riempite da una scrittura senza esitazioni e fortemente inclinata, vergata a caratteri piuttosto grandi da un capo all’altro del foglio quasi senza lasciar margini, e con pochi o punti accapo.

“Sì – disse leggendo nei miei occhi la curiosità -, è Sua. Scrive i suoi discorsi da sé, currenti calamo, senza cancellature, come vede. Poi li passa ai collaboratori per la trascrizione a macchina. E c’è regolarmente una correzione da fare, sempre quella: il noi al posto di io. Quando legge in pubblico, Sua Santità accetta di dire noi. Ma scrive e pensa io. E anche quando conversa, usa sempre la prima persona singolare. Dice che altrimenti il periodo non gli viene”.

Scendemmo. Ho la vaga impressione di essere passato lungo un corridoio, ma non ricordo bene perchè ero troppo preoccupato. Entrammo nella biblioteca. Immagino che sia molto bella, ma anche di quella ho un ricordo annebbiato. Monsignor Capovilla bussò discretamente a una porta, l’aprì, senza entrare pronunziò il mio nome, e si fece da parte per cedere il passo a Sua Santità, che sopraggiunse immediatamente. E altrettanto immediatamente, come il monsignore aveva previsto, i dubbi, le angosce e le perplessità mi caddero di dosso. M’inginocchiai, baciai l’anello. E quando il Sommo Pontefice m’indicò una poltrona accanto al piccolo sofà sul quale Egli si era seduto, trovi del tutto naturale sedermi anch’io.

La conversazione del resto era già avviata, perchè il Santo Padre mi aveva chiesto subito di dove ero. E, saputolo, aveva obiettato: “Toscano, sì, toscano…Ma le origini della sua famiglia non sono toscane. Sono bergamasche e lomellinesi…”.

E quando gli dissi che questo mi riusciva del tutto nuovo, mi fece con la mano il gesto di aspettare, si alzò (monsignor Capovilla ci aveva lasciati), tornò nella stanza di là, e ne riemerse poco dopo con un breviario in mano. Lo sfogliò alla ricerca di qualcosa e, trovatala, me la mostrò. Era l’immagine di un Montanelli, parroco di Ardesio in quel di Bergamo, Suo coetaneo e compagno di studi, della cui bontà serbava un vivo e affettuoso ricordo: il ricordo della prima gioventù e della vocazione…

Poichè, ripeto, questa non è un’intervista, lasciamo il Santo Padre parlare di quegli anni così lontani, eppure a Lui così vicini. Lo fa con un piacere e un abbandono, sotto i quali trapela una vita affettiva profonda e calda, che ha serbato infatti gli slanci, l’intensità e anche l’innocenza della fanciullezza. Capisco benissimo che, come mi ha detto monsignor Capovilla, Egli non sia soddisfatto di nessuna delle numerose biografie che, da quando è stato eletto Papa, sono fiorite su di Lui, sebbene si sia limitato a sfogliarne con attenzione solo la parte storica, e non abbia mosso rimprovero a nessuno delle loro lacune e inesattezze. A un certo punto, citandomene qualcuna, mi ha detto: “Solo l’occhio del Signore ci vede come siamo, ed è solo quello lì che conta…”.

Il Santo Padre non sta volentieri a sedere, e lo si vede dalla gamba sinistra, che cerca continuamente spazio e lo tasta col piede, come per assicurarsi ogni momento che ce n’è abbastanza per muoversi. Parlando, con una mano si accarezza croce che gli pende sul petto, e con l’altra, a brevi intervalli, si toglie e si rimette lo zucchetto. Ma questi gesti sono pacati, non nervosi; e in vece di suggerire l’impazienza, sottolineano la calma maestà di un uomo che forse non si accorge di averla avuta in dono da madre natura. Non c’è bisogno di grandi doti di osservazione per capire che certe storielle di Sue improvvise incursioni qua e là per sorprendere qualche disfunzione e rimproverarne sbrigativamente i responsabili, anche se non suggerite da malizia, sono del tutto inventate. Dovunque vada, Sua Santità si fa regolarmente precedere da un annunzio appunto per togliere alla sua visita ogni sapore di sospetto e d’ispezione. Egli detesta di tutto cuore ogni forma di fiscalismo, e ha della responsabilità altrui, sia la più grande che la più umile, un rispetto profondo, che talvolta mette un po’ di imbarazzo i suoi più vicini collaboratori. Per esempio, quando esce in automobile, sta attentissimo ai salute della gente, e specialmente dei vigili urbani, per rispondere a tutti, togliendosi il cappello. Non ha il gusto del comando, e cerca di esercitarlo il meno possibile.

La cosa che più lo fa soffrire è di vedere un interlocutore in imbarazzo; e forse è dagli sforzi ch’Egli compie per impedire a chiunque di cadervi ch’è nata la leggenda di una popolaresca spicciatività, che invece non è nelle sue corde. Io non sono molto esperto di storia dei Papi, e quindi non mi azzardo a tentare dei paralleli, che del resto sono sempre ingannatori. Ma a chi voglia cercare un modello di Giovanni Vigesimoterzo – su un piano soltanto umano, ben s’intende -, suggerisco d’andarlo a pescare nel Rinascimento, fra i Papi gran signori, come Lui appassionati d’arte e di storia, e come Lui, e come tutti i gran signori, dal tratto semplice e affabile, indizio di una naturale superiorità che non ha bisogno di darsi importanza, per acquistarne.

Una particolarità che avevo già notato nei suoi discorsi pubblici, e che ora ritrovo, ancora più evidente, in questa conversazione privata, è la ripugnanza del Santo Padre a ogni espressione aspra e aggressiva. Se ci fate caso, Egli, parlando dei pericoli che minacciano la Chiesa e l’eredità di Gesù, non ha mai usato parole scostanti come “persecutori” o “nemici di Dio”. Pensa, probabilmente, che esistano soltanto delle creature umane che le circostanze hanno messo nella triste condizione di aver smarrito il cammino di Dio; ma temporaneamente. Non sono da respingere. Sono solo da compiangere e da aiutare con le preghiere perchè Lo ritrovino.

Me ne ha dato del resto un piccolo saggio parlandomi di Bogomolov, ambasciatore sovietico a Parigi quando Lui era nunzio apostolico. Proprio in questi giorni un settimanale ha raccontato un po’ a modo suo la storia del 30 dicembre 1944, quando l’arcivescovo Roncalli, giunto il pomeriggio di quel giorno ad assumere il suo nuovo posto, si sarebbe precipitato dal generale De Gaulle, contro gli usi diplomatici, per presentargli le credenziali. Lo fece – è stato scritto – perchè altrimenti il successivo 1° gennaio, quando è consuetudine che tutto il Corpo diplomatico vada a porgere gli auguri al Capo dello Stato, il discorsetto d’occasione sarebbe stato tenuto da Bogomolov, come vice-decano, in assenza del decano, ch’è appunto il nunzio, una volta accreditato.

“Non è mica vero, sa? – mi ha detto il Santo Padre sorridendo -. Io arrivai il 30 e, siccome il primo c’era il ricevimento al quale ero invitato, pensai che al più tardi il 31 dovevo presentare le credenziali. Altrimenti, in che qualità ci andavo? Ma in quel momento non pensavo al vice-decano. L’indomani me lo trovai allineato accanto nell’attesa di De Gaulle. Io avevo dietro di me due segretari…Anche lui aveva due, che forse erano segretari…Allora mi presentati. ‘Per il fatto ch’ella sta alla mia destra – dissi – devo pensare che sia il vice-decano del Corpo diplomatico…’. Anche lui si presentò, Era una persona civile e corretta. Gli dissi che la prima visita che avrei fatto nel Corpo diplomatico sarebbe stata per lui, e così fu. Certo non avevamo molto da dirci. Ma parlavamo del tempo e dei tempi…Altre volte mi sono trovato accanto a lui, specie nelle parate militari sul palco d’onore…Un giorno, ricordo, sfilavano molti reparti, ognuno con la sua bandiera. E io, ogni volta che una passava sotto di noi, mi alzavo in piedi. Anche lui allora si alzava. Poi a un certo punto mi chiese se dovevamo proprio alzarci per tutte. Gli risposi che credevo si dovesse fare così dovunque, anche a Mosca, probabilmente…Era proprio una persona gentile…Peccato che la situazione non ci fornisse molti soggetti di conversazione…Capirà…”.

E niente altro, su quella “situazione”. Solo, aggiunge sorridendo: “La cosa più curiosa della mia carriera diplomatica è che io son finito col passare per un furbo, dicendo sempre la verità, solo perchè si riteneva che non fosse la verità. Ma me ne sono accorto soltanto alla fine…”.

Il tratto più caratteristico del Santo Padre quando, di episodio in episodio, rintraccia le tappe della Sua vita, è la convinzione che lo anima, così profonda ch’Egli non avverte nemmeno il bisogno di formularla, che tutto ciò che gli è capitato, gli è capitato al di fuori della sua volontà, e Lui non ha fatto che adeguarvisi, senza nemmeno consultare i propri desideri, ma solo restando fedele a quell’impegno di obbedienza e di remissione che, con fervore del tutto particolare, egli aveva preso con se stesso il giorno in cui fu ordinato sacerdote. Forse è anche questo che gli dà una così tranquilla sicurezza di fronte ad ogni nuovo compito. Quando, per esempio, il Conclave ebbe formulato il suo definitivo verdetto, monsignor Capovilla chiese al Santo Padre che cosa bisognava fare, se aveva qualche commissione da fare, se gli premeva l’invio di telegrammi a questa o a quella persona. “Per ora, facciamo la cosa più semplice, figliuolo mio – rispose il Papa -: prendiamo il breviario, e recitiamo vespero e compieta…”.

Neanche quel po’ po’ di “episodio” lì lo aveva minimamente turbato. E non è affatto vero ch’Egli mostrasse angoscia (una angoscia del resto comprensibile, se l’avesse provata) per i terribili compiti che lo attendevano alla prospettiva di rinchiudersi dentro quelle mura bellissime, maestose, solenni, ma a dire il vero un po’ terrificanti, specie per un uomo attivo come Lui, nonostante l’età, curioso della vita, e carico di un potenziale di simpatia umana difficilmente conciliabile con la remota solitudine di quel palazzo. No, no, se il chiamato era Lui, voleva dire che non poteva essere Lui, e appunto perchè Lui era come era, com’era sempre stato, “disponibile”, da quando la vocazione lo aveva illuminato. “Dal momento – dice – che vidi la Scelta orientarsi su di me, tacqui”. Il sorridente ottimismo di questo Papa, la Sua solare e contagiosa serenità vengono di qui, dalla buona salute di una coscienza che sa di poter accettare tutto, senza tema di turbamenti e logorii.

Credo infatti che non ne abbia mai avuti, nemmeno nella età in cui di solito tutti ne soffrono. E me lo suggerisce un episodio, ch’Egli stesso mi ha narrato e che credo ignorato o quasi della Sua vita. Nel 1908 Egli venne a Roma col suo vescovo Radini-Tedeschi, di cui era segretario a Bergamo, e per il quale ha conservato una reverente e affettuosa ammirazione. Ricorreva il cinquantesimo di sacerdozio di Papa Sarto. E a Bergamo i cittadini – non soltanto i ricchi, ma anche i poveri – si erano spontaneamente tassati per fare un dono al Pontefice. Avevano raccolto venticinquemila lire, somma favolosa per quei tempi, e una delegazione di quaranta persone, fra cui il vescovo e il suo segretario, era venuta a portarle a Roma, in zecchini d’oro appilati su un vassoio d’argento.

Papa Sarto accolse il dono con umiltà, ma senza gioia. Era un uomo malinconico, particolarmente angosciato in quel momento dai fremiti modernisti che serpeggiavano in seno alla Chiesa. E ad essi esclusivamente fece allusione nel discorso di risposta, per poco dimenticandosi di ringraziare. Tanto che poche ore dopo sentì il bisogno di scrivere in una lettera a Radini-Tedeschi perchè si facesse interprete presso tutti i bergamaschi della sua gratitudine. Ma il giovane segretario Roncalli c’era rimasto male. E lo aveva detto al suo vescovo, uscendo dall’udienza: “Credevo che il Santo Padre ci avrebbe dato un po’ di gioia. Invece ci ha dato soltanto tristezza”. Il vescovo lo rimproverò di quelle parole, e Lui chiese scusa di averle osate. Ma quell’episodio gli è sempre rimasto nella memoria, e ancora ogni tanto lo ricorda, pur mescolato alla venerazione per il Suo santo predecessore. Un Papa, secondo Lui, fra i tanti doveri che gl’incombono, ha anche quello di diffondere serenità, non mestizia.

Conservarla, questa serenità, in ogni frangente, non è una impresa facile per nessuno, e non dovette esserlo nemmeno per Lui, in qualche momento. Per esempio quando, nel ’25, lo mandarono a Sofia, che fu il suo debutto in diplomazia. Non gli piacevano né la missione né la destinazione. Il cardinale Gasparri gli disse pressappoco: “Senta un po’, monsignore, mi dicono che laggiù in Bulgaria ci sia una gran confusione. Di cosa si tratti, con esattezza, non lo so. Ma pare che litighino tutti, i musulmani coi greco-ortodossi, i greco-ortodossi coi cattolici, e i cattolici fra di loro. Vuole andare lei, a vedere un po’ di cosa si tratta?”.

Riferisco queste parole perchè sono tipiche di quel gran cardinale e segretario di Stato, accreditato poi dalla leggenda come una specie di Macchiavelli tortuoso e sottile. Neanche per idea. Era un grande diplomatico, ma al di fuori della convenzione, e i problemi li trattava così, con questo linguaggio casalingo.

Roncalli quella volta avrebbe voluto rispondere di no: la idea della Bulgaria per le difficoltà che implicava non lo attirava punto. Ma poi si ricordò di essere “disponibile”. E andò, solo, senza neanche un segretario, senza conoscere la lingua, senza sapere quasi nulla del Paese. “L’indomani del mio arrivo – mi ha raccontato -, preparandomi alla Messa nella disadorna cappella, vidi, oltre la finestra, un ramo di pesco che fioriva. Invece di provarne gioia, pensai: sta’ a vedere che mi toccherà di vederlo fiorire anche l’anno venturo. E il Signore, quasi per punirmi di questo accenno di pessimismo, me lo fece rifiorire a primavera per dieci anni di seguito”. Con questo criterio il Santo Padre interpreta i passaggi della sua carriera. Ma il popolo di Bulgaria è rimasto nel suo cuore con vibrazioni di tenerezza, da fargli dire: “Ogni giorno, una parte del mio breviario è per i Bulgari”.

Dopo Sofia, venne, come delegazione apostolica, Costantinopoli. Altri dieci anni, ma pieni di cose da fare, e riscaldati dalla cura d’anime. Nel ’44, quando ricevette dal Vaticano un telegramma, era solo in casa, e si provò a decifrarlo: cosa che generalmente fa il segretario. Ma quando gli risultò che si trattava del suo trasferimento in qualità di nunzio a Parigi, ch’è l’apice della carriera diplomatica ecclesiastica, credette di essersi sbagliato, finchè dovette convincersi ch’era proprio così da una più lenta e oculata lettura.

In brevissima sosta a Roma prima di raggiungere la nuova sede, chiese a qualcuno come mai s’era pensato a lui per Parigi. Al che gli fu risposto sbrigativamente: “Ah, caro mio!…Non so come sia andata questa Sua nomina. Comunque, vada…vada su dal Santo Padre…”.

Il Santo Padre era indaffaratissimo, e lo ricevette con queste parole frettolose: “Ho soltanto sette minuti da dedicarle. Voglio dirle che Lei non deve a nessuno questa nomina. Ci ho pensato io. Ho pregato. E mi sono deciso…”. “Quando è così, Padre Santo – rispose il nuovo nunzio -, gli altri sei minuti sono superflui…”. E partì.
È lui stesso che mi racconta queste cose, sorridendone bonariamenteda uomo che non ha voluto né desiderato nulla, e si è limitato a tenersi “a disposizione”. Dimentica soltanto di aggiungere che, eletto Papa, una delle prime decisioni che prese fu quella di spingere il suo occhio alla ricerca dei collaboratori più preziosi dell’azione displomatica della Santa Sede, e di dare ad essi, e a una schiera di vescovi, il cappello cardinalizio.

Sul finire della conversazione, parla ancora di questa sua straordinaria avventura ch’Egli è il solo a considerare del tutto normale, sempre tastando lo spazio col piede sinistro guantato dalla pianella di broccato rosso, con una mano carezzandosi la croce che gli pende sul petto, e con l’altra, a intervalli regolari, togliendosi e rimettendosi lo zucchetto. Era vero, quello che mi aveva detto monsignor Capovilla. Di fronte a Lui, liberato da ogni perplessità e angoscia, io facevo esattamente e del tutto naturalmente e del tutto naturalmente quello che dovevo fare. Mi pareva di prendere nelle sue parole un bagno di serenità, e il problema di come interromperlo e interpellarlo non mi si presentava, perchè nemmeno si presentava la tentazione di farlo.

Sì sì, era proprio vero, il Santo Padre non mi aveva affatto liberato dal cerimoniale. Mi aveva solo dato da credere, non so come, ch’esso corrispondeva al mio normale galateo. Altro che “Parroco”, sia pure “del mondo”. È un grandissimo Papa, da Cinquecento.

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