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Rosy Bindi e le mafie a Bergamo: “Combatterle è compito di ogni cittadino” fotogallery video

Presentato a Bergamo il dossier 2017 di Libera sulla mafia e le organizzazioni criminali. Il traffico di stupefacenti principale attività in provincia.

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Per pensare di combattere la mafia di oggi e di ieri, occorre che vi sia un po’ più di normalità”, afferma Rosy Bindi, presidente della commissione parlamentare antimafia della XVII legislatura, alla presentazione del dossier dell’associazione “Libera Bergamo” riguardante l’anno 2017.

rosy bindi bergamo

“Dopo aver superato lo stato di negazionismo nei confronti della mafia, occorre che si faccia un npasso in avanti togliendo la lotta alla mafia dai luoghi sacri in cui è stata relegata e condividendo questo patrimonio, [la lotta alla criminalità organizzata, NdR] affinché diventi un elemento caratterizzante dell’essere italiani”.

La cerimonia, che si è tenuta nella serata di mercoledì 23 maggio nello Spazio Viterbi del Palazzo della Provincia, ha visto presenti fra gli altri il referente del coordinamento provinciale di Libera Francesco Breviario, il questore della città Fabiano Gerolamo ed il prefetto Elisabetta Margiacchi; e ha reso evidente come Bergamo non sia esente dalla criminalità organizzata.

Fra i dati presentati dal dossier si scopre come nell’anno 2017 il numero di beni confiscati alle mafie sul nostro territorio sia passato da 16 a 33, raddoppiando rispetto al 2016. Altro dato significativo riguarda il traffico di stupefacenti: è la droga l’attività più gettonata delle organizzazioni criminali con 8812 chilogrammi sequestrati fra il 2006 ed il 2016, con 4574 persone denunciate nello stesso periodo.

Le responsabilità di questo fenomeno sono ben precise, come sottolinea Rosy Bindi: “Non possiamo dire che la politica sia esente da colpe: se la mafia riesce a servirsi della legge sugli appalti senza violarla, di chi credete sia la colpa? È della politica, la prima e fondamentale responsabile di quello che accade nella società. Detto ciò, questo comunque non è assolutorio perché ognuno di noi può fare qualcosa nel proprio piccolo – prosegue la presidente – Non abbiamo ancora sconfitto la mafia, perché è un genere di criminalità diverso dagli altri. La sua forza sta nelle relazioni che sono capaci di creare con tutti noi. Sta nell’aver raffinato in maniera diabolica questa capacità di creare relazioni e di averlo fatto nel silenzio”.

Particolarmente impegnata nel contrasto ai fenomeni mafiosi è la magistratura che, in sinergia con le forze dell’ordine, si occupa di distinguere i diversi modus operandi delle organizzazioni: “La magistratura in questi anni si è occupata molto di traffico di stupefacenti, ma ha trascurato le differenti tipologie di strutture mafiose – illustra Paolo Savio, magistrato della Direzione Distrettuale Antimafia di Brescia – Per esempio, la ‘Ndrangheta esporta un sistema di relazioni completo che Cosa Nostra non ha”. Sono realtà criminali differenti.

Nel corso del proprio intervento Paolo Savio ha chiarito come le mafie negli ultimi anni abbiano cambiato pelle: “Ad oggi, il core business delle organizzazioni di criminalità organizzata sono i reati economici, infatti non si può partire con un’indagine per 416 bis [associazioni di tipo mafioso, NdR] senza l’apporto della Guardia di Finanza”. Il volto della moderna mafia si
macchia di reati nell’ambito economico e della pubblica amministrazione. Per questo motivo la speranza del magistrato è in un maggior intervento nei legami tra mafia e politica e per questo propone anche una diversa applicazione dell’articolo 416 bis del Codice Penale, volto a reprimere i fenomeni di false fatture e fittizie intestazioni.

La presentazione si è tenuta in un giorno simbolo come il ventiseiesimo anniversario della strage di Capaci, in cui persero la vita il magistrato palermitano Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo ed i componenti della scorta; un giorno che è rimasto nella memoria di molti italiani, come ha ricordato Francesco Breviario: “Giovanni Falcone lo diceva sempre che “le idee non si possono uccidere”, ma i mafiosi, questo, non lo sapevano”.

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