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“Samouni Road”, le guerre sono sempre frutto di scelte (sbagliate)

Già insignito nel 2012 del David di Donatello per il documentario “Tahrir”, Stefano Savona è il primo autore italiano che approda quest’anno a Cannes nella sezione “Quinzaine des realizateurs”.

“Samouni Road”, regia di Stefano Savona, animazione di Simone Massi, sceneggiatura di Lèa Mysius, musica di Giulia Tagliavia

“Samouni Road”

Già insignito nel 2012 del David di Donatello per il documentario “Tahrir”, Stefano Savona è il primo autore italiano che approda quest’anno a Cannes nella sezione “Quinzaine des realizateurs”.
Seguiranno poi Matteo Garrone (“Dogman”in concorso), Alice Rohrwacher (“Lazzaro felice” in concorso) e Valeria Golino (“Euforia” nella rassegna “Un certain regard”).

Il documentario di Savona dal titolo “Samouni Road” spicca per la rara capacità di unire equilibrata distanza dalla materia narrata e profonda sensibilità. In due ore intense e mai noiose viene descritta la vicenda di un attacco israeliano che nel 2009 colpisce duramente la striscia di Gaza e in particolare la zona dove risiede una famiglia di agricoltori, i Samouni, che perdono ben 29 membri della loro famiglia.

Si tratta di un racconto collettivo, realizzato attraverso interviste ai superstiti, ricostruzioni rigorose a partire dalla documentazione resa pubblica dal governo israeliano – l’attacco specifico è stato pubblicamente dichiarato un errore – e l’animazione in 2D di Simone Massi utilizzata per restituire la narrazione di molti degli eventi passati.
La pellicola si apre con la dichiarazione di una bimba, Amal, di non saper raccontare storie, e poi il suo tentativo di segnare con un bastone dove si trovava il sicomoro, dove la casa della sua famiglia…prima. Amal ha perso il padre nell’attacco ed era rimasta sepolta tra i cadaveri, colpita da scheggie di granata e ritenuta morta fino al ritrovamento. IL suo racconto è vivido, ricco di dettagli; Amal ricorda dialoghi, rumori di elicotteri, di granate, e dalle sue parole prendono forma i pezzi in animazione.

Nel corso del documentario è intensa l’attenzione alla memoria dei giovani– più o meno piccini- e vengono a galla gesti del quotidiano (“a mio padre piaceva il pane bruciacchiato, io invece scarto sempre la parte bruciata”), certezze disattese (“ha detto che aveva dato ai soldati il numero del suo datore di lavoro Israeliano, ci ha detto di stare calmi, che avrebbero verificato e chiarito…”), la tradizione contadina della famiglia, la volontà di ripiantare e tornare a lavorare la terra, di sposarsi. Emerge il dolore di tutti, quello dignitoso delle donne che hanno perso marito e figli. Colpisce la ferma decisione di un bambino che dichiara alla madre di non volersi sposare per non rischiare di creare un’altra vedova come lei e afferma che preferisce sposare Dio.

Un anno dopo le prime riprese il regista torna nello stesso luogo per filmare un matrimonio, un modo per continuare a vivere e ricostruire al meglio vite, terre, ricordi e speranze.
Nella sessione di domande che è seguita alla proiezione, Savona afferma che gli interessa raccontare la guerra con gli strumenti del cinema, non della televisione. L’autore ha definito il documentario “un po’ una fiaba nera che racconta la memoria di qualcuno che ha vissuto qualcosa da cui normalmente non si ritorna e dove l’animazione 2 D è appunto un modo di rianimare la memoria di chi ha subito un trauma”.

“Samouni Road” ricompone la memoria di quel che era prima dell’evento traumatico, quel che è stato durante, quel che viene dopo. È evidente la volontà di prendere una posizione per far “ripensare le etichette – ha detto il regista palermitano – e metabolizzare la Storia attraverso il dramma della narrazione. Anche la decisione del pilota israeliano dell’elicottero di non sparare ulteriormente, riconoscendo dei civili (potevano essere anche di più i morti), viene riportata perché è giusto mostrare che è sempre possibile scegliere”.

La tragedia dei civili durante le guerre è chiarissima. Dopo due ore attente l’applauso del pubblico in sala è lungo e convinto.

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