“Chiamami col tuo nome”: perché noi giovani dobbiamo vederlo
Tra i tanti motivi perché manca poco più di una settimana al primo Gay Pride di Bergamo e questa storia può farci cambiare la nostra prospettiva
“Chiamami col tuo nome”: perché vederlo? Tra i tanti motivi perché manca poco più di una settimana al primo Gay Pride di Bergamo e questa storia può farci cambiare la nostra prospettiva. Ecco l’articolo di una studentessa del Liceo Classico Paolo Sarpi, in un articolo pubblicato su Cassandra, il giornalino della scuola.
Uno dei miei modi preferiti per descrivere “Chiamami col tuo nome” è parlare del silenzio dentro il cinema quando si riaccendono le luci in sala. Quella sorta di connessione che tiene uniti individui diversi trovatosi nella stessa situazione quasi per caso, e che si traduce in un religioso silenzio. Forse è questo il punto migliore da cui partire. Cominciare dalla fine.
Sono uscita dal cinema dopo due ore e mezza di film, salita in macchina e ho cercato di spiegare a mia madre se e perchè il film mi fosse piaciuto. Ma non mi veniva spontaneo nulla che non fosse silenzio.
Come poter descrivere a parole qualcosa che mi aveva colpito così tanto, che aveva scavato così nel profondo del mio essere? Questo il problema che si presentava allora e che mi si presenta davanti adesso mentre provo a scrivere quest’articolo, che ho iniziato, riscritto e cancellato decine di volte per paura di banalizzare qualcosa di troppo importante per me.
Perché è vero che le recensioni dovrebbero almeno tentare di essere imparziali e che i film possono piacere come non piacere (lungi da me credere il contrario), però per me parlare di questo film era necessario e scriverne in modo imparziale sarebbe stato uguale a non farlo.
Fine delle chiacchiere inutili.
“Chiamami col tuo nome” è un film del 2017 diretto da Luca Guadagnino e candidato a 4 premi Oscar (tra i quali vincitore per la miglior sceneggiatura non originale, scritta da James Ivory). Ambientato nel 1983, il film racconta la storia del diciassettenne Elio (Timothée Chalamet) e in particolare il suo rapporto con il ventiquattrenne Oliver (Armie Hammer), studente americano e ospite per l’estate dalla famiglia di Elio per completare la sua tesi di post-dottorato. La famiglia di Elio è una famiglia colta, nelle conversazioni a tavola si alternano l’inglese, il francese e l’italiano (oltre a qualche sprazzo di bergamasco dei domestici, assolutamente imperdibile). Cornice della storia è il “da qualche parte nel Nord Italia”, ovvero principalmente Crema e paesi limitrofi.
Passo dopo passo, Guadagnino ci guida in un’altra dimensione, quella dell’intimità, quella che in realtà conosciamo bene ma di cui continuiamo a dimenticarci.
Seguiamo Elio, lo vediamo crescere nelle sei lunghe settimane di un’estate di quelle che sembrano non finire mai.
Seguiamo i giochi di sguardi, l’incertezza di un adolescente che non sa ancora come muoversi, i suoi tormenti interiori e le sue indecisioni, il suo “è meglio parlare o morire?”.
Vediamo il definirsi di un rapporto che subito nasce come pura attrazione fisica, pelle contro pelle, ma che altrettanto velocemente la trascende, andando oltre e formando un legame unico per la sua semplicità. Il legame tra Elio e Oliver non è solo un legame tra amanti o tra amici: è entrambe le cose, è il trovarsi di due persone.
Per questo chiamami col tuo nome ed io ti chiamerò col mio, annulliamoci per il momento, perdiamoci l’uno nell’altro prima che queste settimane finiscano.
A tutti questi desideri ed emozioni orbitano intorno l’Italia degli anni ‘80, le canzoni dei The Psychedelic Furs alternate alla musica classica, Marzia, Annella e Samuel, rispettivamente la ragazza ed i genitori di Elio.
Un film che finisce ad essere anche il ritratto di una famiglia diversa dalle altre (che in realtà mi auguro essere più comune di quanto sembri), che culmina nella figura del padre, professore universitario e personaggio chiave per delineare il nodo di sentimenti e reazioni che questo film ha suscitato nel pubblico.
Quindi, perché vederlo?
Perchè magari vi lascerà straziati.
Perchè magari vi ricorderà che cosa significhi amare.
Perchè magari non vi piacerà affatto.
Perchè sicuramente non vedrete piú la strada per arrivare al Sarpi nello stesso modo (microspoiler: sì, potreste vedere dei luoghi molto familiari).
E perchè, alla fine, siamo tutti un po’ Elio.
O meglio, questo era quello che pensavo mentre salivo in macchina, con “Visions of Gideon” ancora attaccata alla pelle e i titoli di coda che mi scorrevano davanti agli occhi.



