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Cosa pensò Aldo Moro nei 55 giorni di prigionia?

Pensò ai giovani lo statista giustiziato il 9 maggio 1978

Il 9 maggio 1978 l’Italia morì, se non morì tutta la nazione, buona parte di essa se ne andò con uno degli statisti più celebri della storia italiana: Aldo Moro. Utilizzare termini come “morte di una nazione” talvolta potrebbe esser fuori luogo, ma ascoltando le parole di chi visse quel maledetto martedì , a distanza di quarant’anni non posso esimermi dallo scriverli.

Proprio quarant’anni dopo dal ritrovamento di via Caetani, in un momento di pausa fra i numerosi impegni che riempiono la mia vita, ho pensato : “Nei 55 giorni di prigionia, cosa pensò Aldo Moro?” Al riguardo sappiamo molto poco se escludiamo ciò che è presente nelle lettere inviate dalla prigione e nel celebre “Memoriale” trascritto dai suoi carcerieri, ma proprio per questo motivo, da ragazzo degli Anni 2000 incapace di resistere un minuto senza esser in contatto con il mondo esterno attraverso la tecnologia, ho deciso di cercare una risposta e forse ci sono riuscito: in quei cinquantacinque giorni Aldo Moro rivolse i suoi pensieri ai giovani.

Innanzitutto il primo pensiero di Moro andò ai giovani componenti della sua famiglia, ai cinque figli che a casa attendevano il ritorno del proprio padre. Da una parte, come ogni padre che si rispetti, il pensiero si concentrò sul loro futuro, sulla paura di non poterli più vedere ed osservare la loro crescita ed il raggiungimento di ulteriori obiettivi; dall’altra la riflessione verté sulla volontà di evitare rancori verso i suoi carcerieri. Sicuramente come ogni uomo Moro provò rabbia e risentimento nei confronti di chi lo aveva sequestrato, ma quello che il politico non avrebbe voluto, vedere, come quanto emerge dalla mia riflessione, erano atti di vendetta nei confronti di chi lo aveva colpito.

Il secondo pensiero di Moro andò certamente ai ragazzi delle stesse Brigate Rosse che, nel pieno della propria giovinezza, si giocavano i propri sogni al servizio di un’ideologia politica. Partendo dal presupposto che la violenza sia sbagliata in qualsiasi caso, con grande probabilità il presidente della Democrazia Cristiana cercò di comprendere le motivazioni che si nascondevano dietro il loro gesto, dialogando anche con loro come i documenti attestano, ma pensando anche a cosa sarebbe stato il loro futuro alla conclusione di questa azione. Non sappiamo se l’ex presidente del Consiglio avesse provato a convincerli di desistere nel loro progetto oppure no, tuttavia personalmente ritengo che fra le varie cose che affliggessero in quel momento il politico fosse presente anche il loro destino alla conclusione dell’insano gesto.

Terzo pensiero emerso da questa riflessione è quello rivolto ai giovani italiani. Come emerge da alcuni scritti dallo stesso Moro, lo statista aveva a cuore i più giovani, a partire dai propri studenti universitari sino ai componenti di tutta quella generazione figlia delle rivolte studentesche del 1968. In quei giorni Aldo Moro quasi certamente pensò all’angoscia che i propri studenti stavano provando nel vedere soffrire il proprio mentore rinchiuso nella cosiddetta “prigione del popolo” di via Montalcini; pensò al timore che i giovani del nostro paese stavano affrontavano smarriti di fronte alla scomparsa della loro guida e, valutato tutto ciò, lo stesso Moro pensò che l’unica soluzione percorribile fosse quella di lasciare come eredità il proprio esempio, un esempio di tenacia e dedizione.

Come già affermato non abbiamo la certezza che Aldo Moro nel corso della sua prigionia avesse pensato tutto ciò, nonostante ciò, di fronte alla riflessione che ho appena esposto, non posso esimermi dal credere che l’ex presidente del Consiglio non fosse stato soltanto colui che in quel frangente storico attaccò senza remore la Democrazia Cristiana e tutto il sistema politico dell’epoca, ma quanto piuttosto fosse in prima battuta un padre ansioso i cui pensieri volassero dritti verso i più giovani e verso tutto ciò che sarebbe accaduto a loro.

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Commenti

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  1. Scritto da Panza Marco

    Quel giorno insieme a Moro fu uccisa la speranza di noi giovani (avevo 21 anni ed ero studente universitario) di un’Italia migliore.