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Elezioni in Libano: vince il sistema consociativo, deluse le attese di rinnovamento

Francesco Mazzucotelli, docente all'Università di Pavia al Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali, apre da oggi su Bergamonews una rubrica che si occuperà di politica estera. La sua prima analisi si concentra sulle recenti elezioni in Libano.

Francesco Mazzucotelli, docente all’Università di Pavia al Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali, apre da oggi su Bergamonews una rubrica che si occuperà di politica estera in particolare di medioriente. La sua prima analisi si concentra sulle recenti elezioni in Libano. 

Tutti hanno vinto, nessuno ha vinto.

I risultati delle elezioni parlamentari in Libano deludono le aspettative di rinnovamento e confermano i partiti tradizionali basati sulle appartenenze confessionali. Le elezioni erano slittate più volte per ragioni di sicurezza legate al conflitto nella vicina Siria e perché i partiti non riuscivano a mettersi d’accordo su una nuova legge elettorale.

Il parlamento eletto nel 2009 è rimasto così in carica per nove anni, cinque in più della sua scadenza naturale. Molte erano le attese di cambiamento. Si è votato con un nuovo, complicato sistema elettorale che ha introdotto un meccanismo di quozienti elettorali e di rappresentanza proporzionale. Allo stesso tempo, è stata mantenuta la divisione dei seggi secondo i collegi territoriali e in base alle differenti confessioni religiose. A ogni gruppo religioso è stata riservata una quota di seggi parlamentari in base alla propria consistenza numerica.
I risultati, per quanto non ancora definitivi, consentono di trarre alcune considerazioni.

“Futuro”, il movimento del primo ministro uscente Saad al-Hariri, ottiene un risultato molto modesto nei tre collegi di Beirut ovest, Sidone e Tripoli, fallendo nell’obiettivo di accreditarsi come voce politica dei sunniti libanesi.

Libano


(Nella foto Saad al-Hariri ha appena votato)

Il Movimento patriottico libero del presidente Michel Aoun ha un buon risultato nel collegio di Metn (che, fatte le dovute proporzioni, si può paragonare alla Brianza del Libano), ma subisce una flessione in altri collegi importanti, e non può quindi accreditarsi come principale rappresentanza dei cristiani libanesi.

Le liste dei candidati vicini al presidente erano peraltro in lizza con un quadro sorprendentemente schizofrenico di alleanze, presentandosi insieme a Hezbollah in alcuni collegi, contro Hezbollah in altri, e insieme a Futuro in altri ancora. Gli altri due partiti della destra cristiani, cioè le Forze Libanesi e le Falangi, ottengono risultati positivi e conquistano seggi, ma spesso si elidono a vicenda.

Il cartello elettorale tra Hezbollah e Amal ottiene, come prevedibile, la quasi totalità dei seggi riservati alla componente sciita, ma non si può certo parlare di una “vittoria di Hezbollah”. Il blocco dei due partiti sciiti, peraltro spesso divisi tra loro su questioni di politica locale, arriverebbe a 28 seggi su 128 e dovrebbe perciò affidarsi ai 29 seggi del movimento aounista e dei suoi alleati cristiani per conservare la propria maggioranza parlamentare. Il sistema libanese, in ogni caso, non è una democrazia maggioritaria, bensì una democrazia consociativa basata sulla spartizione dei principali incarichi istituzionali tra i diversi gruppi religiosi e politici.

Scorrendo la lista degli eletti (sono quasi tutti uomini, anche se molte erano le donne candidate) si trovano molti vecchi volti noti della politica libanesi. Anche alcuni giovani provengono da famiglie che si spartiscono il potere da decenni, alcune persino da secoli.

Vince il sistema clientelare e perdono i candidati civici, progressisti e di sinistra che comunque hanno avuto un’occasione di emergere in uno scenario pietrificato e sfidare il monopolio dei tradizionali partiti clientelari. Perde la coalizione civica che includeva la lista progressista “Cittadini e cittadine in uno stato”, l’ex ministro del lavoro Charbel Nahas, e alcune figure di spicco dell’associazionismo e della vita culturale, riuscendo solo a far eleggere la giornalista armena Paula Yacoubian, nota per le posizioni ambientaliste e in difesa dei diritti delle donne.
Si apre una lunga fase per la formazione del nuovo governo, che tenterà comunque di includere tutte le più importanti fazioni parlamentari. Sullo sfondo si agitano già le acque in vista delle elezioni presidenziali che dovrebbero tenersi nel 2022.

Per il momento, le elezioni non spostano drammaticamente i rapporti di forza tra le fazioni alleate col governo di Bashar al-Assad e quelle che sostengono l’opposizione. A parole, tutti i maggiori attori sembrano voler continuare la linea di isolare il Libano dalle scosse che arrivano dal conflitto in corso nella vicina Siria.

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