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L’eredità di Caravaggio, capolavori in luce a Palazzo Creberg

In mostra 14 opere di autori secenteschi eredi della lezione di Caravaggio provenienti da collezioni storiche locali, dalla collezione Banco BPM e da istituzioni pubbliche

“Un’iniziativa piccola ma di grande pregio”, così Angelo Piazzoli, segretario generale Fondazione Creberg, definisce la nuova mostra “L’eredità di Caravaggio – capolavori di luce” allestita al Palazzo Creberg fino al 31 maggio.

La rassegna, di sicuro interesse per i raffronti che innesca, per il pregio di alcune opere poco note al grande pubblico, per il gusto del racconto che ispira la scelta dei dipinti e i testi in catalogo, mette in fila 14 opere di autori secenteschi eredi della lezione di Caravaggio provenienti da collezioni storiche locali, dalla collezione Banco BPM e da istituzioni pubbliche.

“L’assente è proprio Caravaggio” precisa il curatore Simone Facchinetti“ma i nomi qui rappresentati ci restituiscono chiaramente una sua silhouette, una sua immagine”. Il nucleo più consistente è quello di Matthias Stom, pittore olandese attivo in Italia dal 1630, mentre gli altri caravaggeschi sono Francesco Buoneri detto Cecco del Caravaggio, allievo e modello del Merisi, Giuseppe Vermiglio, Simon Vouet, Giovanni Lanfranco, Tanzio da Varallo.

Due i nomi in mostra che si distinguono ponendosi idealmente all’inizio e alla fine del percorso: il cremonese Antonio Campi (1524-1587), con il grande telero “Santa Caterina visitata nel carcere dall’imperatrice Faustina”, proveniente dalla chiesa di Santa Maria degli Angeli di Milano e il maestro fiammingo Antoon van Dyck, con lo splendido dipinto “La quattro età dell’uomo” prestato dal Museo Civico di Palazzo Chiericati di Vicenza. Precaravaggesco il Campi, con un sorprendente esercizio sulla luce e di regia capace di scatenare una querelle tra i contemporanei, con tanto di intervento polemico in rima di Giovan Paolo Lomazzo “Contro un pittor moderno” (1587); un vero “rompicapo della luce” lo definisce Facchinetti riprendendo il Longhi, da considerarsi in ogni caso come “un precedente di quello che succederà a Roma con Caravaggio”. Immune da caravaggismi invece il Van Dyck, che soggiorna in Italia dal 1621 al 1626, e che confeziona un’opera colta e sofisticata, forse ispirata a Giorgione, che è “quanto di più lontano si possa immaginare dal mondo di Caravaggio”.

Una mostra concentrata e suggestiva quindi, che suggerisce l’alterna fortuna, anche collezionistica, dell’ondata caravaggesca che percorse l’intera penisola nella prima metà del Seicento. E che dà l’idea e forse anche la misura delle aderenze e delle distanze tra il maestro e i suoi eredi. Ciò che del Merisi i seguaci riprendono è soprattutto la manipolazione delle luci e delle ombre, l’impiego di modelli dai ceti più umili, la regia drammatizzata – ma lo spirito della sua arte, la sua penetrazione psicologica, il suo autentico senso del “vero” rimangono sostanzialmente lontani dalla comprensione degli allievi e dei proseliti.

Gustosi dettagli, note domestiche, fisionomie iperrealistiche, particolari aneddotici chiamano l’occhio a soffermarsi anche sulle tele di minor seduzione. Come le figure degli anziani che sembrano uscire dai bassifondi romani nel “Cristo tra i dottori” di Matthias Stom o il gesto languido con cui una Giuditta impassibile depone nel sacco la testa di Oloferne nell’interpretazione di Giuseppe Vermiglio.

Il catalogo approfondisce anche elementi di simbologia biblica a tema grazie al saggio di monsignor Tarcisio Tironi, direttore del MACS di Romano di Lombardia, che suggerisce sentieri di lettura attraverso l’Antico e il Nuovo testamento e le Vite dei Santi.

Per la mostra sono stati realizzati alcuni restauri funzionali: sul grande dipinto milanese di Campi, sul “San Giacomo Maggiore” di Giuseppe Vermiglio della Pinacoteca Repossi di Chiari e sulla piccola tela inedita di Matthias Stom “San Giovanni Battista”, proveniente dalla Chiesa di San Bartolomeo. Proprio quest’ultima è stata “il motore della mostra” per il curatore Facchinetti: conservata a lungo nel refettorio del padri Domenicani come anonimo viene qui ascritta nel novero delle numerose opere di Stom approdate nelle collezioni bergamasche.

In occasione dell’inaugurazione è stato presentato al pubblico anche il nuovo ciclo di “Grandi Restauri” dedicato a “Francesco Capella. Un veneziano a Bergamo“: nella sala consiliare di Palazzo Creberg vengono esposti e presentati cinque dipinti di Capella (Venezia 1711-Bergamo 1784). Don Fabrizio Rigamonti, direttore dell’Ufficio Beni Culturali della Diocesi di Bergamo, nel sottolineare il proficuo sostegno nel tempo della Fondazione Creberg ai restauri del patrimonio della diocesi, ha ribadito l’importanza di “riscoprire anche i minori, tra cui si annovera Capella: non ha un nome di richiamo ma è un veneziano a Bergamo che opera assiduamente nella nostra terra grazie al mecenatismo del conte Giacomo Carrara e dei conti Albani”.

La mostra è aperta da lunedì a venerdì negli orari di apertura della filiale (8.20 – 13.20 e 14.50-15.50). Visite guidate gratuite con cadenza oraria sabato 5, 12, 19 maggio dalle 14.30 alle 19 e domenica 6, 13, 30 maggio dalle 9.30 alle 18. Il catalogo è in distribuzione gratuita.

Il prossimo numero della Rivista di Bergamo in edicola a giugno porterà allegato un supplemento monografico sull’arte di Francesco Capella a cura di Amalia Pacia.