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Ubi Banca, ultima fase dell’udienza preliminare, il gup decide: processo sì o processo no

Anticipato alle 9 di venerdì, l’ultimo appuntamento, il quattordicesimo, dell'udienza preliminare nel corso del quale il Gup Ilaria Sanesi deve decidere per il rinvio a giudizio o il proscioglimento dalle accuse per Ubi più 30 soggetti.

Anticipato alle 9 di venerdì 27 aprile, l’ultimo appuntamento, il quattordicesimo, dell’udienza preliminare nel corso del quale il Gup Ilaria Sanesi deve decidere per il rinvio a giudizio o il proscioglimento dalle accuse per Ubi più 30 soggetti.

Dopo le ultime repliche tra le quali quelle degli avvocati Centonze per il soggetto giuridico Ubi, Alleva e Loiacono per Giovanni Bazoli , Vittorini per Francesca Bazoli, Iannaccone per Bardoni, il Gup si ritirerà in camera di consiglio per rendere nota la propria decisione.

Nel corso delle precedenti udienze il materiale proposto è stato davvero consistente ed è verosimile pensare che il Giudice Senesi potrà dare la propria sentenza già venerdì, probabilmente non prima della chiusura dei mercati azionari in cui Ubi è uno dei principali titoli del Ftse Mib.

L’inchiesta a cui il pm Fabio Pelosi ha dato seguito era partita da una serie di esposti dell’ex parlamentare Giorgio Jannone, a capo di una delle due associazioni di azionisti contrapposte alla lista 1, seguito a ruota dall’associazione Adusbef, dopo l’assemblea della banca del 2013 che rinnovò i consigli di sorveglianza e di gestione. Nell’assemblea del 20 aprile 2013 la lista 1, composta e sostenuta dai soci bresciani e bergamaschi aveva due contendenti per il controllo della banca: in corsa c’erano la lista di Giorgio Jannone e la lista di Andrea Resti. Va detto che in una cooperativa (come era Ubi) ogni socio ha diritto di voto. Solitamente, dato l’elevato numero di soci, molti delegano. L’accusa ritiene che per evitare un ribaltone (e mantenere la gestione della banca) sia stata organizzata una raccolta di deleghe da parte della lista 1, avvalendosi anche dell’ “aiuto” del Confiab degli artigiani di Bergamo e della Compagnia delle opere.

L’indagine, che all’inizio vedeva 40 indagati, ha perso qualche pezzo con la richiesta di archiviazione dei soggetti accusati per il filone di Ubi Leasing e la barca di Giampiero Pesenti. Restano le accuse di una rete ombra nei rapporti di potere che governava la banca. Un’intesa tra i vertici bergamaschi di Ubi, in vista del rinnovo delle cariche del 2013 con la Compagnia delle Opere ed esponenti di spicco di Confiab legati alla Cdo. Un patto in grado di decidere le sorti della banca, mantenere il potere esistente, favorire gli amici degli amici.

Le numerose udienze hanno portato all’attenzione del Gup molteplici aspetti della vicenda. In sintesi le documentazioni portate sin qui dalle difese degli indagati hanno cercato di dimostrare che il protocollo d’intesa sottoscritto dalle componenti Bpu e Blp all’origine della nascente Ubi non poteva essere un patto parasociale. E soprattutto doveva avere continuità e valore programmatico nella vita di Ubi. Pure con tutti i suggerimenti di Banca d’Italia, non disattesi ma approvati dalle successive delibere anche assembleari da parte della banca.

Niente di nascosto hanno più volte argomentato gli avvocati degli indagati col supporto di documenti. Come l’avvocato Dinacci che nel suo intervento aveva ricordato il punto sostanziale: l’organo di controllo sapeva o non sapeva? E, citando le date delle lettere mandate a Banca d’Italia chiedeva se si dovesse andare al dibattimento per leggere le mille comunicazioni che Ubi aveva regolarmente fatto. Anche perché Banca d’Italia approvò la fusione e in questo processo non si è costituita in giudizio.

Sull’altro capo d’imputazione, l’illecita influenza sulla famosa assemblea del 2013, le difese hanno più volte contestato l’insufficienza dell’indagine, fatta solo interrogando soci che avevano votato la lista Moltrasio, chiedendo la prova di resistenza, alla quale il Pm nella sua replica ha cercato di spostare il momento del reato o del tentativo. Non più nell’assemblea ma con atti avvenuti prima, affermazioni lontane dalla realtà, cioè che la banca aveva fatto in modo che intervenissero solo coloro che avevano intenzione di votare la lista uno. Ciò di fronte ad un corpo sociale di quasi 90.000 soggetti aventi diritto.

E comunque le difese hanno cercato di dimostrare che – anche considerando i voti individuati irregolari – il risultato finale non sarebbe cambiato. E che le famigerate deleghe in bianco non avevano nulla di fraudolento, non potendo considerarsi reato una normale campagna elettorale attivata peraltro da tutte le liste concorrenti, come dimostrato in particolare dall’avvocato Biancato parlando di Cdo.

Di sicuro la vicenda non si concluderà con la sentenza di oggi: se gli indagati verranno rinviati ci sarà il processo, in caso contrario il Pm Pelosi ha già precisato che ricorrerà in Appello. La stessa Corte d’Appello di Brescia che, in sede civile, il 19 giugno 2017 ha annullato le sanzioni Consob per le prospettate mancate comunicazioni da parte della banca.

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