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“Tre mesi dopo l’incidente di Pioltello sono tornato sul treno per Milano e… ho paura”

Franco Valenzano il 25 gennaio scorso era sulla terza carrozza, quella che a Pioltello si è schiantata contro un palo uccidendo tre persone. Oggi, a tre mesi di distanza da quella mattina, è tornato a fare il pendolare

Franco Valenzano il 25 gennaio scorso era sul treno che diretto a Milano è deragliato uccidendo tre persone. Non solo, era sulla terza carrozza, quella che ha finito la propria folle corsa schiantandosi contro un palo.

A distanza di tre mesi da quella maledetta mattina il signor Valenzano è tornato al lavoro: “Ho chiesto io di poter rientrare per riprendere la vita da pendolare, per poter affrontare il prima possibile il ritorno sul treno”.

Nel frattempo, su Facebook, ha creato un gruppo con il quale ha radunato tutte le persone che quel 25 gennaio erano sul treno diretto a Milano, “per confrontarci, per capire come muoverci e per darci sostegno l’un l’altro”. Il gruppo si chiama “Survivors incidente treno 25 gennaio” e – almeno per ora – è accessibile solo a chi realmente quella mattina era presente sulle carrozze che sono deragliate.

Tre mesi dopo l’incidente Franco Valenzano ha deciso di scrivere per Bergamonews quello che ha provato quel giorno, in quei momenti da incubo, e quello che oggi prova quando risale sul treno per recarsi, come ogni mattina, sul posto di lavoro a Milano.

La testimonianza – “IO NEL VAGONE DELLE VITTIME, MI SONO SALVATO MA È STATO UN INCUBO”

Il 25 gennaio scorso, ore 6.40, stazione di Treviglio, una gelida alba.
Ero ancora inconsapevole del disegno a tinte oscure che il destino aveva tracciato per me. Un posto in una carrozza del treno 10452, quello di ogni mattina. Oggi: “Il Maledetto”. Da dieci giorni vi salivo in compagnia della mia stampella. A risparmio di un ginocchio malmesso, inoperabile a causa di una doppia razione di fluidificatori del sangue, a fronteggiare i rischi legati ai postumi di una fresca angioplastica coronarica, indesiderata donatrice del titolo di “Cardiopatico ischemico cronico”.
Quel macabro disegno mi dipinse nella terza carrozza. Quella accartocciatasi intorno al palo dopo averne abbattuti due. Quella della polvere acre che farà tossire a lungo. Quella delle urla, dei pianti disperati e delle lunghe lacrime mute. Quella di una figlia che chiama e invoca ripetutamente una madre, invano. Quella di una donna rimasta artigliata, con mezzo busto fuori da una finestra rivolta al cielo. Quella di una cinghia stretta intorno a una gamba lacera. Quella dalle pareti esterne disarticolate, tinte del rosso di un’anima spezzata. Quella che pare uscita dalle lunghe grinfie di un immenso, poderoso, gigante infuriato. Quella che prende vita di notte e torna a insediare i sonni con il suo assordante, inquietante, sferragliare scomposto, lanciandosi in innaturali vertiginose corse che nulla hanno a che fare con i vacui risvolti, né il lieto fine, di un otto volante.
È apparsa anche trasfigurata in un container da trasporto merci. Ove noi umani eravamo quest’ultima.
Cadeva orizzontale dall’alto, come calata da un aereo. Dal suo interno riuscivamo a scorgere il suolo venirci rapidamente incontro (i poteri creativi della mente in libera uscita notturna).
Ridicolo l’assurdo tentativo di spiccare un salto verso l’alto una frazione di secondo prima dell’impatto, convinto che così l’avrei scampata.
Ho chiesto espressamente alla visita di controllo di tornare al lavoro. Il 18 aprile sono rientrato. Non volevo diluire ancora i tempi di un ritorno, per timore che le difficoltà sarebbero cresciute in maniera direttamente proporzionale. Risalire su un treno non è stato facile. Provo ancora forte disagio. La soglia di percezione dei rumori, dei sobbalzi è divenuta oltremodo sensibile. Basta molto poco per lanciare il segnale di allarme interno. Per non parlare della velocità. Un tempo perfino desiderata, addirittura consolidata fra le certezze di esperienze troppo poco vissute da un pendolare ultradecennale. Oggi, un autentico nemico da temere. Non sarà uno schiocco di dita. La lotta contro sé stessi è sempre la più lunga e la più ardua da vincere.
Franco Valenzano

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