Letto per voi
|Roby Facchinetti: ecco com’è nata 50 anni fa “Piccola Katy”
Ernesto Assante, critico musicale de La Repubblica, ha intervistato il bergamasco Roby Facchinetti che ha rivelato i particolari della nascita di “Piccola Katy”, la hit dei Pooh che compie mezzo secolo.
Ernesto Assante, critico musicale de La Repubblica, ha intervistato il bergamasco Roby Facchinetti che ha rivelato i particolari della nascita di “Piccola Katy“, la hit dei Pooh che compie mezzo secolo.
Ecco una parte dell’intervista (leggila intera qui).
La piccola Katy non è più piccola. Ha cinquant’anni adesso. Anzi, a voler essere precisi, ne dovrebbe avere circa sessantasei, prendendo per buono che la ragazza adolescente raccontata dai Pooh nella loro celeberrima canzone avesse sedici anni. Ma per noi, nell’immaginario collettivo italiano, Katy resta ed è per sempre adolescente, ‘piccola’, pronta ad affrontare la vita scappando di casa. Una storia generazionale, una storia che i Pooh hanno trasformato in un classico del beat nostrano e della canzone pop nazionale, un brano che nonostante sia fortemente legato al tempo in cui è stato scritto, sia per il testo che per i suoni, è invecchiato decisamente bene ed è ancora amatissimo.
“La storia di Piccola Katy è molto particolare”, racconta Roby Facchinetti, “Valerio Negrin (il paroliere e fondatore della band, ndr) scrisse una poesia, era più o meno esattamente il testo di Piccola Katy, e appoggiò il foglietto con sopra scritto il testo sul cruscotto del pulmino che usavamo per spostarci da una città all’altra per i concerti. Il foglio restò lì per parecchio tempo, si era quasi ingiallito e io a un certo punto lo presi e lo portai a casa, lo misi sopra al pianoforte. Una sera andai a festeggiare con degli amici un addio al celibato, rientrammo a casa all’una di notte, forse più tardi, ma continuammo a divertirci. Spesso, quando arrivavano degli amici a casa, io mi mettevo al pianoforte e si cantava fino al mattino”.
Continua: “Avevo l’abitudine di registrare i brani che cantavamo, sia perché mi divertiva avere i ricordi delle belle serate, sia perché spesso si improvvisava e venivano delle idee interessanti che avrei potuto sviluppare in seguito. La musica era libera, era il nostro nuovo gioco, così registrai anche quello che facemmo quella sera. Dopo tanti brani che conoscevamo, a un certo punto presi la poesia di Valerio e iniziai a improvvisare una cosa da cantare in coro con quella decina di amici, una cosa tipo ‘ooohh oohh piccola Katy’, trovai una sequenza armonica e tutti si misero a cantare. La mattina dopo, mentre facevo colazione, mi misi a riascoltare quello che avevamo fatto la notte precedente, davanti a mamma e ai miei fratelli, e fui colpito proprio da quella improvvisazione. Tornai al piano, la misi a posto e nel pomeriggio andai in studio e la feci sentire agli altri. Erano le tre del pomeriggio, alle nove di sera la canzone era quasi finita. Dato che era molto corta, meno di due minuti, registrammo una base un po’ più lunga lasciando non so quante misure libere dicendo ‘decideremo poi cosa fare, magari un assolo’”.
https://www.youtube.com/watch?v=UJmEsd2ZFCo
A questo punto entra in campo Riccardo Fogli: “Eravamo una band beat, avevamo un suono elettrico, avevamo un piccolissimo repertorio nostro, suonavamo Hendrix, gli Stones, i Beatles, quindi fare un assolo sarebbe stato naturale. Ma pensammo che, invece, la storia fosse così personale che ci sarebbe stato bene un parlato. Lo dicemmo a Valerio che in quattro minuti scrisse la storia della ragazzina che voleva scappare: ‘Non gettare al vento i tuoi sedici anni meravigliosi’. Io cominciai a leggerla, ma parlavo con un dannato accento piombinese e non suonava bene. Così mi ricomposi, mi sforzai di parlare italiano ma mi venne fuori una sorta di incredibile accento inglese, più simile a come parlava Don Lurio…”. “Riccardo lo sa”, sottolinea giustamente Facchinetti, “Piccola Katy ha avuto un grande successo anche grazie al parlato di Riccardo, che rendeva la storia molto più vera”.


