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Corteo unitario per la festa del 25 Aprile, Gori cita Eco: “Contro il fascismo eterno” fotogallery video

In oltre tre mila persone hanno partecipato al corteo unitario, nessuna contestazione.

La festa del 25 Aprile ha un profumo tutto suo. Sa di primavera, di bandiere stirate e stese, di ideali, di saggezza che si affaccia alla finestra. La saggezza discreta di Imelde, la moglie di Salvo Parigi storico presidente dell’associazione partigiani di Bergamo che si presenta e ascolta il discorso di Mauro Magistrati davanti alla lapide di Ferruccio Dall’Orto in via Pignolo. C’è un pensiero per la Cocca, la partigiana scomparsa qualche mese fa.

Imelde Parigi

E poi c’è il profumo di una canzone che è sempre nuova ed evoca la giovinezza, la partecipazione. Come dirà il sindaco Giorgio Gori al termine del corteo: “La resistenza è partecipazione, è l’opposto all’indifferenza”.

In oltre tre mila persone hanno partecipato al corteo unitario, nessuna contestazione.

E qualcuno ha stretto al polso della ragazza che accarezza il partigiano, la scultura di Giacomo Manzù, un laccio rosso. Come a rinnovare ancora oggi quel senso si lotta contro le ingiustizie e i fascismi. Molti i sindaci della provincia che hanno partecipato al corteo con il presidente della Provincia Matteo Rossi. Presente anche il consigliere regionale dei 5 Stelle Dario Violi.

Lo Stato era rappresentato dal Prefetto Elisabetta Margiacchi.  

“Grazie di essere intervenuti così numerosi. Quest’anno per la prima volta non c’è più l’amico e compagno Salvo Parigi, per oltre 70 anni presidente dell’Anpi, e voglio ricordarlo: “Ciao Salvo. No alla violenza, alla discriminazione, all’odio, al razzismo e all’omofobia”. Vogliamo dare una risposta umana affermando un’altra visione della realtà che metta al centro il valore della persona, della libertà e della democrazia come riscatto sociale” ha affermato Carlo Salvioni.

Il 25 Aprile, il corteo 2018 a Bergamo

IL DISCORSO DEL SINDACO GIORGIO GORI
“Autorità, rappresentanti delle associazioni partigiane e d’arma, carissimi concittadini, buon 25 Aprile!
Sono passati 73 anni dal giorno della Liberazione. Il tempo di diverse generazioni. Ecco perché la prima riflessione che vorrei condividere con voi riguarda la trasmissione della memoria storica. Qualche giorno fa mi è capitato di leggere un articolo intitolato “Quel 25 Aprile del 2045”: il 25 Aprile cent’anni dopo. Che si chiedeva: “A chi affideremo la memoria senza testimoni?”
E’ un tema importante. Già oggi il ricordo dei fatti del Fascismo e della Resistenza è per molte persone un’eco lontana. Secondo una recente ricerca dell’Istituto EumetraMR di Milano, svolta su un campione di italiani al di sopra dei 17 anni di età, un terzo dei nostri concittadini non ha idea di cosa si ricordi il 25 aprile, o ne ha una completamente errata.
La riflessione storica ci affida la consapevolezza del nesso inscindibile tra Liberazione e libertà, ma sappiamo che nel secondo decennio del ventunesimo secolo, a soli 73 anni di distanza, questo nesso rischia di apparire sempre più opaco, e già oggi sfugge a molti dei nostri concittadini.
Per i nostri figli la libertà è come l’acqua per un pesce. Ci sono nati e rischiano di non apprezzarne il valore straordinario, il valore di ciò che ci era stato negato e che è stato riconquistato solo al prezzo di lotte sanguinose e di immensi sacrifici.

Che fare dunque? Io credo che su quel nesso si debba investire, ed è questo il senso del sostegno pieno e convinto che l’Amministrazione comunale offre all’ISREC, l’Istituto bergamasco per la Storia della Resistenza e dell’Età contemporanea, il cui compito è proprio quello diraccogliere, conservare e valorizzare la documentazione sull’antifascismo, la Resistenza e la storia contemporanea del nostro territorio.
L’ISREC compie 50 anni e per questo ha predisposto un ricco calendario di eventi per festeggiare e per riflettere insieme: per rinnovare e rafforzare quel nesso tra Liberazione e libertà. E’ un’occasione da non mancare.
Al tempo stesso io credo che il 25 Aprile, via via che si allontana dalla memoria diretta dei fatti della Resistenza, debba diventare anche qualcos’altro: un punto di riferimento, un presidio, un tratto fondante della nostra identità, l’atto generativo dei valori espressi dalla Costituzione – rispetto della dignità di ogni persona, nella sua diversità, rifiuto di violenza e sopraffazione, uguaglianza, giustizia sociale – ed essere in grado di attualizzarsi, nel tempo che via via ci troviamo a vivere.
Questo significa il venir meno dell’antifascismo? Tutt’altro. Significa che dobbiamo imparare a riconoscerli, i nuovi fascismi.

Il 25 Aprile del 1995 Umberto Eco venne invitato a pronunciare un discorso alla Columbia University, per celebrare la liberazione dell’Europa. In quell’occasione coniò la definizione di “Fascismo Eterno”, o di Ur-Fascismo. Spiegandolo così:
“L’Ur-Fascismo è ancora intorno a noi, talvolta in abiti civili. Sarebbe così confortevole per noi se qualcuno si affacciasse alla scena del mondo e dicesse: “Voglio riaprire Auschwitz, voglio che le camicie nere sfilino ancora in parata sulle piazze italiane!” Ahimè, la vita non è così facile. L’Ur-Fascismo può ancora tornare sotto spoglie più innocenti.”
E qui sta a noi riconoscerlo. Eco compone una lista di quelle che considera le caratteristiche tipiche del Fascismo eterno, alcune anche tra loro in contraddizione, che dovrebbero renderci in ogni caso vigili, tra cui il sospetto verso la cultura, il culto dei valori tradizionali, la paura della diversità, l’ossessione del complotto, il machismo e quello che Eco chiama il “populismo qualitativo”.

Il 25 Aprile, il corteo 2018 a Bergamo



Di ognuna di queste caratteristiche si potrebbe ovviamente discutere. Ma mi convince l’idea che il 25 Aprile non sia solo la festa della Liberazione dal fascismo storico, anche perché difficilmente si ripresenterà sotto le stesse spoglie, bensì la festa della libertà e della democrazia contro il Fascismo eterno.
“Il nostro dovere è quello di smascherarlo e di puntare l’indice su ognuna delle sue nuove forme, ogni giorno, in ogni parte del mondo” – conclude Eco. E Carlo Salvioni, proprio ieri, sulla stampa locale, denuncia il ritorno del pericolo fascista in forme più soft e quindi più subdole, in Italia e in Europa, con una minaccia sempre più grave alle democrazie liberali.
La seconda breve considerazione riguarda uno dei lasciti morali della Resistenza, a cui mi capita di pensare spesso, ogni volta che mi colpisce l’indifferenza che sempre di più tende a caratterizzare il nostro modo di vivere.
La Resistenza è l’opposto dell’indifferenza!
La Resistenza non fu soltanto una lotta per la libertà, ma anche una riscossa civile, un sussulto di coscienza.
I partigiani non furono indifferenti. Non stettero a guardare, presero posizione.
Non è indifferente chi ogni giorno è leale alla Costituzione. Ma intorno a noi, quanti segni di indifferenza! Per le sorti della pace, per i destini dell’Europa, per la condizione di milioni di nostri concittadini esposti alla povertà, per il futuro dei giovani, per la sostenibilità del welfare che lasceremo loro in eredità, per non parlare del pianeta, indifferenza per il destino dei profughi di tutte le guerre e tutte le carestie.
Sarebbe bello che il 25 aprile fosse anche per noi una scossa, un risveglio, uno slancio di condivisione e di impegno nel segno della non-indifferenza. Un sussulto di partecipazione e di umanità.
Infine, un’ultima riflessione: di chi è questa festa? Di tutti, diciamo, ma sappiamo che nei fatti non è così. Quest’anno siamo riusciti a organizzare un corteo unitario: voglio ringraziare chi si è prodigato per questo, è un bel passo avanti. Ma qui non siamo tutti. La Resistenza è di tutti o di qualcuno? Perché tanti nostri concittadini non si sentono coinvolti? So di toccare un tasto delicato, ma mi pare giusto farlo. Sappiamo che la Resistenza vide in campo uomini e donne di diversa fede politica: comunisti, socialisti, azionisti, liberali e persino monarchici – e a tutti loro dobbiamo la Liberazione dell’Italia. Lo dice chiaro Umberto Eco, testimone diretto, alla platea della Columbia University: “Io ricordo partigiani con fazzoletti di diverso colore”, e così il Presidente Mattarella, quando parla della Resistenza come di “un grande fiume con molti affluenti”.
Eppure nel Dopoguerra, e a maggior ragione a partire dagli anni ’70, quando l’antifascismo si alimentò delle contrapposizioni di quegli anni, questa coralità venne meno, e da quel giorno è come se la Resistenza sia diventata il merito (o la proprietà) di una sola parte, e si sia dimenticato il ruolo giocato da tutti gli altri. E anche per questo molti se ne sentono distanti.
Ecco. Non sarà immediato, non sarà facile, ma io credo che Bergamo debba darsi l’ambizioso obiettivo di allargare la platea del 25 Aprile. Non sto ovviamente immaginando di annacquare il ricordo o il significato di questa festa. Quando auspichiamo che sia “di tutti” intendiamo di tutti i democratici, di tutti coloro che si riconoscono nei princìpi della Costituzione, che siano o non siano di sinistra; non certo di chi piccona la democrazia rappresentativa o di chi nega il rispetto della dignità di ogni persona.
Dipende innanzitutto da noi, credo. Io ho la convinzione che per battere i nuovi fascismi, il Fascismo eterno che riaffiora nel nostro Paese e in Europa, sia necessario allargare il campo, e far sì che l’antifascismo torni ad essere un valore inclusivo, e non esclusivo. Se è vero che la Liberazione fu “un’impresa comune per gente di diverso colore”, allora, allo stesso modo, dobbiamo secondo me darci l’obiettivo di riempire questa piazza di bandiere di diverso colore. Dobbiamo costruire ponti, riallacciare dialoghi, uscire dalle nostre ridotte e andare incontro anche a chi oggi è rimasto a casa, sentendosi lontano da questa manifestazione.
E’ un lavoro impegnativo, ma che merita il nostro impegno. “Libertà e Liberazione – diceva Roosevelt – sono un compito che non finisce mai”.
Viva l’Italia, viva Bergamo, viva il 25 Aprile!

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