Alessandra, studentessa 17enne: "La mia vita a scuola da dislessica" - BergamoNews
La storia

Alessandra, studentessa 17enne: “La mia vita a scuola da dislessica”

"Racconto la mia storia perché non accada a nessun altro, perché i professori si formino per riconoscere problematiche d’apprendimento, perché non giudichino un bambino dalla storia che ha, qualunque essa sia."

Sono più di 5mila gli studenti bergamaschi certificati “DSA”, vale a dire con disturbi specifici dell’apprendimento (leggi qui l’articolo di Bgnews). Ma cosa significa veramente vivere la quotidianità scolastica con queste difficoltà? Alessandra, studentessa 17enne di Bergamo, ha deciso di raccontarcelo con la sua storia personale, riportata dalla nostra Tiziana Maiorano.

Mi chiamo Alessandra, ho 17 anni.

Odio la scuola, odio alzarmi la mattina presto, preparare la colazione e vestirmi per andare in un posto che odio e che mi fa stare solo che male. Non ricordo un giorno nel quale io mi sia svegliata felice di andarci, nemmeno alle elementari. Non era per colpa degli amici: non che ne abbai mai avuti troppi, intendiamoci, ma se non facevano parte della mia piccola cerchia ci ignoravamo rispettosamente. Un saluto accennato ed eravamo apposto per la giornata.

Non era colpa neanche dei professori. Poverini, loro ci hanno davvero provato a farmi apprezzare quelle apatiche quattro mura della classe che ai miei occhi già a partire dalle elementari sembravano una prigione. Non ce la facevo okay? Sedermi, stare ferma e attenta. Dopo 5 minuti dovevo alzarmi per parlare e di mantenere l’attenzione non c’era verso.

Avrei voluto essere come quelle mie compagne perfettamente in ordine e corrette in tutto ciò che facevano, sembrava tutto facile per loro. I calcoli dopo la seconda elementare li facevano senza dita, mentre se la maestra mi chiamava alla lavagna a me bruciavano la gola e gli occhi perché non li sapevo fare senza, e mi sentivo umiliata davanti a tutti. A cosa serve fare i conti se tanto c’è la calcolatrice? Quindi ho deciso di non alzarmi più per andare alla lavagna. Non ricordo molto di quegli anni, se non che le maestre davano la colpa a mia mamma del fatto che in quinta elementare ancora non sapessi leggere e scrivere fluidamente come i miei coetanei.

“Non la segue abbastanza”. “Non è una madre presente” dicevano così. Eppure la mamma c’era e dove non arrivava lei arrivavano le baby sitter, i parenti o qualche maestro privato. Ma comunque le cose non cambiavano, nonostante le ripetizioni e le attenzioni più costanti di mia mamma.

I miei genitori si sono separati in quegli anni e mio papà ha iniziato a non farsi più vedere fino a sparire del tutto. Quindi per i professori era tutta colpa di quello che stava succedendo a casa. La mia sensibilità che sfociava in fragilità e la mia instabilità emotiva erano causate dall’assenza di mio papà, così dicevano.

Poi dal nulla, per non so quale ragione, ho avuto una botta di autostima, io che l’autostima non l’ho mai nemmeno conosciuta per sbaglio. Così in terza media mi sono iscritta ad un liceo: pensavo di meritarmi un futuro migliore, una carriera scolastica che poteva cambiare me e la mia vita. Ho scelto una scuola che, grazie al suo indirizzo artistico mi permetteva di crearmi una solida cultura, ma anche svagare il mio bisogno di movimento e creatività.

Le cose erano in procinto di cambiare me lo sentivo davvero: nuovi amici, nuovi professori, nuove materie, nuova città. Naturalmente non ci avevo azzeccato nemmeno per sbaglio. Se avessi scelto l’inferno probabilmente sarei stata meglio. Libri interi da studiare, o forse erano solo 10 pagine non lo so, non ne capivo la differenza: mi pesavano come macigni ogni volta, che fossero 10 o 100 non ci capivo nulla, sulla sedia non ci riuscivo a stare e ogni anno era una lotta contro la bocciatura, gli insulti dei professori e dei parenti. Nel frattempo mia mamma ai colloqui provava a dirglielo che mia sorella era discalculica, che mia cugina era dislessica e che dei nuovi studi sostenevano come questi problemi di apprendimento fossero ereditari. Chiedeva una aiuto da parte della scuola preché le visite dal logopedista tramite la mutua non me le avrebbero fatte prima dei 2 anni, naturalmente davano la precedenza ai più piccoli, non ai 17enni. E le visite private costavano troppo.

Ma le risposte erano sempre le stesse: “Alessandra dorme sempre”, “Dovrebbe studiare di più, non è scema può farcela anche lei come tutti”, “Non si impegna abbastanza”, “Se non gliene frega nulla della scuola può andarsene: ormai ha 16 anni”. E poi quella che preferisco, arrivata alle orecchie di mia mamma il giorno della mia bocciatura: “Signora, sua figlia non dovrebbe riscriverei al liceo, non fa per lei. Meglio un professionale”

Sì perché mi hanno bocciata a settembre 2017, in terza superiore. Dopo avermi rimandata in matematica e fisica l’esame naturalmente non l’ho superato, non so che cosa si aspettassero. Forse che, nel giro di un’estate  diventassi super intelligente e che da un 3 fisso passassi ad un 6?

Qualcosa di più umiliante non credo di averlo mai vissuto. Perché dopo aver passato tutta l’estate – no, anzi, tutto l’anno!- a fare ripetizioni, all’esame ho preso comunque 3 e sono stata bocciata. A quel punto mia mamma non ce l’ha più fatta e nonostante tutte le difficoltà mi ha portata da un logopedista. Cinquecento euro per delle visite private che hanno dato un risultato:

Dislessica e discalculica.

Dislessica e discalculica.

Dislessica e discalculica.

Dislessica e discalculica

Ho continuato a ripetermelo nella testa fino quasi a farmi sanguinare le orecchie. Mia mamma era una furia, la logopedista continuava a dire che tutto ciò che avevo subito in questi anni era un’ ingiustizia: tutti continuavano a parlare in quell’ufficio. Ma io stavo zitta perché per la prima volta nella mia vita non ero io ad aver sbagliato, non ero io quella pigra che non aveva voglia di fare nulla, quella incazzata con il mondo, fragile fino a spezzarsi in tanti pezzi. Non ero io. Non avevo sbagliato io.

Ora a scuola vado bene con i miei piani personalizzati che comunque non stanno bene a tutti i professori. Alcuni dicono che ce la farei anche senza. Mi giro dall’altra parte e non li ascolto. La scuola la odio comunque, forse anche più di prima.

Ma racconto la mia storia perché non accada a nessun altro, perché i professori si formino per riconoscere problematiche d’apprendimento, perché non giudichino un bambino dalla storia che ha, qualunque essa sia.

Perché scoprire a 17 anni di essere dislessica e discalculica vuol dire rovinarsi tutti gli anni della scuola. E non volersi svegliare la mattina per andarci.

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