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Omaggio a Lucio Battisti, mito musicale ancora vivo a vent’anni dalla morte foto

Gli album, le canzoni, la carriera... Filippo Sella a Poggio Bustone per rendere omaggio al vero grande bardo che la ,musica italiana ha avuto.

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Lucio Battisti ci lasciava il 9 settembre del 1998: sono passati vent’anni ma il mito è ancora vivo. Battisti è stato, tra gli artisti italiani, il più grande di tutti e sfido chiunque a sostenere il contrario. Scrivere di Battisti mi commuove; ricordo ancora i miei primi tre vinili acquistati nel 1979 a 14 anni. “Emozioni” e “Pensieri e parole” di Lucio, edizioni orizzonte, con quelle orrende
copertine con l’angolino di cielo in alto a sinistra; e una raccolta di un gruppo minore chiamato “The Beatles”. Totale £ 16.000; 3.500 l’uno quelli di Battisti, 9.000 il gruppo misconosciuto. Li ho consumati, ascoltati all’infinito e sono stato fulminato sulla via di Poggio Bustone.

Lucio Battisti è stato autore, musicista, cantante e ha raggiunto livelli di eccellenza ineguagliati; ha rivoluzionato il mondo della canzone italiana avvicinandola al r’n’b al prog, alla disco, al soul.
Un vero genio della musica. Perfezionista della chitarra, negli arrangiamenti. Ha saputo coniugare tale rigore con un canto non perfetto, caratterizzato da un’interpretazione quasi live piena di groove. Raramente altre voci, seppur eccellenti, si sono avvicinate alle canzoni di Lucio meglio di Battisti stesso.

Grazie alla collaborazione con Mogol ha toccato temi difficili, non trattati in precedenza, con punte di lirismo impensabili. Si è contornato di maestri dello strumento più che di musicisti. Giusto per citarne alcuni: I Quelli che poi diventeranno la PFM; Alberto Radius e La Formula 3, Dario Baldan Bembo, Massimo Luca, Vince Tempera, Gianni Dall’Aglio etc…

I suoi dischi sono stati dagli esordi nel ‘69 al ’72 (6 LP) come dei greatest hits, tanto erano le perle che li componevano. Quando ancora Battisti rilasciava interviste gli chiesero come mai i suoi dischi contenessero solo 8 canzoni. Il nostro eroe rispose che i suoi LP non erano selezioni raccogliticce di brani ma erano composti da 8 piccoli capolavori e che per questo avrebbero dovuto costare di più, se poi ci metteva più canzoni…

Dal ’73 al ’76 ha sperimentato, tra progressive e musica brasiliana, quando avrebbe potuto ripetere ad libitum quanto già scritto. Infine tra il ’77 e l’80 ha pubblicato tre LP super prodotti che suonano ancora attuali e comunque straordinari.

Nel 1981 la collaborazione con il parolierie Mogol termina e Battisti sale su un altro pianeta musicale avanti anni luce, al quale noi umani non abbiamo accesso. Dal 1982 al ’98 pubblica 6 Lp in cui sperimenta sia a livello musicale sia affidando le parole alla scrittura della moglie prima (“E già” del 1982) e poi definitivamente al poeta ermetico Pasquale Panella (“Don Giovanni” ‘86, “L’apparenza” ’88, “La sposa occidentale” ’90, “Cosa succederà alla ragazza” ’92, “Hegel” ’94).

Settembre 1998; Lucio muore in seguito ad una malattia.

lucio battisti

Lucio Battisti nasce il 5.3.1943 a Poggio Bustone in provincia di Rieti. Negli anni ’50 la famiglia Battisti si trasferisce a Roma ed il giovane Lucio chiede in regalo una chitarra.
La leggenda narra che un elettricista di Poggio Bustone, tale Silvio Di Carlo, gli abbia insegnato i primi rudimenti. Pare pure che il padre Alfiero, stanco degli scarsi risultati del figlio a scuola, abbia sfasciato la chitarra sulla testa del nostro eroe. Scesero a patti: se il figlio si prende il diploma di perito elettrotecnico, il padre lascerà che la musica abbia il sopravvento. E così tutti felici e contenti.

Dal 1962 al ’66 Battisti fa esperienza suonando con I Campioni di Roby Matano e si trasferisce a Milano. Comincia a scrivere i primi pezzi, ancora acerbi. Nel ’65 conosce Christine Leroux, editrice musicale, che lo mette in contatto con l’autore Giulio Rapetti, in arte Mogol. Dopo un primo incontro, in cui Mogol non pare troppo impressionato dalle doti di Battisti, i due iniziano a collaborare. Il paroliere insiste perché Battisti canti le sue canzoni e non si limiti a comporre per altri.

1966 – “Adesso sì” è il primo brano, scritto per Sergio Endrigo, che lo presenta al Festival di Sanremo. Lucio poi scrive i brani del 45 giri “Dolce di giorno/Per una lira”. La versione cantata da Lucio non ottiene alcun riscontro; verrà portata al successo dai Dik Dik e dai Ribelli di Demetrio Stratos.

1967 – Battisti/Mogol compongono “29 settembre” che, interpretato dall’Equipe 84, raggiunge il primo posto nella hit parade. Seguono “Nel cuore, nell’anima” ancora per il gruppo di Maurizio Vandelli e “Luisa Rossi/Era” secondo 45 giri di Battisti, che non ottiene alcun successo. Poi “Non prego per me” per Mino Reitano.

1968 – “Prigioniero del mondo” (composta da Donida) e “Balla Linda” è il suo nuovo 45 giri con cui Lucio partecipa al Cantagiro classificandosi quarto. Scrive “Il vento” che lascia ai Dik Dik.

1969 – Partecipa al Festival di Sanremo con “Un’avventura”, interpretata in coppia con Wilson Pickett. 9° posto finale. Il mondo si accorge che è nata una nuova stella. Iniziano le prime comparsate a varie trasmissioni televisive; dove appare sempre ironico e sorridente. Il 31 gennaio esce il 45 “Un’avventura/Non è Francesca”.

Marzo 1969 esce “Lucio Battisti”, il primo LP. Contiene 12 brani bellissimi. È il sunto di quanto ha scritto negli anni precedenti, intrerpretato o lasciato ad altri artisti. Lato A – “Un’avventura”, “29 settembre”, “La mia canzone per Maria”, Nel sole, nel vento, nel sorriso, nel pianto”, “Uno in più”, “Non è Francesca”. Lato B – “Balla Linda”, “Per una lira”, “Prigioniero del mondo”, “Io vivrò”, “Nel cuore, nell’anima”, “Il vento”. È beat, folk, soul, r’n’b: è evidente che Battisti ha rielaborato, a modo suo, la lezione musicale proveniente da oltremanica e dagli Usa. Nessuno l’aveva fatto fino ad allora, ottenendo poi un prodotto originale e totalmente autoctono. Merita 4 pallini.

A quel periodo risale la rivelazione di Battisti di essersi fidanzato con Grazia Letizia Veronese, segretaria del Clan di Celentano. Dall’unione nel 1973 nascerà Luca. Si sposeranno nel 1976.

Marzo 1970 – esce il 45 giri “Acqua azzurra, acqua chiara/Dieci ragazze”; sarà il tormentone dell’estate e vincerà il Festivalbar. Dal 21 giugno al 26 luglio di quell’anno, Battisti e Mogol intraprendono un lungo viaggio a cavallo da Milano a Roma. Viaggio raccontato da Battisti stesso su “Sorrisi e canzoni tv”. Poi Lucio, accompagnato dalla Formula 3, tiene un tour di dieci date, tra la Romagna, la Versilia e la Liguria. Sarà il suo ultimo tour.

Dicembre 1970 – viene pubblicato il LP “Emozioni”. Comprende 12 canzoni memorabili, di cui 8 originali e 4 già pubblicate negli anni precedenti. Lato A – “Fiori rosa, fiori di pesco”, “Dolce di giorno”, “Il tempo di morire”, “Mi ritorni in mente”, “7 e 40”, “Emozioni”. Lato B – “Dieci ragazze”, “Acqua azzurra, acqua chiara”, “Era”, “Non è Francesca“, “Io vivrò”, “Anna”.
Solo scorrendo i titoli ci si rende subito conto che in un solo disco sono presenti alcune tra le canzoni che hanno fatto la storia della canzone italiana d’autore. Ritornelli che non ti escono più dalla testa, ritmi brillanti, testi freschi, nuovi. Il tutto suonato meravigliosamente. Il disco raggiunge la testa della classifica e vi resta per 51 settimane consecutive. È un trionfo assolutamente meritato. 5 pallini.

Nel frattempo, tra il marzo del 1969 e il novembre 1971 Battisti compone ancora per altri artisti. “Il Paradiso” e “Per te” per Patty Pravo, “Mamma mia” per i Camaleonti, “Insieme”, “Io e te da soli”, “Amor mio” e “La mente torna” per MinaVendo casa” per i Dik Dik, “Eppur mi son scordato di te” per La Formula tre, “Amore caro, amore bello” e “L’aquila” per Bruno Lauzi. 11 brani meravigliosi ed unici con cui ritagliarsi una carriera da star. No, lui li lascia ad altri. Non contento poi, a fine ’71, pubblica un 45 giri epocale “La canzone del sole/Ancheper te” che ha fatto la fortuna dei molliconi da falò sulla spiaggia, me compreso.

lucio battisti

Luglio 1971 – “Amore e non amore”, terzo LP. Si parte con una copertina stupenda. Battisti bucolico contornato da due cavalli (uno è quello della famosa gita con Mogol) e da una fanciulla dallo statuario fondoschiena. La leggenda narra che la proprietaria di cotanto fosse la allora fidanzata di Lucio, poi moglie, Grazia Letizia Veronese. Pare invece che fosse una modella australiana amica di Mogol. La poverina si ammalò, si era a ottobre; nonostante Battisti avesse provveduto a coprirla con un giaccone, tra un scatto e l’altro. Album strano ma bello, decisamente. Strano perché Battisti stravolge la sua cifra stilistica scrivendo 4 pezzi cantati e 4 solo strumentali (dai titoli lunghissimi). I brani cantati sono comunque inusuali, non contenendo nessun ritornello battistiano. “Dio mio no” contraddistinta da un meraviglioso inizio; basata su di un solo accordo. Viene al tempo censurata per la frase ”la vedo in pigiama e lei si avvicina..Dio mio no! Cosa fai? Che cosa fai?”. Suona come fosse live, tanto che si sente lo stesso artista chiamare “Baldan, Baldan,  Baldan” per introdurre il solo di organo di Dario Baldan Bembo e poi “Batto quattro… one, two, three, four” per dare il tempo alla band nel finale. “Una” ci mostra l’amore di Lucio per la musica soul. Mogol descrive una donna in maniera fin troppo ironica (“un giardino in testa hai”), un po’ maschilista. Al tempo nessuno disse niente, ora verrebbe dato in pasto alle fiamme. Resta la musica molto forte e molto USA. “Se la mia pelle vuoi” è un hard blues suonato come se non ci fosse un domani. Cantato a squarciagola, contiene un bell’assolo di chitarra di Alberto Radius e di pianoforte di Flavio Premoli. “Supermarket” vede Battisti alla chitarra ritmica sostenere il brano. Scarno e incalzante; tempo tenuto col battere del piede. Testo poco elegante e denso di doppi sensi. Le tracce 2-4- 6-8 sono quattro brani strumentali; si muovono tra sperimentazione, prog, flamenco, Brasile, Bakalov e Morricone. 4 pallini.

Ottobre 1971 – Viene pubblicato “Volume 4”. Ultimo Lp con la Dischi Ricordi. A breve Battisti passerà alla casa editrice “Numero 1”. E’ un disco che Battisti non vorrebbe pubblicare. Nonostante ciò la Ricordi dà fondo al catalogo dell’artista e edita un LP con poche perle. In primis la copertina; in cartoncino bianco martellato, apribile, con profilo ritagliato di un Battisti capellone. C’è poco di rimarchevole: la nuova e indimenticabile “Pensieri e parole”, con quel bellissimo controcanto. E la vecchia cover “Adesso sì” scritta per Sergio Endrigo e risalente al ’66.
Il resto sono pezzi già pubblicati come 45 giri in precedenza. Tra questi bellissima è “Le tre verità” con cui si ritratta il tema di “Rashmon” di Kurosawa. Uno strepitoso Battisti interpreta le tre parti con tre diversi registri di voce. La musica tratteggia atmosfere tra lo psichedelico e l’hard blues. Spettacolosa. 3 pallini.

Aprile 1972 – “Umanamente uomo: il sogno”, primo disco con la neonata “Numero 1”. Battisti torna alla forma canzone che lo ha reso celebre. Intro meravigliose, strofe accattivanti e ritornelli indimenticabili. Il tutto condito da musicisti ed arrangiamenti eccezionali. La track list prevede 8 brani. Si parte col botto: “I giardini di Marzo”. Cosa dire? Straziante, poetica, sognante. Alzi la mano, se ne ha il coraggio, chi non la conosce! Segue “Innocenti evasioni” che di innocente non ha niente, almeno nel testo. Chitarra con wah-wah, basso pulsante e violini fanno molto disco. Racconto dal taglio cinematografico. “E penso a te” è quantomeno bellissima; armonia del piano quasi jazz ma semplice; melodia inarrivabile. Coro finale da pelle d’oca… non dico tipo “Hey Jude”, ma siamo lì. “Umanamente uomo: il sogno” è un bel pezzo strumentale, con tanto di fischio battistiano, non sempre intonatissimo, ma vero; chiude il primo lato. Il secondo si apre con “Comunque bella”; storia di tradimenti e perdono. Una chitarra molto west-coast la rende splendidamente malinconica; poi organo e batteria spaccano. Lucio interpreta sia il tradito che la traditora; da applausi direbbero i Camaleonti. “Il leone e la gallina” è un divertissement sbarazzino che tratteggia il gioco di coppia. Particolarmente belle le parti strumentali con piano, tastiere e chitarra in evidenza. Fa seguito “Sognando e risognando” inizialmente folk, per poi passare ad un rock dal sapore prog. Assolo finale di chitarra molto ’70. Si chiude il LP con “Il fuoco”, che è sperimentazione pura; suoni con echi, effetti sonori strampalati e cori inquietanti. Concludendo, un disco da 4 pallini e 1/2. Con ottimi riscontri di vendita.

23 aprile 1972 Battisti duetta con Mina al Teatro 10. Ne nasce uno spettacolo meraviglioso ed emozionante; ancora oggi ricordato tra i momenti televisivi più belli di sempre. I due grandissimi artisti si esibiscono dal vivo in un medley di “Insieme”, “Mi ritorni in mente”, “Il tempo di morire”, “E penso a te”, “Io e te da soli”, “Eppur mi son scordato di te” ed “Emozioni”.
Suonano con loro Massimo Luca alla chitarra acustica, Angelo Salvador al basso, Gianni Dall’Aglio alla batteria, Gabriele Lorenzi alle tastiere e Eugenio Guarraia alla chitarra elettrica.

battisti mogol

Novembre 1972 – “Il mio canto libero” esce nei negozi. Ancora più bello del precedente, già notevole. Vende un botto. 8 canzoni compongono il LP; 8 piccoli capolavori, cesellati con professionalità ma anche grande sentimento. Si parte con “La luce dell’est”. Battisti/Mogol si superano. La musica e le parole vanno di pari passo. La strofa prima ed il ritornello poi ci trasportano in un luogo da sogno, leggero; finale di violini e voce, disarmanti. Abbacinante. Se avete suonato/cantato ad una fanciulla questo pezzo senza poi venire al dunque, cambiate mestiere; datevi alla moda. “Luci-ah” ha un incipit di piano quasi saloon, bellissimo. A suonarlo è quel meraviglioso ometto di Vince Tempera. Pare che a Battisti il suo arrangiamento non piacesse, tanto da farglielo ripetere allo sfinimento. Tempera abbandona lo studio per non menare il nostro caro Lucio. Questi si vendicherà, pubblicandola come Vince l’aveva suonata, senza però inserirlo nei credits. Testo molto divertente che narra di una donna anticonformista e spregiudicata; una stilettata per i benpensanti. Musica accattivante ma non superficiale; bello l’arrangiamento con vari cambi di ritmo. Impossibile non canticchiarla all’infinito. “L’aquila” è il terzo brano; già dato a Lauzi l’anno precedente. Solo voce, che quasi si rompe, e chitarra acustica, molto percussiva; bellissima progressione armonica. Finale con voci a chiamata e risposta, molto suggestivo. I violini fanno da ottimo contorno. “Vento nel vento” è la traccia 4. Un piano molto classico accompagna la voce, poi entra un organo fino al bellissimo ritornello. Orchestra nel bridge quasi musical. Migliore chiusura del primo lato non poteva esserci; bellissima.
La lega calcistica” di De Gregori gli deve molto.  La seconda facciata del LP si apre con “Confusione”, brano dal tema ecologista cui Mogol era molto interessato. Protagonista del pezzo è la chitarra elettrica di Alberto Radius che ne introduce la strofa e ne tratteggia la ritmica. Il canto di Battisti pare un rap ante litteram. Molto originale. “Io vorrei.. non vorrei… ma se vuoi” è la seconda traccia. Parla dell’abbandono, della perdita e della rinascita che tutti abbiamo provato. Tra i temi musicali battistiani più cantati di sempre. “Come può uno scoglio…” non serve
continuare. M-e- r-a- v-i- g-l- i-o- s-o! “Gente per bene e gente per male” è uno scherzosa frecciata al perbenismo borghese di quegli anni. Successione armonica molto intrigante e inconsueta.
Il mio canto libero” chiude in bellezza un album splendido. Tre accordi e niente più: La magg. – Do# min. – Fa# min. – quanto basta per scrivere un pezzo bellissimo. Che cresce e cresce, accompagnato da cori che fanno il controcanto. Belle le trombe che ne ribadiscono il tema. Finale enfatico ma comunque equilibrato. Vera poesia in musica. Un disco da 5 pallini; che se non avete… peggio per voi.

È a partire dalla fine del ’72 che Battisti, toccato da alcune aspre critiche, decisamente fuori luogo, decide di diradare le apparizioni mass mediatiche. L’assalto dei giornalisti alla nascita del figlio Luca, nell’anno seguente, porta Lucio a chiudersi a riccio in maniera definitiva. Dal 1973 al 1976 Battisti stanco del cliché “canzone tormentone/inno” inaugura una nuova fase della sua carriera votata più alla sperimentazione che alla canzone tout court.

Settembre 1973 – Pubblica “Il nostro caro angelo”. È un disco controverso proprio perché non contiene più quei temi tanto cari al pubblico. Anche la copertina sconvolge i benpensanti; con strani figuri e più di un nudo (femminile). Infatti, degli 8 brani che compongono il LP, solo 2 sono canticchiabili: il pezzo omonimo e “La collina dei ciliegi”. Comunque belli anche gli altri brani ma non facili da assimilare. Richiede un ascolto più approfondito. Battisti liquida i musicisti che l’hanno accompagnato fino ad allora; si affida solo ai fidi Dall’Aglio alla batteria e Bob Callero al basso. Il resto lo suona tutto lui. Gli arrangiamenti sono ancora freschi e vincenti; chitarre distorte e batterie sincopate. Rock a tutto tondo, con venature etniche. Mogol poi tocca, con disincanto ed ironia, ancora temi difficili come l’ecologia, il consumismo e l’emancipazione femminile che sgomenta il mondo maschile. Un vinile al tempo poco capito, rivalutato negli anni. Vendite comunque alte. 3 pallini.

Novembre 1974 – “Anima latina” compare negli scaffali dei negozi. Un passo ancora verso la libertà compositiva. Nessun pezzo che possa avvicinarsi ad una hit. Il disco nasce da un viaggio fatto da Battisti in Sudamerica alla ricerca di nuove atmosfere ed ispirazione. Il risultato lascia un po’ spiazzati. Tornano i musicisti di sempre e si sente l’influenza del nuovo rock italiano, del prog e della fusion che i quegli anni spopolano. Brani dalla lunga orchestrazione e dalla strumentazione composita e complessa. Come nel disco precedente sulla copertina solo il nome dell’artista e il titolo; le canzoni sono citate solo all’interno. Nonostante l’atipicità il disco vende molto bene. 3 pallini per il coraggio.

Febbraio 1976 – Esce “Lucio Battisti, la batteria, il contrabbasso eccetera”. Anche questo disco nasce da un viaggio; Battisti ritorna dagli Stai Uniti e comincia a comporre i pezzi nuovi. Altra rivoluzione. La fanno da padrone il ritmo: un basso elettrico pulsante, tastiere a tappeto e una chitarra molto funky, come preannunciato dal titolo. Un disco che suona molto al passo, se non avanti, coi tempi; come d’altra parte tutti i dischi di Lucio. Oltre ai soliti noti, vi sono nuovi collaboratori: Walter Calloni alla batteria e Ivan Graziani alle chitarre. Il ’76 è l’anno in cui esplode la musica da discoteca; non è un segreto che Lucio abbia antenne sintonizzate sulla musica del mondo. Easy listening e disco dance sono le sonorità predominanti. Da ricordare: “Ancora tu” che sbanca in tutte le classifiche; “La compagnia” di Mogol/Donida risalente al ’69, ma sempre commovente e bellissima. Ne farà una bella versione anche Vasco Rossi nel 2007. “Io ti venderei” con quel giro di basso anticipa i Fratelli La Bionda di “One for you one for me” di due anni. “Respirando” molto ispirata; riporta alle musiche più riuscite di “Anima latina”; trascinante. Meno riuscite le restanti canzoni. Il disco vende comunque molto bene. 3 pallini.

battisti mina

Marzo 1977 – “Io tu noi tutti” Ritorno alla grande. Album superprodotto che contiene delle vere gemme. Ritmica sempre in evidenza ma più elegante del disco precedente. Si respira un’aria di musica internazionale; le registrazioni vengono effettuate in California. Prima fra tutte “Amarsi un po’” dal suono così americano; melodica con un ritmo ipnotico ed accattivante. La voce di Lucio è davvero stupenda. Segue la sincopata “L’interprete di un film” dal ritornello veramente bello ed una chitarra elettrica funkyssima. Per “Soli” il vero protagonista è un piano elettrico stile Billy Joel che accompagna il cantante. Chiude il lato A “Ami ancora Elisa” che vede un’altra interpretazione vocale eccellente di Battisti; puro easy listening made in USA. Apre il lato B una fantastica ”Sì viaggiare”. Intro di tastiere da paura, poi la batteria che esplode. Ritmo coinvolgente con chitarre cristalline che ricordano George Benson. E’ R’n’B, funky, una meraviglia. Bello anche il testo. Un capolavoro. Con il pezzo successivo il feeling resta alto. Si tratta di “Questione di cellule”. Bella la successione degli accordi (tre chitarre sovrapposte) che porta al ritornello
cantato su registri molto alti. Anche qui Battisti canta con grande groove. Personalmente ritengo “Un anno di più” una delle canzoni più belle di sempre. Ogni volta che la sento mi si stringe il cuore. Bellissimo il piano elettrico che accompagna una voce sublime. Bridge spiazzante e incisivo. Testo autobiografico di Mogol, emozionante. Si chiude in bellezza con “Neanche un minuto di non amore”. Racconto fotografico di una storia d’amore. I musicisti danno il meglio, Battisti alla voce in primis. Bel groove. Lato B batte lato A 4-1. Un disco da 4 pallini; altro riscontro di vendite importante.

Settembre 1977 “Images” Operazione fallimentare; voleva introdurre Battisti negli USA. I brani (5) vengono tratti dal Lp precedente, oltre “La canzone del sole” e “Il mio canto libero”, tutti cantati in inglese. Con tanto di testi riportati nel retro di copertina. Disattende le aspettative, vendendo poco o niente. Non molto meglio nella versione per il mercato spagnolo. Peccato, se l’operazione non fosse stata così raffazzonata, Battisti avrebbe potuto sfondare anche all’estero, come meritava. 3 pallini per la riconoscenza.

Dicembre 1978 – Esce “Una donna per amico” Battisti si supera; realizza il suo più bel disco dall’anno monstre, il 1972. “Una donna per amico” è l’album della maturità, prodotto magnificamente da Geoff Westley a Londra. L’arrangiamento si differenzia da brano a brano. Contorna canzoni molto belle, senza affossarle, ma arricchendole. I musicisti sono perfetti, mai invasivi ma ben presenti. Battisti dà il meglio di sé, concentrato solo sul canto. Molto belli come al solito i testi di Mogol. “Prendila così” apre il disco. Elegante e malinconica, ti avvolge come un vecchio ricordo. Grande sax nel finale. Bella, bella, bella. Si continua con “Donna selvaggia donna” che tratta di una donna forse troppo entusiasta. Melodicamente affascinante, viene caratterizzata da una chitarra dall’arpeggio spagnoleggiante nella strofa e da una elettrica e lancinante nel ritornello. Impasto di voci stupendo; molto Manhattan Transfer. “Aver paura di amarsi troppo” è fin troppo bella; armonicamente non lascia scampo. Ancora sovrapposizione di voci da pelle d’oca. Aggiungiamoci poi il testo e siamo quasi alle lacrime. “Perché no” chiude il primo lato tra quotidianità e amore. Bello il racconto quasi cinematografico, avvolto dai violini. La musica è all’altezza del testo; semplice, misurata ma anche elegante. Un meraviglioso e dissonante piano introduce “Nessun dolore”. Seguono basso elettrico martellante e batteria; non si riesce più a star fermi. Brano dalla progressione armonica magnetica. Ritornello a chiamata e risposta tra cantante e coro. Percussioni e tastiere a rinforzare il tutto. Altro capolavoro. I Bee Gees non avrebbero saputo fare di meglio. Il brano omonimo è un brano di gran classe; diventerà un successone in discoteca. Grande groove con tastiere e batteria a duettare splendidamente. Basso che sostiene l’intera struttura del brano. Nonostante lo si sia sentito in tutte le salse resta un bellissimo pezzo. “Maledetto gatto” è forse l’unica canzone che non spacca; simpatica ma niente più. Con “Al cinema” termina il disco. Gran bell’incedere tra piano e chitarre; canto rauco e sofferto che fa da contrasto al ritornello molto festoso e trascinante. Altro quadretto cinematografico all’altezza della fama di Mogol. Bello il finale con il canto doppiato dai fiati. Licenza poetica del paroliere; non esiste un film con Dustin Hoffmann, Al Pacino e la Dunaway. Disco da 5 pallini; un capolavoro assoluto da avere accanto al giradischi. Vende almeno un paio di botti.

Gennaio 1980 – Viene pubblicato “Una giornata uggiosa” Ancora prodotto da Geoff Westley che, però questa volta, si lascia prendere la mano. L’album è un po’ troppo bellino. Un arrangiamento con troppe tastiere mette in secondo piano la voce di Lucio; poche le chitarre. Suona un po’ monocorde, senza alcuna voglia di rischiare, di dare una veste diversa ad ogni canzone. I pezzi sono 10; tutti di ottima fattura, pur non toccando le vette del disco precedente. Come sempre Mogol sviscera, misurato ed ironico, aspetti della vita quotidiana. Dalla ricerca di un alloggio (“Il monolocale”) al rapporto di copia analizzato in tutte le sue sfaccettature. Gelosia (“Gelosa cara“), ricerca della libertà (“Orgoglio e dignità”), incompatibilità (“Amore mio di provincia”), insofferenza (“Perché non sei una mela” ). Il paroliere, poi, filosofeggia sulla vita (“Una vita viva”). Una spanna sopra le altre le ultime due canzoni; l’omonima e “Con il nastro rosa”. La prima è caratterizzata da un’intro con tanto di temporale e chitarra acustica a scandire il tempo; veramente trascinante. Poi entrano le tastiere, la batteria e tutto il resto, brillante e incalzante. Finalmente si sente una chitarra elettrica; fa da controcanto alla voce di Battisti. La seconda è il vero capolavoro del disco. Stracantata (“Chissà chi sei”) e stracitata (“Lo scopriremo solo vivendo”). Suona elegante ed internazionale. Bello l’assolo di chitarra. Molto intrigante. 4 pallini all’LP. Vendite sempre notevoli.

lucio battisti

Qui si chiude la carriera del Battisti “melodico”. Inizia poi una scrittura sperimentale e criptica, ermetica. Sia in musica che in parole.  Confesso che non l’ho ancora capita. E quindi non sono in grado di parlarne. Del personaggio Battisti si è detto di tutto; che fosse dal braccino corto, lunatico, presuntuoso, burbero, pure fascista. Vero, non vero; non me ne pò fregà de meno. Battisti è stato un grande, punto. Per la musica che ha scritto; per come l’ha interpretata. Per quanto ha innovato tecnicamente e stilisticamente; per avere sdoganato la canzone italiana; per avere precorso i tempi, suonando prog e disco quando in Italia nemmeno si sapeva cosa fossero. Ha accompagnato me e milioni di persone in tutto il mondo con le sue meravigliose canzoni. Non serve aggiungere altro. Dovendo passare da Viterbo alle Tremiti ho pensato bene di andare in pellegrinaggio a Poggio Bustone a rendere omaggio al vero Grande Bardo che la musica italiana ha avuto.

Grazie, Grande Lucio.

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