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“Caso Foppolo: è quel modello di business che ha portato al tracollo”

Matteo Oriani, "un cittadino innamorato delle nostre valli" interviene sulla vicenda giudiziaria che ha colpito Foppolo e Valleve.

Matteo Oriani,  “un cittadino innamorato delle nostre valli” interviene sulla vicenda giudiziaria che ha colpito Foppolo e Valleve.

L’evoluzione delle vicende giudiziarie di Foppolo e del comprensorio Bremboski impone una riflessione più ampia che superi le notizie di stampa e giudiziarie.
Rimango convintamente garantista e non commenterò i risultati dell’indagine, ma è indubbio che sulla vicenda degli impianti sciistici dell’alta valle brembana vi siano responsabilità più o meno gravi, quantomeno di una gestione non coerente con i principi del buon padre di famiglia. Tuttavia tali responsabilità non vorrei divenissero l’alibi, per alcuni, per scaricare la colpa sui soli indagati.

Ritengo, invece, che ciò che ha portato al disastro di Foppolo sia un problema di sistema.
Mentre Bremboski e l’alta valle andavano incontro alla rovina, organizzativa e finanziaria e a ben più complesse vicende penali, negli stessi anni Ponte di Legno si rilanciava con investimenti 4 volte superiori.

Mi si obietterà che le due realtà non sono paragonabili, che Ponte di Legno e il Tonale sono altra cosa, ma non concordo.

A Ponte di Legno è stato scelto un metodo di business che ha visto il più ampio coinvolgimento di tutti i soggetti di un sistema: dagli operatori degli impianti, ai ristoratori, agli albergatori, agli stessi proprietari di seconde case. Questo modello di business ha permesso importanti investimenti, l’accesso al credito, pubblico o bancario, e ad una gestione fortemente attrattiva.

In Valle Brembana si è preferito caricare solo gli enti pubblici della gestione, facendo investimenti indebitando le realtà comunali (perché alcuni investimenti negli anni sono stati fatti e sarebbe ipocrita negarlo: nuova seggiovia valcarisole, nuova seggiovia valgussera, nuove piste adeguate ai nuovi standard di richiesta turistica). Si è privilegiata una gestione eccessivamente personalistica, invece di coinvolgere e aprire ad altri soggetti.

Negli anni Foppolo, come altre realtà sciistiche lombarde, ha richiesto fondi pubblici regionali ed è emerso che questi non siano stati investiti in maniera conforme al dichiarato. Se saranno dimostrate le accuse, mi chiedo: dove fosse Regione Lombardia quando prestava soldi ad una società già in perdita, fortemente indebitata, non in regola con gli aspetti contributivi? Dove erano i controlli? Dove le verifiche? Su quali presupposti fu fatto, ad esempio, l’ultimo prestito, ormai già azzerato dalla situazione debitoria, visto che la società era già in evidente stato di crisi? La politica non può non farsi un serio esame di coscienza. Soprattutto quei politici che, tronfi, annunciarono di aver salvato la valle con i prestiti e che ora, alla luce di quanto accaduto, tacciono.

Da questa vicenda bisogna saper ripartire auspicando, anzi sollecitando, la piena attuazione della legge regionale degli impianti di risalita approvata a dicembre 2017 dal Consiglio Regionale. Regione Lombardia dovrà, da un lato, trovare le formule corrette per finanziare gli impianti di risalita, tutti in crisi, e dall’altro garantire che i prestiti non si disperdano in inutili rivoli ma siano investiti utilmente per il rilancio delle nostre valli.

Al contempo, la valle dovrà mutare mentalità. Il modello di business utilizzato fino ad oggi ha portato al tracollo. Ora è necessario aprire, sperimentare, apprendere da altre realtà e fare sistema coinvolgendo la più ampia platea possibile. Solo così facendo si potrà avere un vero rilancio.

Gli uomini soli al comando li abbiamo già provati, ora è tempo di altro.

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