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I misteri di Foppolo: le faide e gli incendi che si ripetono, ancora senza colpevoli fotogallery

L'indagine della Procura era partita dalle fiamme dolose agli impianti Quarta Baita e Montebello. Gli inquirenti guardano al clima di "profonda e ramificata tensione" sviluppatosi in alta Valle

Tutto comincia da lì: nella notte tra giovedì 7 e venerdì 8 luglio 2016, quando la quiete che regna sulle montagne dell’alta Valbrembana viene improvvisamente spezzata. A Foppolo, il principale centro sciistico della zona, a quota 1.820 metri d’altezza bruciano le seggiovie Quarta Baita e Montebello facenti capo alla Brembo Super Ski, l’ormai ex società degli impianti fallita il 27 febbraio dell’anno successivo. Sui luoghi del rogo vengono trovati inneschi rudimentali, stracci imbevuti di carburante, una bottiglia d’alcol, fiammiferi e una bombola di gas che di certo non doveva trovarsi lì.

La deduzione logica, anche perché sono due le stazioni bruciate nelle stesse ore, è che si tratti di un’azione premeditata e quindi dolosa. Il sostituto procuratore di Bergamo, Gianluigi Dettori, apre un fascicolo a carico di ignoti, disponendo il sequestro degli impianti di risalita divorati dalle fiamme. In fumo vanno le due basi, un motore, le cabine di comando e i quadri elettrici.

Chi è stato e perché resta uno dei misteri più grandi. Un interrogativo al quale (per ora) non è stata data risposta nonostante l’inchiesta della Procura sia partita proprio da quella tiepida notte d’estate, ormai distante un anno e nove mesi. Un lasso di tempo nel quale le indagini della Procura hanno svelato nuovi scenari all’interno dei quali, oggi, le fiamme alle seggiovie non sembrano che il pezzo di un puzzle intricato e decisamente più grande.

Ma andiamo con ordine. Quel che si sa, è che all’incendio seguono il bando per il riposizionamento della cabinovia (vinto poi dalla Graffer dall’imprenditore bresciano Sergio Lima, tra gli indagati) e la corsa ai fondi per salvare Foppolo e il turismo della valle. Circa 5 milioni racimolati tra Regione Lombardia, Bim e operatori privati. Alla fine, la stagione sarà garantita dal ripristino degli impianti danneggiati, un’operazione più veloce ed economica.

La pista battuta dagli inquirenti è la seguente: oltre ad assicurare a Berera importanti finanziamenti (da tempo forse ricercati altrove, vedi le contestazioni di truffa aggravata e di bancarotta fraudolenta), l’incendio avrebbe attribuito alla gara per il riposizionamento della telecabina una condizione d’urgenza, sgombrando di fatto il campo alla Graffer da potenziali concorrenti. In altri termini, il sindaco e Lima avrebbero pianificato il tutto a tavolino, commissionando l’esecuzione dell’incendio.

“Tale ipotesi investigativa – si legge nell’ordinanza – è stata scandagliata in ogni suo aspetto”, ma ad oggi il pm non contesta né a Berera né a Lima il concorso nel delitto di incendio, all’origine dell’inchiesta. “Nonostante le approfondite indagini, supportate dalle intercettazioni telefoniche ed ambientali, nulla è emerso in ordine ad un coinvolgimento del sindaco di Foppolo o dell’imprenditore Lima nei fatti di incendio”.

Gli inquirenti iniziano dunque a guardare altrove, anche se tutto resta da dimostrare. Sotto la lente d’ingrandimento è finita quella che definiscono una “situazione di profonda e ramificata tensione” sviluppatasi in alta valle nel corso degli anni: vuoi per le modalità disinvolte con le quali il territorio è stato negli anni amministrato, vuoi per gli interessi economici diffusi legati agli impianti sciistici e le preoccupazioni legate alla situazione fallimentare in cui versava la Brembo Ski. Uno scenario che, allo stato attuale, “non consente di escludere che l’incendio possa essere maturato in contesti differenti ed aver avuto dunque una diversa paternità”.

Ed è proprio in questo scenario che, se non altro, si collocano altri precedenti che hanno visto protagonista l’uso del fuoco: come l’incendio del 23 ottobre 2007 a Valleve, alla baita di proprietà della San Simone Evolution Srl, e quello scoppiato un mese dopo, nella notte tra il 26 e il 27 novembre al rifugio Baita del Camoscio, gestito dalla medesima società. Incendi dolosi i cui responsabili non sono mai stati identificati, ma secondo gli inquirenti riconducibili a possibili ritorsioni tra i contendenti della San Simone e gli amministratori locali, altro capitolo ricostruito nelle carte dell’inchiesta (l’unico episodio di cui è noto l’autore, ovvero l’incendio scoppiato nel 2010 all’albergo Pineta, si è rivelato un incidente).

Ma il fuoco torna anche in altre occasioni, per quanto apparentemente ‘lontane’ dalle dinamiche dell’alta Valbrembana. E questa volta ‘sfiora’ Sergio Lima: l’incendio al Montebello è il terzo che incrocia il nome dell’imprenditore della Val Trompia, dopo il rogo del 19 dicembre 2012 ai capannoni della Snowstar, a Gussago. La società, specializzata nella manutenzione, montaggio e compravendita di impianti da sci, era fallita l’11 dicembre precedente, e il fatto che il titolare fosse proprio Lima aveva insospettito gli investigatori. Segue l’incendio del 4 giugno 2014 alla Olli Scavi di Pezzaze, gruppo che è stato in affari con la Biancatech: società, anch’essa, riconducibile all’uomo d’affari Lima.

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