L'intervista

Marinoni: “Difficile fare buona sanità senza medici”

Abbiamo incontrato il presidente dell’ordine dei medici di Bergamo Guido Marinoni che non nasconde la sua preoccupazione per una fase particolare che stiamo vivendo: c'è un ricambio generazionale che rischia di aprire un vuoto di presenze dei medici di base e in ospedale.

È da poco alla guida dell’ordine dei medici, anche se nello stesso ordine ha svolto più funzioni e ruoli. Abbiamo incontrato il presidente dell’ordine dei medici di Bergamo Guido Marinoni che non nasconde la sua preoccupazione per una fase particolare che stiamo vivendo: c’è un ricambio generazionale che rischia di aprire un vuoto di presenze dei medici di base e in ospedale.

Presidente Marinoni, perché assistiamo a questo ricambio generazionale?
“È in atto un importante ricambio generazionale sia in ospedale sia nell’ambito della medicina generale che ricade su tutto il territorio. In ospedale il ricambio è più complesso perché cambiano reparti ospedalieri, cambiano le articolazioni delle specializzazioni e conseguentemente definire il ruolo di medici è più difficile. Sul territorio la situazione è più facilmente analizzabile poiché oggi, in media, un medico di famiglia assiste all’incirca 1500 abitanti. Gli attuali medici di famiglia hanno un’età che si aggira attorno ai 65/70 anni poiché la gran parte è entrata con la legge 833 del 1978, la riforma sanitaria che ha di fatto creato la figura del medico di famiglia com’è conosciuta al giorno d’oggi. Tutto ciò li ha portati ad entrare nel mondo del lavoro nello stesso periodo, ma al contrario li spinge anche ad uscire nello stesso frangente di tempo. A livello europeo un medico di famiglia assiste all’incirca 2000 pazienti e questo livello lo si potrebbe raggiungere anche nel nostro Paese, però per poterlo fare occorrerebbero studi organizzati con un personale di supporto amministrativo ed infermieristico, cosa che esiste molto parzialmente e soltanto in alcune realtà”.

Se con il ricambio generazionale vengono a mancare sul territorio medici di famiglia, qual è la soluzione applicata?
“Quando in un comune viene a mancare un medico specializzato in medicina generale, questo viene sostituito con una persona che non ha i requisiti per farlo poiché questa generalmente non ha conseguito il corso di specialistica. Ad essa viene dato un incarico provvisorio di 6 mesi, rinnovabile, ma che viene in seguito nuovamente cambiato e tutto ciò non permette di instaurare un rapporto vero e di fiducia, oltre al fatto che inserire medici che non hanno svolto il corso di formazione è vietato dalla normativa europea, quindi è presente anche il rischio di un’infrazione delle regole dell’Ue”.

Oggigiorno per divenire medico di famiglia, quali percorsi di studi occorre compiere ?
“Per fare il medico in medicina generale non basta solamente la laurea in medicina e chirurgia, come lo stesso vale per divenire medico ospedaliero. In entrambi i casi occorre una specialistica, svolta in un’università per i medici ospedalieri, mentre per medicina generale esiste un corso di formazione di 3 anni tenuto dalle regioni, che in particolare nel caso di Bergamo viene svolto all’Ospedale “Papa Giovanni XXIII”. In media in Lombardia si formano circa 100 medici di medicina generale all’anno, ma per ottenere un livello pari ad un medico ogni 2000 assistiti, si dovrebbero formare almeno 200 medici l’anno, il che vuol dire che nel giro di 7/8 anni si arriverà ad ottenere un medico ogni 3000 abitanti. La situazione è stata ampiamente segnalata, ma non è stato fatto nulla anche perché il numero di borse di studio – dal costo di circa 1000 euro lordi mensili – è limitato ed ulteriori borse di studio non vengono finanziate.

Mettendosi nei panni di un laureato in medicina, quali sono le prospettive dopo l’università ?
“Osservando l’aspetto laureati, il numero di graduati in medicina e chirurgia è più che sufficiente. Alla facoltà di medicina esiste un numero chiuso, ma sul numero non vi sono problemi in quanto il problema è che metà dei laureati non accede né alle specializzazioni universitarie per la professione ospedaliera, né al corso di formazione di medicina generale perché non vi sono i posti. Esiste una massa di medici laureati, in continuo accumulo, che dopo sei anni di laurea non possono di fatto lavorare: compiono sostituzioni, supplenze, turni di guardia in casa di riposo. Ma questi sono lavori di assoluto precariato, non funzionali al sistema. Anche nel caso di presidi di guardia medica ad oggi questo servizio viene svolto da sostituti perché per aver del personale fisso occorrerebbe svolgere un concorso che oggi non esiste. Di fronte a ciò molti di loro emigrano, perché all’estero sono presenti condizioni assolutamente ottime sia per svolgere la specialità che per lavorare. Gli italiani in genere hanno poca propensione ad emigrare perché non conoscono le lingue, ma chi ne ha la possibilità se ne va. Per entrare in un corso di formazione regionale, una volta laureati bisogna far domanda e prima di accedere al corso passa all’incirca ancora un anno, portando così la specialistica da tre a quattro anni. Quando si viene accettati esiste lo scorrimento di graduatoria che porta ad un ulteriore slittamento dell’inizio del corso, per cui in media passano ancora sei mesi che portano ad allungare il corso sino ad una lunghezza di circa quattro anni e sei mesi. Quando si finisce il corso per diventare medico di medicina generale, bisogna iscriversi alla graduatoria e quindi in media passa un ulteriore anno e la lunghezza del corso definitiva si attesta sui cinque anni e mezzo. Se una persona si è laureata a 27 anni, nel migliore delle ipotesi inizia a lavorare a 32, ma per farlo non devono esserci intoppi. Se per una donna (la metà delle laureate sono di genere femminile ) si trova ad affrontare una gravidanza, questa bloccherebbe il tutto e non le permetterebbe di andare oltre”.

Per risolvere tale situazione, quali interventi andrebbero svolti?
“Regione Lombardia offre oggi 90 posti al corso di formazione in medicina generale, ma l’obiettivo è portali ad almeno 200. Sino ad ora Regione Lombardia ha finanziato ulteriori 10 posti che porta il quantitativo totale a 100, mentre per gli altri posti mancanti Regione Lombardia sostiene che dovrebbe esser sostenuti da un finanziamento nazionale. Anche qualora la Regione si facesse carico del finanziamento, questo si aggirerebbe ad un milione di euro annui in più da investire solo nel periodo di ricambio generazionale, quindi per circa una decina di anni. Tutto ciò sarebbe una piccola parte della spesa sanitaria, soltanto che non vi è interesse nell’attuarlo perché la politica possiede interessi soltanto a breve termine”.

A livello locale abbiamo analizzato la situazione, e a livello ospedaliero: quali sono le necessità ?
“I
n ospedale è diverso calcolare i numeri poiché vi sono reparti che si aprono e che si chiudono, vi sono specialità molto complesse, fra le quali alcune che si evolvono e bisogna tener conto anche del ruolo delle alte professione sanitarie in crescita. Capire il fabbisogno specialisti in ambito ospedaliero non è facile, quel che però si può percepire è che in ospedale ci sono sempre meno medici. Dire che si può fare una buona sanità senza medici è arduo. L’emergenza del medico di base sul territorio è più visibile, ma non è vero che in ospedale non esista un’emergenza di tale tipologia. Trovare uno specialista disposto a lavorare in un ospedale pubblico non è facile, anche perché molti non hanno svolto il corso di specialistica. Ad aggiungersi a ciò in ospedale vi sono pochi concorsi perché le assunzioni sono bloccate come su tutto il pubblico impiego, ma anche qualora si facessero concorsi, questi andrebbero deserti, perché mancano specialisti in quanto non è loro possibile accedere a corsi di specialistica”.

In Italia si importano medici dall’estero ?
“Se ne importano, ma pochi poiché il nostro paese non è attrattivo rispetto ad altri stati europei, perché se si conosce l’inglese, si tende a trasferirsi in altri luoghi come Regno Unito, Francia, Germania. Nel caso degli italiani si va a lavorare in Svizzera in quanto paese molto attrattivo nel campo delle retribuzioni. Nel nostro paese ci troviamo di fronte a retribuzioni basse rispetto ai paesi del Centro Europa, quindi in genere si cerca di spostarsi in quelle zone”.

Un ospedale d’eccellenza come quello di Bergamo avrebbe bisogno di un’università oppure no ?
“Esiste già un’università ed ha preso il via quest’anno con un corso di medicina in inglese. Avere tale corso è una risorsa importantissima perché serve sia a Bergamo, sia al suo ospedale che a tutto il sistema lombardo. Questa è un’occasione di crescita per l’ospedale di Bergamo poiché è un ospedale dove è già presente un’attività scientifica e di ricerca e non si può far altro che migliorare”.

I medici italiani possono esser considerati fra i più bravi al mondo ?
“I medici italiani sono sicuramente molto preparati, anche se bisogna tener in considerazione che anche rispetto alla mia generazione in cui erano presenti università di massa e dove era possibile trovare anche 1000 iscritti al primo anno di un corso di medicina, oggi i numeri sono più ridotti e questa è un’opportunità per gli studenti in quanto l’università possono curare meglio i futuri medici. È un’università che fa però perdere molto tempo perché porta ad un’età di maturazione non competitiva rispetto al resto del mondo, perché in genere nelle altre zone del globo la durata di un corso di laurea in medicina è di circa 5 anni senza tempi morti. Se si contano anche i corsi di formazione, nel resto del mondo il periodo di studio è effettivamente di 5 anni di laurea più 3 anni di corso”.

Quali sono i cambiamenti dell’attività professionale nella riforma sanitaria lombarda ?
“La principale novità della riforma sanitaria lombarda è il progetto lombardo della gestione della cronicità. La Lombardia è la prima regione che attua su larga scala il piano della cronicità che consiste nel seguire il paziente con patologia cronica in tutto il percorso di cronicità, sia sotto l’aspetto sanitario che sotto quello sociale. Per esser seguito ha bisogno di un piano di assistenza individuale in cui annualmente viene definito tutto ciò di cui ha bisogno e questo comporta che venga sottoscritto un patto di cura tra paziente e medico curante. Non basta perché occorre un centro di servizi che definisca tutto il percorso di cura, con una persona che aiuti il paziente su come e dove compiere gli accertamenti richiesti nei tempi adeguati e che ricordi a quest’ultimo di assumere i medicinali prescritti qualora non lo facesse. Inoltre il paziente deve esser in possesso delle necessarie informazioni per potersi gestire la propria situazione di cura. Se tutto ciò funzionerà, questo progetto potrà esser molto utile per i pazienti poiché ad oggi molto spesso essi sono abbandonati nelle operazioni che li alla cura”.

Come nasce questo progetto e da chi verrà gestito ?
Già in passato esistevano esperienze all’estero, ma Regione Lombardia ha compiuto un’ampia sperimentazione di cui Bergamo con il progetto CREG era capofila e nel quale 25.000 pazienti bergamaschi sono stati seguiti in questa maniera ottenendo risultati buoni. Altre regioni ci hanno provato come Toscana ed Emilia Romagna con risultati non clamorosi vista la difficoltà di organizzare un sistema di questa tipologia e lo hanno fatto utilizzando i distretti, strutture organizzate che gestivano questo tipo di attività per il paziente con il medico di medicina generale che stilava il patto di cura. In Lombardia i distretti non esistono più quindi si è creata la figura del gestore, che può essere o un erogatore pubblico (ASST), oppure un erogatore privato come casa di riposo o casa di cura o ancora può svolto da una cooperativa di medicina generale, sempre con un centro servizi ed una filiera di erogazione concordata con erogatori locali. Il problema più gravoso è trovare persone in grado di svolgere il ruolo di clinical manager ed in provincia di Bergamo il 60 % dei medici di medicina generale ha sottoscritto ciò, il 40 % no per via di opposizioni oppure perché medici prossimi alla pensione. Secondo delibere regionali che dovrebbe essere una figura di clinical manager diversa dal medico specializzato in medicina generale, ma ciò è impossibile. Questo 40 % di pazienti è ancora da definire, nonostante ciò il 60 % di adesione fra medici di famiglia, molti dei quali vicini all’età pensionabile, è un successo clamoroso, non essendo questi nemmeno obbligati ad aderire per contratto. Nelle provincie di Mantova e Sondrio si sono registrati picchi di adesione del 70 %, però al contrario nella provincia di Milano il dato è del 20 %”.

Prendendo in considerazione l’ordine dei medici, questo ha ancora senso ?
“Assolutamente sì, tant’è che recentemente è stato riconosciuto dal mondo delle istituzioni e della politica con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale la legge Lorenzin che riforma ordini già esistenti come quello di medici, farmacisti e veterinari, ma trasforma in ordini collegi come quello di ostetriche, infermieri e professioni tecniche – sanitarie. Tutto ciò è stato fatto con passaggi legislativi e di riforma a nostro parere discutibili in quanto sono presenti aspetti che diverranno di difficile gestione come la gestione disciplinare, nonostante ciò questo è un’importante riconoscimento per le professioni che hanno un contenuto di rapporto con il paziente di rapporto di fiducia e di personalità della prestazione le quali sono assolutamente da organizzare con un codice deontologico, con una struttura disciplinare interna e con una rappresentatività nella società civile che porti l’espressione dei professionisti alla pari degli altri soggetti della società produttiva. È così anche negli altri paesi europei, eccetto nel Regno Unito dove c’è configurazione di diritto privato come negli Stati Uniti”.

Perché ha accettato la carica di presidente dell’ordine dei medici di Bergamo ?
“Ho già ricoperto questa carica dal 1994 per tre anni, poi non mi sono ricandidato perché avevo un carico di lavoro che non mi permettesse di seguire un incarico così importante, tuttavia ho ricoperto altre cariche nell’ordine come quella di tesoriere e da allora è sempre rimasto consigliere nella federazione nazionale degli ordini”.

Perché un medico dovrebbe impegnarsi di seguire il proprio ordine ?
“Innanzitutto perché l’ordine ha una dimensione di servizio, quindi offre servizi che vanno dall’informazione al supporto, che quindi danno un supporto di assistenza legale, di previdenza, assicurativa. Oltre a ciò rappresenta la visibilità della categoria a livello istituzionale poiché ha un ordine ontologico da seguire e per il quale vi è l’obbligo di seguirlo per non incorrere in procedure disciplinari. Tutto ciò presenta la categoria come qualcosa di unico e compatto”.

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