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"Se questo è un uomo" di Primo Levi: un capolavoro del Novecento - BergamoNews

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La recensione

“Se questo è un uomo” di Primo Levi: un capolavoro del Novecento

Oltre ad essere un sempiterno manifesto storico della cruda vita del lager, “Se questo è un uomo” rappresenta a mio parere uno dei più significativi parti della letteratura italiana del Novecento, singolare sia per la tematica narrata, sia per le modalità in cui essa è proposta.

“Se questo è un uomo” è senza dubbio l’opera più nota dello scrittore italiano Primo Levi. Il libro tratta dell’esperienza vissuta dall’autore all’interno del campo di concentramento di Buna-Monowitz, vicino ad Auschwitz tra il 1944 e il 1945 e delle disumane condizioni a cui egli – in quanto ebreo, estraneo alle logiche ariane della Germania Nazista – fu sottoposto. L’opera, edita nel 1947, rappresenta inoltre il primo di diversi scritti dedicati da Primo Levi al tema dell’Olocausto.

Levi vive esperienze che ormai, sfortunatamente, sono fissate nella memoria di chiunque: il lavoro stremante nell’impianto industriale Buna-Werke installato nel campo; i pasti magri, consistenti in rare razioni di minestra; i vestiti (la tristemente nota camicia a righe) chiaramente insufficienti per superare il gelo polacco; le violente punizioni corporali inflitte a chiunque contravvenga ai rigidi obblighi del campo; ma soprattutto, le tremende umiliazioni cui gli internati vengono quotidianamente sottoposti.

Quest’ultimo elemento della vita del campo, in particolar modo, viene tenuto in particolare considerazione da Levi: quello che vive l’autore ebreo è un abbattimento psicologico prima che fisico, e a questo riguardo non è casuale il titolo dell’opera. I tedeschi hanno operato un’autentica opera di “disumanizzazione” sugli ebrei, levando loro ogni diritto e comodità che si addice ad un essere umano e rendendoli a tutti gli effetti ciò che essi pensavano fossero: animali.

Lo stesso Primo Levi offre questa chiave di lettura, nel secondo capitolo della sua opera: “…siamo arrivati al fondo. Più giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c’è, e non è pensabile. […] Poiché accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso; […] Si comprenderà allora il duplice significato del termine ‘Campo di annientamento’ e sarà chiaro che cosa intendiamo esprimere con questa frase: giacere sul fondo”.

È un’atmosfera che rende gli uomini l’uno nemico dell’altro, che genera odio, egoismo e sconforto: l’internato perde la forza di opporsi all’universo di malvagità che lo circonda, e cede, vinto dalle fatiche e, soprattutto, dalla sconsolatezza dell’abbandono.

Levi è, a mio parere, abilissimo ad intessere in maniere efficace uno schema di fondo chiaro e comprensibile. Forte della sua esperienza scientifica (Levi nasce come chimico, prima che come scrittore), l’autore si serve di una prosa secca, limpida , priva certo di ricercatezze formali e acuti lirici che sarebbero propri di uno scrittore specializzato, ma capace di convincere e di essere compresa con facilità.

In Levi ogni avvenimento, descritto con semplicità ma anche con cura, è sempre seguito da una profonda riflessione, che stimola il lettore ad immedesimarsi e prendere parte agli avvenimenti descritti.
Pertanto, oltre ad essere un sempiterno manifesto storico della cruda vita del lager, “Se questo è un uomo” rappresenta a mio parere uno dei più significativi parti della letteratura italiana del Novecento, singolare sia per la tematica narrata, sia per le modalità in cui essa è proposta.

*Christian Tognoli, studente del Liceo classico Paolo Sarpi, stagista a Bergamonews.it

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