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Giornata mondiale della poesia: "Indaghiamo un nuovo modo per insegnarla ai giovani" - BergamoNews
Il professore

Giornata mondiale della poesia: “Indaghiamo un nuovo modo per insegnarla ai giovani”

Istituita dall’Unesco nel 1999, si celebra oggi, 21 marzo, la giornata mondiale della poesia: sono ovviamente molte le riflessioni che l’evento – la celebrazione della poesia – e la giornata – l’inizio della primavera – suscitano nel lettore, anche in quello più distratto: solo per dirne alcune, la rinascita, la bellezza, la sua celebrazione attraverso quella che è l’attività umana per eccellenza.

Perché la poesia non è altro che questo, un fare, come spiega l’etimologia del termine: poiesis in greco significa infatti semplicemente “attività”, ma questa attività è la più nobile e la più alta tra quelle che l’uomo svolge, se è vero, come lo è, che monumenti costruiti sulla carta di un papiro hanno spesso avuto vita più lunga di quelli costruiti con il bronzo. Ne era orgogliosamente convinto Orazio, quando, riferendosi al suo libro di Odi, scriveva appunto “ho costruito un monumento più duraturo del bronzo”: e così è stato, perché generazioni di oscuri copisti si sono affaccendati con atto d’amore a trasmetterci le sue poesie, mentre spesso il bronzo di altri monumenti è servito a costruire orride armi di Marte.

Ma perché questa attività sopravvive e genera, o rigenera, amore come la primavera? Non ho naturalmente risposte definitive, nessun uomo ne possiede (…Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,/sì qualche storta sillaba e secca come un ramo…); posso però azzardare qualche ipotesi, e per farlo salgo naturalmente sulla spalle di un gigante così da poter vedere anche io più lontano.

Scriveva Thomas Mann ne “I Buddenbrook”: “Ci saranno sempre uomini che hanno diritto a occuparsi di sé, a osservare minutamente le proprie sensazioni, poeti che esprimono con sicurezza e raffinatezza la loro privilegiata vita interiore e con ciò arricchiscono la vita interiore degli altri”, spiegando in tal modo la natura e il ruolo del poeta, e soprattutto il valore dell’attività poetica: il valore della conoscenza, la possibilità che ci viene offerta di conoscere, pur nell’incertezza della nostra fragile condizione, qualche frammento di verità della nostra parte più eterea e profonda che è l’anima, in quelle profondità che non a tutti è concesso raggiungere autonomamente. E per questo abbiamo bisogno di un nostra guida, di un duca che ci porti ad attraversare luoghi altrimenti oscuri…il poeta, appunto.

La scuola è il luogo in cui quasi tutti noi siamo venuti in vario modo a contatto con la poesia e per molti di noi è stata addirittura l’unica possibilità di farlo: la mia generazione ha imparato a memoria moltissime tra filastrocche e poesie (scuole elementari), per poi ricevere il permesso di avvicinarsi alle prime letture di testi poetici (scuole medie) ed infine leggere la grande poesia attraverso il commento di grandi critici della letteratura: ricordo ancora che, benché diciassette, non mi sfuggiva la grandezza del commento di Natalino Sapegno alla Divina Commedia di Dante. Perché l’approccio della scuola italiana alla poesia è di questo tipo: “lo studente acquisisce un metodo specifico di lavoro, impadronendosi via via degli strumenti indispensabili per l’interpretazione dei testi: l’analisi linguistica, stilistica, retorica; l’intertestualità e la relazione fra temi e generi letterari; l’incidenza della stratificazione di letture diverse nel tempo. Ha potuto osservare il processo creativo dell’opera letteraria, che spesso si compie attraverso stadi diversi di elaborazione. Nel corso del quinquennio matura un’autonoma capacità di interpretare e commentare testi in prosa e in versi, di porre loro domande personali e paragonare esperienze distanti con esperienze presenti nell’oggi”. Mi si scuserà la lunga citazione dalle “Indicazioni Nazionali riguardanti gli obiettivi specifici di apprendimento concernenti le attività e gli insegnamenti compresi nei piani degli studi previsti per i percorsi liceali” (pagina 195 di 445!), ma è necessaria per mostrare di quale imponente strumentario uno studente si debba dotare per poter infine porre domande personali ad un testo. Lungi da me l’idea di criticare semplicisticamente un metodo sul quale io sono cresciuto e al quale riconosco validità: ma mi si conceda almeno di osservare un eccessivo sbilanciamento a favore dello studio degli strumenti ritenuti necessari per leggere un testo, tanto che si finisce per offuscare la profonda e personale comprensione del messaggio poetico, quello che ci arricchisce.

A volte guardo con attenzione nei giardini altrui per cercare di coglierne i fiori migliori: e nel giardino delle scuole anglosassoni scopro un metodo chiamato Personale Response to Literature, che rovescia completamente il paradigma offerto delle nostre indicazioni nazionali. Allo studente viene chiesto non solo e non tanto un’ analisi complessiva del testo, ma soprattutto di riflettere sulle proprie sensazioni in relazione a ciò che si è letto, di raffrontarlo con esperienze personali: nei suggerimenti forniti allo studente per iniziare a scrivere (secondo un costume tipicamente anglosassone), quasi sempre figurano verbi che indicano l’espressione di un sentimento. E così si realizza quell’arricchimento interiore che è la vera ricchezza della poesia.

E’ ovvio che non voglio con questo togliere validità a prassi didattiche molto radicate nella nostra scuola: voglio solo dire che quanto di valido ha il vecchio può e deve essere integrato con validi apporti di novità, evitando così la condizione di chi conosce il meglio e al peggior si appiglia.

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