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Ben tornata, Primavera! Tutti i "tuoi" segreti firmati Botticelli - BergamoNews
L'analisi

Ben tornata, Primavera! Tutti i “tuoi” segreti firmati Botticelli

Alla scoperta dei significati nascosti di una delle opere simbolo del Rinascimento Italiano, per fuggire da questa primavera che non "s'ha da fare"

Questa primavera che “non s’ha da fare”, mi fa riaffiorare ricordi del liceo e delle due mitiche professoresse di storia dell’arte del Liceo Classico Paolo Sarpi. Oltre alle lezioni che mi sono rimaste nel cuore della mia professoressa Francesca Buonincontri, mi è capitato recentemente di ascoltare la registrazione di una lezione dell’altra professoressa, Valeria Milesi, che parla dei diversi significati allegorici della Primavera di Sandro Botticelli. Per cercare di fuggire dalla tristezza di un primo giorno di primavera grigio e uggioso e preparaci a dare il benvenuto (presto, si spera!) a giornate più calde e assolate, lasciatevi trasportare dalle parole e dalle immagini di uno dei simboli fondanti di bellezza, gioia e giovinezza eterna, alla scoperta dei significati nascosti di una delle opere simbolo del Rinascimento Italiano.

“Prendiamola per buona, la titolazione alla Primavera della tempera su tavola del 1483 del Sandro Filipepi detto il Botticelli, che certezza non v’è, bensì origina nel gran tesoro delle “Vite” del Vasari in cui da mezzo millennio si pescano conoscenze fondamentali e succosi pettegolezzi, e che della Venere centrale dice “che le Grazie la fioriscono, dinotando la Primavera”.

Del resto l’opera è tanto univocamente celebrata come bella (“quella sì era arte, mica come quella moderna!”) quanto molteplicemente interpretata nei suoi svariati possibili significati: c’è chi (i più) la vede come esposizione – tramite personaggi della mitologia greca – dei principi del neoplatonismo, come l’Amore passionale e carnale attraverso l’elevazione dei sentimenti che diviene intellettuale e contemplativo, cioè avvicina alla divinità – dominante alla corte di Lorenzo il Magnifico; chi come oroscopo allegorico (la congiunzione astrale Venere-Mercurio) del di lui cugino committente Lorenzo di Pierfrancesco; chi come simboli dei mesi primaverili o calendario agreste; chi come omaggio all’amore di Giuliano De’Medici per Simonetta Vespucci; chi come rappresentazione di Filologia, Retorica e Poesia sospinta da Genio creatore; chi come carnevalata in maschera di giovani fiorentini; chi come pedagogica guida morale e spirituale da contemplare meditando in solitudine… per magari accorgersi che “ci stanno” tutti quanti i possibili significati.

Secondo la più diffusa iconografia, abbiamo dunque l’azzurro Zefiro che insegue la ninfa Cloris ed amandola la rende Flora, madre di ogni fertile fiorito risveglio; una Venere casta e ritrosa, perno della composizione e simbolo dell’amore intellettuale, si rivolge alle tre Grazie (amore oblativo – saper dare ricevere e restituire?) che danzano allacciate mentre il figliolo Cupido incocca un dardo per loro; un Mercurio assorto nelle rimescolare (o disperdere?) nuvole col caduceo ignora tutti quanti i personaggi alle sue spalle.
Nonostante la crisi economica e politica della Firenze dell’epoca – o forse proprio per estraniarsi e distrarre da essa, come tante altre volte nella storia – in quest’opera il Botticelli rappresenta un paradiso umanistico e naturalistico in cui abita un’umanità eternamente giovane e bella, elegante ed armoniosa negli atteggiamenti, misurata e composta nelle espressioni.
L’ambientazione racconta minuziosamente di un ubertoso bosco d’aranci e zagare, di un cespuglio del mirto a lei sacro che circonda Venere come un piatto frastagliato fondale alla sua chiarità, di un prato in cui sono presenti e riconoscibili millanta specie di fiori, cesellati con la pazienza appresa nella bottega orafa in cui l’autore si è formato: ma il tutto va perdendo la profondità spaziale e la terrena tridimensionalità che aveva caratterizzato il primo Quattrocento.
Il protagonismo del disegno, nel suo approccio astratto e ordinativo dell’esistente che pure aveva fondato la potente invenzione della prospettiva, qui si autonomizza e domina nel fluire continuo ed armonico della linea sciolta e flessuosa che modula le pose, i gesti, le vesti, gli stessi lineamenti dai contorni precisi e affinati imparati alla scuola di Filippo Lippi – senza trascurare luminescenze e trasparenze nei raffinati colori e nella minuziosa descrizione dei tessuti.

Le figure hanno membra sottili ed eleganti, accentuate nella loro dimensione affusolata (ma non tanto da rasentare la deformità che fa nascere la spalla sinistra della Venere nascente all’altezza dell’ascella) a scandire una sorta di ondeggiamento musicale che ancora cattura e suggestiona a semplicemente godersi l’opera, nell’insieme e nel dettaglio.
Perché ancora – o forse vieppiù – funziona l’incantamento di un’arte che rapisce, ottunde, estranea dal mondo e dalle sue brutture: senza l’erudizione della corte medicea a discettare dell’iconologia, godendone “a pelle” e per il breve momento della contemplazione.
Senza pensare ai roghi savonaroliani incombenti, alla furibonda crisi mistica che indurrà lo stesso Botticelli a rinnegare le sue stesse opere nonché i fondamenti del Rinascimento per tornare ad opere confessionali di sproporzione gerarchica, senza pensare che fuori piove.
O proprio per quello, per un momento, licet.

Se invece si volesse celebrare la primavera con un’opera senza problemi di interpretazione filologica e disquisizioni filosofiche, di certa commovente rarissima (forse l’unica davvero serena dell’autore) fiduciosa gioia, suggerisco il Ramo di mandorlo fiorito dipinto da Van Gogh come buon augurio per la nascita del nipotino figlio di Théo.”

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