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Nicola Ongaro, studente Unibg e scrittore “senza genere” in difesa di una letteratura più vera

A pochi giorni dalla pubblicazione del suo quarto romanzo La vita in sè, il giovane scrittore ci racconta la sua esperienza

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Con quattro libri alle spalle e gli occhi sempre ben aperti sulle fregature del mondo, Nicola Ongaro mette in guardia i giovani di oggi sia attraverso un attivismo culturale nelle scuole sia raccontando la sua esperienza di scrittore in erba.

“Scrivete, scrivete quanto volete e divertitevi a farlo però non sognate di fare gli scrittori. Questo è un consiglio da amico. Consiglierei a qualcuno di fare lo scrittore se mi stesse antipatico. Tra essere uomo e diventare scrittore ci sono parecchi muri. Scrivete: fatelo per il piacere di farlo, per il piacere della scrittura, della curiosità, della creazione e dell’arte ma non aspirate ad essere scrittori. Questo percorso non è proprio una di quelle cose che se ci credi arrivi.”

Sono queste le parole di Nicola Ongaro, 23enne bresciano al terzo anno di Scienze della comunicazione a Bergamo, che ha sempre sognato di vedere un suo libro tra gli scaffali di un’importante libreria. A pochi giorni dalla pubblicazione del suo quarto romanzo La vita in sè, il giovane scrittore ci racconta la sua esperienza.

Quando hai iniziato a pensare “Io voglio scrivere un libro”?

“Già da piccolo scrivevo storielle che avevano come protagonisti gli oggetti del mio astuccio, illustravo e scrivevo le storie su fogli che poi pinzavo a mo’ di libricini. Otto anni fa, a 14/15 anni, ho fatto la bozza del mio primo libro intitolato “Il nostro nuovo mondo in nove giorni” detto propriamente “Innmi9g”, libro del quale rinnego l’esistenza. Innmi9g è la classica storia dell’amicizia tra alcuni adolescenti. È un po’ imbarazzante, cerco di non farlo leggere più a nessuno però al tempo aveva il suo perchè. Questo libro è stato seguito da altri due romanzi Crius (2014) e Benedict (2015). “

Rimembrando il suo esordio, Nicola sorride e poi continua.

“I miei primi 3 libri sono autopubblicati. Quando me lo chiedono lo specifico.
L’ autopubblicazione avviene prevalentemente online. Il sito che ho usato si chiama “Lulu.com”. E’ un procedimento molto semplice: mandi il pdf, crei la copertina, paghi le copie che vuoi e loro te le stampano con una discreta qualità, poi te le spediscono e tu le distribuisci. Ciò che mandi non viene letto, stampano qualsiasi cosa. È quasi tutto senza filtri e dipende solo da te. Il lavoro di correzione e impaginazione devi farlo tu. Ora, secondo me, c’è un po’ un problema con l’autopubblicazione: inizia ad essere di moda. Anche se non sei capace di scrivere hai le tue stampe: i libri spuntano come funghi. Spesso, quindi, c’è una crisi di sovrapproduzione: ci sono più scrittori che lettori. “

Dopo 3 autopubblicazioni, a febbraio di quest’anno hai pubblicato La vita in sè: il tuo quarto romanzo che però è il tuo primo libro ad essere stato pubblicato da una casa editrice e distribuito da Messaggerie Libri. Dimenticandoci del passato, raccontaci questo tuo nuovo inizio.

“Il mio ultimo libro La vita in sé è stato pubblicato da Bookabook, una vera casa editrice abbastanza nuova nata da giovani sotto forma di startup. Bookabook si basa su un meccanismo un po’ diverso: il crowdfunding, letteralmente “finanziamento collettivo”. Tu invii il manoscritto, o almeno un’idea di manoscritto, loro la valutano e se la accettano fanno partire una campagna che dura 5/6 mesi. Se hai abbastanza sostenitori ovvero persone che preordinano il libro (almeno 150 copie) Bookabook pubblica il tuo libro. Anche se raggiungi 50 preordini, la casa editrice te lo stampa però finisce lì. Invece se ne raggiungi 150 loro diventano la tua vera casa editrice occupandosi di editing, correzione e facendo un po’ di pubblicità.”

Dopo la campagna?

“Dopo la campagna loro lo stampano e lo inviano a tutti i sostenitori che hanno preorinato il libro. Una volta che è stato pubblicato (settimana scorsa) viene anche inserito nei cataloghi degli store online (amozon, ibs) e lo puoi ordinare nelle librerie: lo trovi esposto solo se molta gente lo richiede. La Mondadori l’ha messo nello store: manca solo la copertina, fresco fresco di catalogazione.”

Per la pubblicazione de La vita in sè ti sono servite le 3 autopubblicazioni precedenti?

“No, non richiedono un curriculum particolare: non mi hanno chiesto se avessi scritto altri libri. “

Bookabook funziona solo con crowfanding?

“Sì, è l’unica in Italia. Se vogliamo parlare anche delle altre case editrici, ci sono le major (le grandi e importanti case editrici) che sono ancorate sempre agli stessi autori o a ciò che va di moda. Un autore giovane in Italia ha 40/50 anni, non si investe più sui veri giovani. Non fanno nemmeno “scouting”: non vanno a trovare i talenti nelle case editrici minori, vanno sul sicuro: non gli piace rischiare. Il risultato è che ci sono sempre meno scrittori giovani ai livelli alti. Non dico che non ce ne siano di buoni, ma non ne trovo sotto i 40 anni e tutto ciò fa un po’ riflettere. “

“La vita in sè” l’hai scritto con l’obbiettivo di farlo pubblicare da una vera casa editrice?

“Si, diciamo che l’autopubblicazione è un po’ demotivante: devi fare il mercatino degli amici. Io sono dell’idea che bisogna sempre fare un passo avanti e questo era l’unico passo avanti che potevo fare. Le grandi casi editrici non ti ascoltano. Le case editrici che ti ascoltano lo fanno perchè vogliono i soldi.
Ci sono tre lettere che non devi mai dire ad uno scrittore: EAP (editrici a pagamento). EAP è tipo il demonio per uno scrittore.
Sono arrivato a questa conclusione perchè prima o poi tutti ci passano dalle EAP: chiunque le odia. Spesso si arriva ad un punto che ti fa pensare :“Provo a mandare il mio libro a qualsiasi casa editrice perchè io ho il sogno di diventare uno scrittore”. Sai cosa ti dico: questa è la cosa più sbagliata del mondo ma nell’ingenuità ci sta. Facendo così prima o poi qualcuno ti risponde ma chi ti risponde? Le case editrici a pagamento che ti dicono “ Bellissimo libro ci interessa il tuo progetto.”
Ti racconto ciò che mi è successo con Crius il secondo libro. Ho parlato due volte con l’editore di una casa editrice abbastanza importante a Brescia: mi avevano detto addirittura che se il libro fosse andato bene la Mondadori mi avrebbe tenuto d’occhio. Tutto bellissimo, tutto fantastico poi arrivi alla fine del contratto e scopri che ti chiedono 2000 euro e non fanno nemmeno una campagna di grande distribuzione. Allora che differenza c’è dall’autopubblicazione? Con l’autopubblicazione spendi anche di meno. E’ successo a me come molti altri: accecato dal sogno puoi inciampare. Molte case editrici se ne approfittano tantissimo: tutto ciò è tristissimo. E quindi c’è questa situazione un po’ spigolosa: mettici le EAP, gli autopubblicati, le major e capisci che tutto gira in tondo, gira, gira e spesso ti ritrovi sempre allo stesso punto, punto fermo. “

C’è qualcosa che accomuna i tuoi 3 libri?

“Tutti i miei libri tranne il primo sono accomunati dalla fantasia. Il filo conduttore fantasy c’è sempre. “

Quindi sei uno scrittore fantasy?

“Mi trovo sempre in difficoltà a definire il mio genere. Quando mi chiedono “Ma che genere è?” io dentro di me penso sempre “No, quella domanda no.”. La maggior parte delle volte rispondo che il mio genere è fantastico però Narnia è fantasy, quindi penso che anche i miei libri non siano del tutto fantasy ma forse è questo il genere che più si avvicina. A parte Innmi9g, Crius e Benedict hanno elementi fantastici.”

Parlaci più nel dettaglio (senza spoiler mi raccomando) di Crius e Benedict, secondo e terzo tuo romanzo.

“Crius e Benedict sono collegati. Benedict è il sequel del primo. Se Crius è la storia di una ragazza che, il giorno dopo la scomparsa del fratello, si sveglia in un mondo fantastico, tipo Narnia, ed inizia a cercare il fratello in questo mondo però apparentemente reale, il sequel Benedict è quasi un libro d’azione e spiega ciò che non viene spiegato nel primo. I due libri nonostante ciò sono diversi: si possono leggere separatamente siccome le due storie sono collegate ma non direttamente. Per avere una visione d’insieme sarebbe bene leggerli entrambi. E’ stata una scelta dettata anche da poca fiducia. “

Il tuo ultimo libro, La vita in sé, invece?

“La vita in sé è la storia di un ragazzo che, imprigionato in un’esistenza monotona e ossessionato dalla ricerca di una ragazza senza nome, è costretto a fuggire e a nascondersi per salvarsi la vita a seguito di una sfortunatissima coincidenza.
Fin qui tutto (più o meno) nella norma, se non fosse che l’unica via di fuga del protagonista consista in una metropoli sottomarina chiamata Celeste, conosciuta da tutti ma accessibile solamente da anime disperate e in fuga. A Celeste tutto è il contrario di tutto e le leggi della fisica non hanno effetto. Vi abitano personaggi grotteschi e ambigui, e a ogni banale fuga in realtà corrisponde un mistero molto più profondo di quanto possa trasparire. E’ tutto un po’ paradossale: di sicuro lascerà spiazzati siccome prima di quel momento non c’erano elementi fantastici. “

Avevi un’idea generale prima della stesura de La vita in sé?

“L’idea generale c’era però ho cercato di fare quello che mi veniva di fare al momento: La vita in sè è un fiume di idee ma con un’impalcatura se no cerchi di fare Joyce e fidati che dopo una pagina il lettore ti lancia in testa il libro. L’idea di fondo (non un piano prestabilito ma più una linea guida alla scrittura) era quello di intrecciare più storie e più generi contemporaneamente.”

Cosa differenzia “ La vita in sè” dai tuoi libri precedenti?

“La vita in sé si discosta dai precedenti. E’ ricco di esperimenti: il confine tra idea geniale e c@zZ@ta cosmica è molto sottile, però ho voluto rischiare. La cosa interessante è che nel primo capitolo inizia in un modo poi cambia e cambia ancora. Ad un certo punto quando pensi che stia andando verso una direzione precisa c’è una svolta improvvisa.
E’ stato composto a 3 anni di distanza da “Benedict”: io sono una persona un po’ più diversa e un autore più esperto perciò ho deciso di sperimentare cose nuove sia nella trama che nell’intreccio. Ci sono particolarità tecniche, tipo il cambio improvviso del narratore e i numerosi flashback, che magari al lettore possono risultare di difficile comprensione ma ci ho lavorato tantissimo affinchè fossero equilibrate. “

C’è qualche film o libro che potrebbe avvicinarsi all’innovazione data a La vita in sè ?

“Pulp Fiction potrebbe rendere l’idea.”

Queste sperimentazioni non ti hanno mai creato difficoltà?

“Sì. In un momento in particolare mi sono ritrovato ad un punto dove le cose non andavano come volevo io. Quindi ho scritto i nomi dei capitoli sopra dei bigliettini, gli ho messi sul tavolo e ho iniziato a spostarli e riordinarli. Ci sono stati degli spostamenti sia mentre lo scrivevo sia a libro finito: essendoci molti flashback mi potevo permettere di cambiare l’ordine della narrazione. E’ stato difficile incastrare tutto: “Stagione 2”, in particolare, non sapevo dove metterlo e così è diventato il terzultimo capitolo. “

Perchè hai chiamato proprio “Celeste” la metropoli sottomarina nella quale il protagonista de La vita in sé si nasconde?

“Non c’è una vera e propria spiegazione, forse spiegarlo è solo un maxi spoiler. Celeste è un nome rassicurante, è questa città dove tutti si possono nascondere e sentirsi uguali anche se alla fine non è così. Forse è molto un’utopia, in certe parti fa molto Orwell.”

Ritieni di avere delle basi?

“Volutamente no, ma inconsciamente c’è sempre qualcosa che ti influenza. Di sicuro gli autori che mi piacciono si rispecchiano nei miei libri. Le città invisibili di Calvino e gli ossi di seppia di Montale hanno inciso un po’ sulla mia scrittura. Il mio autore preferito è l’americano Foer: di sicuro il suo stile particolare mi ha lasciato qualcosa. Inoltre sia durante il racconto sia tra un capitolo e l’altro de La vita in sé ci sono citazioni di film e libri. “

Hai mai pensato di mollare?

“Probabilmente si però non l’ho fatto. La cosa comica è che puoi anche leccare il culo alla casa editrice, fare apposta un libro su un argomento che va di moda ma, nonostante ciò sarà difficile arrivare al traguardo. Chi ha ideali seri non sempre viene ascoltato e tra il libro dello youtuber e della webstar c’è sempre meno spazio siccome il campo e il livello si restringono.
Nonostante ciò il passo successivo sarebbero le case editrici grandi. Ora come ora però non so se farò ancora libri in un futuro recente. Già per arrivare a questo punto ho dovuto superare cose assurde. Più che altro ora voglio promuovere questo libro e portare avanti progetti arretrati. Ci tengo a specificare però che fermarsi non è una cosa negativa. “

Pensi di aver raggiunto il culmine?

“Sono contento del risultato de La vita in sé. Spesso quando scrivi ti sembra tutto fantastico poi però il giorno dopo lo rileggi e dici “Ma che è sta c@zZat@”. Con La vita in sé questo non è successo: rileggere un pezzo dopo un giorno dalla stesura e non dire che ti fa schifo è un buon traguardo.
La gente è convinta che la meritocrazia esista : “Se sei bravo alla fine arrivi” o ancor peggio le frasi che vanno di moda come “credi nei tuoi sogni e vedrai che si avvereranno”. Non funziona proprio così: è bene credere nei propri sogni però dopo rischi di cadere in un circolo vizioso strano.
“Reality” di Garrone rende un po’ l’idea. Ci sono molti miei colleghi che sono diventati vittime di loro stessi e con il tempo anche patetici: è triste perchè cercano di vendersi. In un anno e mezzo ho fatto questo libro e ne sono veramente orgoglioso, ora mi fermo un attimo perchè voglio portare avanti una sorta di attivismo culturale. “

Da qualche anno stai anche portando avanti una serie di incontri e laboratori gratuiti di scrittura creativa nelle scuole parlando anche di editoria e di tutti quei valori che riguardano il piacere di leggere e scrivere, nello specifico in cosa consiste il tuo attivismo culturale?

“Ho sempre cercato di portare avanti degli ideali cercando di difendere la lettura e la scrittura che in un periodo come questo rischiano di andare un po’ fuori moda. Forse il disastro si verifica proprio alle medie quando i ragazzi iniziano a percepire i libri come dei nemici, come cose da sfigati. In quanto giovane, il messaggio che voglio comunicare ai giovani è che c’è un altro modo di vedere le cose e non sempre libri = scuola e studio. Il mio scopo non è creare un esercito di scrittori e lettori ma è sensibilizzare sull’argomento sia per quanto riguarda la lettura sia per quanto riguarda il mondo, dico le cose come stanno veramente. Le prime presentazioni le ho tenute al mio ex liceo a Brescia, se ne avessi la possibilità mi piacerebbe farlo anche qui a Bergamo. Ora sto facendo un progetto con una quinta elementare del mantovano: ho dato ai bambini una linea guida e loro stanno scrivendo tanti piccoli racconti che poi illustrano anche.

Dopo aver reso più chiaro il mondo dell’editoria concluderei l’intervista chiedendoti cosa pensi degli autori molto popolari oggi?

“Fabio Volo buon attore.
D’Avenia buon professore e bel girocollo.
Francesco Sole bei titoli, posti-it molto colorati (però ogni tanto vestiti).
Emergere tra “50 sfumature di rosso” versione teenager e “ti voglio bene” di Francesco Sole è difficile. Però se le alternative migliori e fresche che il panorama della letteratura italiana sono queste mi chiedo: dove è il rischio? Il pericolo della letteratura?”

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