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Franco Cortesi, 82 anni, uomo della Democrazia Cristiana in quegli anni era presidente degli Ospedali Riuniti di Bergamo, ricostruisce per Bergamonews il giorno del sequestro di Aldo Moro.

“Ricordo benissimo quella mattina del 16 marzo 1978, entrai in via Zelasco e la portinaia, una signora della Valtellina, mi accolse con le mani congiunte, quasi in preghiera, e mi disse che avevano rapito Aldo Moro e ucciso gli uomini della sua scorta. Lo seppi per caso, ma fu uno shock”. Franco Cortesi, 82 anni, uomo della Democrazia Cristiana in quegli anni era presidente degli Ospedali Riuniti di Bergamo. “Gli Ospedali Riuniti allora avevano 3 mila dipendenti, erano gli anni di piombo, dei grandi conflitti sindacali e bastava essere un amministratore pubblico, un giornalista, un dirigente per subire attacchi dalle Brigate Rosse”.

Anche lei ebbe minacce?
“Ricordo che la Digos mi face sapere che lo Stato non era in grado di difendermi”.

Ricoprì la carica di presidente degli Ospedali Riuniti e poi fu assessore?
“Sì, successivamente sono stato assessore all’Urbanistica del Comune di Bergamo con l’amministrazione Zaccarelli”.

Torniamo a quella mattina, lei entra nell’androne del palazzo dove c’è il suo ufficio e la portinaia le viene incontro con questa notizia.
“Sì, fu una cosa terribile. All’inizio non credevo nemmeno fosse vero, tanto mi sembrava impossibile avessero rapito un uomo politico che rappresentava un’idea di società, di politica di alleanze che era alla base della nostra convivenza civile. Naturalmente occorre ritornare a quegli anni e tener presente che Democrazia Cristiana e Partito Comunista Italiano rappresentavano i due terzi dell’elettorato”.

Era un Paese spaccato?
“No. Dal punto di vista sociale l’Italia era abbastanza omogenea, basta ricordare che il Pc sul referendum sul divorzio era stato molto incerto. Segno che certi valori erano condivisi. Fu un movimento di integralisti e intransigenti cattolici ha volere il referendum sul divorzio, legge che non voleva né la Dc né il Pci, infatti Pannella è stato un campione nel dare battaglia e a vincere con il no”.

Moro venne rapito per 55 giorni. Come viveva la Dc Bergamasca quel sequestro?
“Credo che il sindaco di quegli anni fosse Giacomo Pezzotta. Per 55 giorni, il periodo della prigionia di Aldo Moro non venne mai convocato il Consiglio Comunale per parlare del sequestro. Così come avvenne in Parlamento. L’Italia era come sospesa, impotente e smarrita. Nell’immaginario comune aveva impressionato la geometrica dimostrazione di potenza di fuoco dei brigatisti che avevano bloccato tutte le strade, ucciso i cinque uomini della scorta e rapito Moro. Avevano colpito al cuore lo Stato. Già allora, l’impressione era che la vicenda fosse frutto di una situazione in cui l’italia era ai margini. Un po’ come il caso di Enrico Mattei: un giallo internazionale. Fu così eclatante quel rapimento e quella violenza che era chiaro: dietro c’era un disegno più ampio, internazionale”.

Lei definisce Moro l’uomo delle alleanze.
“Con i due maggiori partiti, la Dc e il Pci, che conquistavano i due terzi dell’intero elettorato, Moro cercava un accordo con Berlinguer. Un’alleanza che avrebbe staccato dalla sudditanza sovietica il Pci e così la Dc avrebbe aperto ad un’ipotesi di governo vero e proprio. Ci sono dei documentari molto chiari realizzati dalla BBC sul ruolo che svolsero la Cia e il Kgb, quindi sui fattori esterni che influivano in quella situazione che a noi pareva impenetrabile, incontrollabile”.

Se la situazione era impenetrabile, c’erano le lettere che Moro inviava dal covo dei brigatisti.
“Le lettere di Moro dalla prigionia erano colpi, vere e proprie fucilate, ferite aperte. Primo perché dimostravano che Moro era vivo, il secondo che era ostaggio. Lettere che scrisse e inviò al presidente del consiglio dei ministro, della Dc, attacca Zaccagnini che ne esce a pezzi, e dimostra che in politica non basta la buona volontà e la bontà degli intenti. Cossiga che era ministro degli Interni era impotente di fronte a quanto stava succedendo. Bettino Craxi era l’unico si era pronunciato per la trattativa con i sequestratori”.

Perché non si trattò la liberazione di Moro?
“Avevamo la percezione che la gente, i cittadini non avrebbero capito questa scelta. I cinque della scorta erano morti e noi trattavamo per la vita di Moro. Sembrava un eccesso di potere, un abuso per salvare ‘uno della casta’ come si direbbe oggi. La Dc temeva di venir meno al patto con il proprio elettorato. A Bergamo c’era l’onorevole Scaglia che era stato vicesegretario nazionale e compagno di tante battaglia con Moro. Bergamo vive male questo periodo. Non ci furono differenze di posizione tra correnti tanto era il senso di impotenza e di smarrimento. Nessuno aveva soluzioni da proporre”.

C’erano anche gli appelli di Paolo VI.
“Papa Montini era amico personale di Moro. Anche quegli appelli non hanno avuto esito e dicono, forse meglio di tante parole, il grado di dramma che hanno vissuto i cattolici e i credenti”.

Dopo 55 giorni, nel baule di Renault viene trovato il cadavere di Moro.
“Lì è finita la prima Repubblica, la repubblica dei partiti di massa. In fondo, il non aver trattato su Moro, sul piano politico, ha svuotato il movimento dei brigatisti. Il cadavere di Moro nella Renault è l’immagine indelebile della sconfitta di una certa politica. Seppi del ritrovamento da una telefonata e poi seguì gli eventi alla radio. Si aspettava da un momento all’altro che quel sequestro sarebbe finito così”.

Come si uscì da quella fase?
“Al momento sembrava che la vicenda non avesse lasciato dei segni nel nostro ambiente, non c’erano state divisioni. Nella Dc si visse il cambio di guardia con Forlani, e quindi il famoso Caf: Craxi, Andreotti e Forlani. Il Caso Moro sembrava una parentesi a parte”.

Ed invece?
“Invece colpì al cuore le istituzioni. Nella storia d’Italia ci sono pochi delitti politici, Umberto I a Monza, Matteotti nel 1924 e Moro nel 1978. L’uccisione di Moro portò alla sconfitta della repubblica parlamentare che unita all’estraneità della popolazione alla politica non fece, ed è difficile ancora oggi, comprendere il tema delle alleanze tra partiti diversi su programmi e progetti. La mediazione è da intendersi come la più alta forma della politica in una democrazia parlamentare. Moro fece quel tentativo, qualcuno stroncò questa possibilità”.

E oggi?
“Oggi gli italiani sono maturi per una repubblica presidenziale”.