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Perché ci ha colpito così tanto la morte di Davide Astori - BergamoNews
Il pensiero

Perché ci ha colpito così tanto la morte di Davide Astori

L'emotività e i sentimenti mossi dalla prematura scomparsa dell'ex capitano della Fiorentina continuano a essere molto attuali: la spiegazione è da cercare nella sua semplicità, nel suo essere sempre rimasto umile.

Una rumorosissima assenza, l’assurdità di un minuto di silenzio assordante: domenica, una settimana dopo la tragica scomparsa di Davide Astori, forse, non eravamo ancora pronti a sollevare una pagina troppo pesante per essere voltata.

Realizzare e metabolizzare quanto successo è ancora complicato, così come complicato è dare un senso alla morte di un ragazzo di 31 anni: tra migliaia di interrogativi che ci hanno tormentato dominano il “perché” di una morte così improvvisa che ha colpito uno sportivo controllato quasi giornalmente e il “se” Davide potesse essere salvato.

La scienza ha provato a dare la propria spiegazione ma la sua voce è stata quasi soffocata dal grido di emotività che ancora oggi, a una decina di giorni di distanza, fatica a scemare.

Il calcio, sotto shock, si è fermato senza tentennamenti: un riflesso spontaneo che, verrebbe da dire fortunatamente, ha messo d’accordo tutti.

Nessun colore, nessuna fede, nessuna bandiera, nessuna rivalità ha trovato spazio tra i messaggi di cordoglio e di vicinanza alla famiglia: ciò che ha sorpreso è stata la forza e la longevità di quel sentimento di simpatia, inteso nel senso greco del termine sympatheia (patire insieme ndr), che si è sprigionato alla notizia della prematura scomparsa del capitano della Fiorentina.

Un sentimento non comune nel mondo del calcio, dominato dalla frenesia, dalla competizione, dalla ricerca ossessiva della vittoria ad ogni costo: una reazione che interpretiamo anche come un grido d’allarme che in questi giorni di profonda riflessione è emerso più che in altre occasioni.

Perché il calcio ha bisogno di esempi come Davide Astori: della sua semplicità, del suo essere insieme uomo simbolo di una società dal passato glorioso come la Fiorentina e anti-divo, senza tatuaggi da mostrare sui social o dopo un gol.

Il motivo di tanto affetto da un lato e sgomento dall’altro per la sua morte è tutto qui: l’essere rimasto fedele alle sue origini e al suo carattere, umile, garbato, sincero e leale, l’aver incarnato sempre i valori più belli dello sport, quelli che da domenica 4 marzo ci siamo accorti più che mai di aver un po’ accantonato.

Sulle spalle non aveva il “7” di Nino, ma un “13” che a Firenze e Cagliari sarà per sempre suo: e pur avendo più familiarità con la concretezza che con la fantasia, a noi Davide Astori ricorda comunque molto il 12enne cantato da Francesco De Gregori ne “La leva calcistica del ‘68”, un ragazzotto innamorato del pallone che “si è fatto” dopo anni di gavetta su polverosi campi di provincia.

Un ragazzo impaurito al pensiero di spiccare il volo, convinto di non essere all’altezza di quel salto dalla sua San Pellegrino e dal Ponte San Pietro al Milan dove ha iniziato a diventare quel leader silenzioso e quel condottiero descritto nei ricordi dei compagni.

In un’epoca in cui i calciatori vengono elevati quasi a divinità da adorare, e in alcuni casi si atteggiano anche a tali, Davide era rimasto quello di sempre: era l’esempio sicuro, quello da citare per dimostrare che “no, non sono tutti così”.

E oggi ci manca. Continuerà a mancarci.

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