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Lo scrittore architetto Biondillo: "Il mio omaggio ad Antonio Sant'Elia" - BergamoNews

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L'intervista

Lo scrittore architetto Biondillo: “Il mio omaggio ad Antonio Sant’Elia”

"Come sugli alberi le foglie" tra i cinque finalisti della 34esima edizione del Premio Nazionale di Narrativa Bergamo. Gianni Biondillo lo presenta a Bergamo giovedì 15.

“Scrivere la storia di Antonio Sant’Elia significa parlare dei futuristi, significa entrare nel un mondo in una generazione che si è lanciata verso la Prima Guerra Mondiale volontariamente”. Così Gianni Biondillo racchiude il senso del suo ultimo libro intitolato Come sugli alberi le foglie.

Gianni Biondillo, nato a Milano nel 1966, città dove lavora e vive attualmente, è architetto e scrittore. Ha scritto sceneggiature per il cinema e la televisione e collabora con il blog Nazione Indiana. Tra i suoi numerosi libri: L’incanto delle sirene, Metropoli per principianti, Nelle mani di Dio, Strane storie e Manuale di sopravvivenza del padre contemporaneo.

Come sugli alberi le foglie è un romanzo storico sulla vita dell’architetto Antonio Sant’Elia, sul movimento dei futuristi e sulla loro partecipazione volontaria alla prima Guerra Mondiale. Sin da bambino Antonio è in grado di intravedere come saranno le città del futuro. Sant’Elia vive in perenne stato di urgenza, vuole andare incontro al futuro e questa spinta entrerà presto nel Manifesto dell’architettura futurista.

Negli stessi anni Marinetti fonda – insieme a Boccioni, Erba, Russolo, Carrà ed altri – il movimento artistico dei futuristi, fermento culturale e ideologico che culmina nell’adesione al movimento interventista a sostegno della guerra.

Il libro è tra i cinque finalisti della 34esima edizione del Premio Nazionale di Narrativa Bergamo.

Adriana Lorenzi incontrerà Gianni Biondillo giovedì 15 marzo alle 18 alla Biblioteca Tiraboschi. Come sugli alberi le foglie sarà il terzo dei cinque incontri di presentazione dei libri finalisti del Premio.

Come è nato questo libro?

È una sorta di obbligo che dovevo rispettare nei confronti di Antonio Sant’Elia. Io sono un architetto di formazione e, già dai tempi del Politecnico, Sant’Elia era una figura mitica, un architetto geniale del quale non è rimasto nulla, solo disegni, perché è morto a 28 anni, in guerra, sul Carso. Il 10 ottobre del 2016 ricorreva il centenario della sua morte e mi sembrava quasi doveroso rendergli omaggio con la pubblicazione del libro. Scrivere la storia di Antonio Sant’Elia significa parlare dei futuristi, di Marinetti, Boccioni, Carrà e tanti altri, significa entrare nel un mondo in una generazione che si è lanciata verso la Prima Guerra Mondiale volontariamente.

Il suo libro è frutto di un grande lavoro di ricerca, ci può dire qualcosa che le è rimasto impresso o che non si aspettava…

Più di tutto il ribaltamento dei luoghi comuni che abbiamo nei confronti di quegli artisti. Quando ho studiato letteratura io, il futurismo per lo più si saltava con la scusa del loro interventismo, erano coloro che hanno creduto nella guerra come grande igiene del mondo, si diceva che erano tutti fascisti e si passava oltre. Poi approfondendo scopri che Boccioni, Sant’Elia, Erba, fascisti non potevano essere perché sono morti prima che nascesse il fascismo. Uno era anarchico, l’altro era marxista rivoluzionario, l’altro era socialista, ecc. E’ tutto molto più complesso e a distanza di un secolo si può guardare quella generazione senza ideologismi, pensando che è stata comunque la prima avanguardia artistica del novecento in Europa.

biondillo libro

Perché c’era questa spinta forte verso il futuro? Cos’era questo passato da cui volevano prendere le distanze?

L’altra protagonista del romanzo protagonista è la città di Milano. Il futurismo in Italia non poteva nascere se non a Milano, che in quegli era più di altre città d’Italia, una città che stava cambiando clamorosamente, stava diventando moderna, c’erano tanti cantieri. Filosofia e modo di vedere il mondo di quell’epoca era credere nel progresso, nella tecnologia infinita e nell’ idea delle città che andavano trasformandosi velocemente. Si pensava che il progresso fosse senza fine e che il passato fosse un grande peso da abbandonare. Oggi ci sono i problemi ecologici che vengono a chiedere il conto, l’idea di un progresso senza limiti può farci sorridere ma all’epoca tutti questi pensieri non esistevano, in città giravano pochissime auto e diventavano mitologiche solo a guardarle scorrere sulle strade.

Cosa si aspettavano i futuristi dalla guerra?

Sono andati verso una guerra riempiti di falsi miti, venivano dalle letture dei Grandi Classici dell’antichità, c’era un’idea romantica della guerra, senza sapere che stavano andando incontro non a una guerra ottocentesca, ma alla prima vera guerra della modernità, cioè tecnologica, dei bombardamenti, dei carri armati. Nessuno di loro, generali compresi, sapeva a cosa stavano andando incontro. I futuristi sono andati in guerra in bicicletta convinti di fare una scampagnata. Tutti partirono volontari in quel periodo, non soltanto i futuristi. Anche quelli che tornando hanno scritto dei libri contro la guerra, raccontandone l’orrore. Si partiva volontari convinti che, secondo una retorica malata, si stava andando a costruire una Gloriosa Storia. E poi si sono trovati impantanati nell’orrore della guerra. Il problema è che, ho la sensazione che ancora oggi noi tutto questo non lo abbiamo imparato. In quel periodo le parole d’ordine era scontro di civiltà, confine, nazioni, muri e sono le stesse parole che sento oggi.

Che senso ha parlare oggi di una guerra tanto lontana?

Solo in teoria è lontana. Le persone camminano per Viale Montenero, Via Podgora, Via Cesare Battisti e non hanno la minima idea del perché ci sia questa toponomastica nelle strade d’Italia. Dietro i nomi di quei luoghi e di quelle persone c’è il sangue versato da tanti ragazzi, inconsapevoli. Erano contadini, artigiani e operai, che la guerra neanche la volevano fare, ma partivano dalla Calabria o dall’Umbria a andavano a gettare il loro sangue e la loro vita per una nazione giovane, appena nata. Comunque su quel sangue è nata questa Italia. E bisogna avere rispetto per loro. Un rispetto quasi sacrale, ma non ideologico o patriottico, rispetto per quelle giovani vite. E poi perché quella guerra non è ancora finita. Quella guerra ha creato i confini dell’Europa e i confini del Medio Oriente, dove si combatte ancora. La prima guerra mondiale ha condizionato tutto il Novecento non conoscerla è non capire chi siamo.

Su cosa sta lavorando adesso?

Dopo tutti quei morti avevo bisogno di qualcosa di più tranquillo e allora ho scritto una fiaba per bambini che è uscita da poco che si chiama Pit il bambino senza qualità. Ora sto lavorando su un testo teatrale sull’occupazione della Triennale di Milano avvenuta nel 1968, spettacolo che andrà in scena alla Triennale a maggio.

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