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Humor macedone, viaggi e libertà: il concorso del BFM inizia bene

“L’ingrediente segreto” del regista, Gjorce Stavreski (presente in sala) ha ricevuto applausi come "Mobile homes” di Valdimir de Fontenay.

Il concorso del Bergamo Film Meeting 2018 si è aperto con due film molto diversi, entrambi applauditi dal pubblico, e apparentemente con più entusiasmo sabato sera.

Il primo dei sette film in competizione si intitola “L’ingrediente segreto”. Il regista, Gjorce Stavreski, era presente in sala e sembra giovanissimo ma ha 40 anni; il film è molto ben bilanciato e “rotondo” ma è un’opera prima. Alle spalle del regista infatti solo due cortometraggi, due documentari e molte produzioni per la pubblicità; la passione per il neorealismo e per il nuovo cinema cecoslovacco degli anni ’70 che contiene una vena sotterranea di umorismo.

Colpisce la capacità dell’autore di equilibrare dramma e commedia in questa storia che narra di un giovane meccanico, Vele, impossibilitato ad acquistare i farmaci necessari ad alleviare il dolore del padre gravemente malato di cancro. La trovata di utilizzare della marijuana – rinvenuta fortuitamente sul posto di lavoro- per preparare al padre delle “space cake” lenitive, innesca una godibile spirale di commedia e thriller.

L’altra spina dorsale della pellicola è il rapporto tra padre e figlio, complicato da un incidente stradale che in passato ha fatto morire il fratello e la madre del protagonista, lasciando lui e il padre insieme e allo stesso tempo soli nel loro dolore. Il padre non riesce a godere della vita e della vicinanza del figlio, il figlio trova quotidianamente nel padre il ricordo di quella ferita anche per lui non sanata. Così i due sono bloccati in una vita fatta di routine e tristezza alla quale il cancro aggiunge il carico da novanta e la marijuana invece porta levità liberando risate da troppo tempo trattenute.

Sullo sfondo, ma non troppo, una Macedonia in piena crisi con salari in arretrato da mesi, e soprattutto un sistema sanitario al collasso, troppo costoso e disorganizzato per fornire assistenza a tutti e soprattutto a chi non può permettersela. Così nasce nella gente l’attitudine di rivolgersi a guaritori e Vele – che all’inizio del film si rifiuta di cedere alle promesse di uno di questi ciarlatani e farà di tutto per procurarsi i denari per acquistare il farmaco – si trova nell’imbarazzante situazione di esser considerato proprio un guaritore. Del resto il padre è tornato in forma e il miglioramento è sotto gli occhi di tutti che vogliono la ricetta della torta e si mettono in coda alla porta di casa di Vele.

Nel frattempo i malviventi vogliono tornare in possesso della droga e la faccenda si complica. Ma il regista tiene saldamente in mano la narrazione e la sceneggiatura infittendo anche i dialoghi tra padre e figlio, mentre li conduce fuori città in una situazione che potrebbe innescare il superamento del lutto. Questa regia sicura – che riesce a parlare di malattia, povertà, disagio sociale, dolore interiore – si completa con la capacità di dirigere i diversi interpreti, anche loro impegnati a giocare sul doppio registro di umorismo e dolore.

Rispondendo alle domande al termine della proiezione Stavreski ha suggerito che il vero ingrediente segreto forse è proprio lo humor che la sua gente sa applicare per lenire la disperazione. L’idea è buona ma un filo semplicistica, valida però per passare due ore in cui dimenticare i guai.

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Il secondo film è di tenore decisamente drammatico. “Mobile homes” di Valdimir de Fontenay segue le peripezie di una giovane donna, Ali, insieme al figlio Bone di otto anni e al fidanzato pericolosamente inetto. Vivono di espedienti illegali, in motel squallidi e in un furgone, senza alcun orizzonte che soddisfare piaceri immediati ma vagheggiando una vita diversa. Il ragazzino è totalmente negletto, addirittura coinvolto nelle loro azioni illegali, eppure sembra avere un guscio che lo protegge dal peggio, più volte sfiorato. Ali vorrebbe affidarlo ai servizi sociali ma rifugge la burocrazia.

Sono degli spostati e degli sradicati. La prima metà del film è dedicata a descrivere questa vita di apparente libertà e invece asfissiante come i luoghi che frequentano per i combattimenti dei galli: scene notturne, ambienti chiusi e bui, o paesaggi urbani segnati da grovigli di strutture industriali e fili dell’alta tensione (che separano dagli uccelli liberi di volare ma lontani), piscine di motel torbide, momenti di panico e rabbia. Poi Ali si spaventa per Bone, una volta di più, perciò litiga col fidanzato e scappa. Lei e il figlio si rifugiano in una mobile home dove si addormentano e non si aspettano il giorno dopo di ritrovarsi su di essa in viaggio verso chissà dove.

È lo stacco che introduce alla seconda parte del film, fatta di esterni luminosi in contesti extraurbani e più vicini alla natura. Oppure di interni in linde mobile homes che Ali impara a ristrutturare e dove trova rifugio con Bone. Non diremo come evolve la trama, ma la “casa” diventa lo snodo di una scelta di vita e l’icona della “casa mobile”, ovvero che si muove, è significativa per degli “spostati e sradicati”. Rappresenta in teoria l’equilibrio perfetto tra libertà e stabilità. Metter su casa e darsi un punto di riferimento però non è facile, è un po’ come disegnare una casetta senza mai staccare la matita e passare dallo stesso punto: Bone fa ripetuti tentativi, ci prova davvero. D’altro canto quando Ali trova accoglienza in una comunità di case mobili, deve
a decidere se stabilirvisi e seguire l’istinto di madre o quello della “libertà”. Ali proprio non sa dove sia “casa”, mentre Bone sì, la sua casa è sua madre.

La regia è sicura anche se a tratti ci è parsa indugiare su alcune situazioni, le interpretazioni sono ben calibrate, la sceneggiatura anche.

Vinca il migliore!

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