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Premio Bergamo, Orecchio: "Mio padre la rivoluzione, letteratura al servizio della storia" - BergamoNews

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L'intervista

Premio Bergamo, Orecchio: “Mio padre la rivoluzione, letteratura al servizio della storia”

Il libro dello scrittore romano è tra i cinque finalisti della 34ma edizione del Premio Nazionale di Narrativa Bergamo.

“Nel mio libro ho messo la letteratura al servizio della storia per esplorare le possibilità, il non accaduto”: così Davide Orecchio racchiude il senso del suo ultimo libro intitolato “Mio padre la rivoluzione”.

Davide Orecchio, nato a Roma nel 1969, città dove lavora e vive attualmente, storico di formazione è giornalista e scrittore. Ha pubblicato numerosi articoli e racconti e collabora con diversi quotidiani, riviste e blog. Tra le sue precedenti pubblicazioni: la raccolta di racconti Città distrutte, Sei biografie infedeli e Stati di Grazia, titolo finalista al Premio Bergamo nel 2014.

Mio padre la rivoluzione è una raccolta di racconti sulla rivoluzione russa dove letteratura e storia vengono mescolate attraverso l’invenzione e la costruzione letteraria. Un insieme di narrazioni riscrivono la storia partendo non solo dalla ricerca e dallo studio di biografie, saggi e discorsi storici, ma anche attingendo da diari, testamenti e scambi epistolari. La grande storia di chi la rivoluzione l’ha teorizzata e tradita, come Stalin e Lenin, si intreccia con la letteratura di Rodari e Calvino, portando alla luce anche piccole testimonianze di uomini che hanno dedicato la propria vita ai valori e all’azione rivoluzionaria. La faticosa necessità di continuare a cercare e raccontare il passato, nelle sue diverse sfaccettature, attraversa tutto il testo. L’intento è quello di evitare che passato, presente e futuro vengano vissuti come tempi e realtà a sé stanti.

Il libro è tra i cinque finalisti della 34ma edizione del Premio Nazionale di Narrativa Bergamo.

Adriana Lorenzi incontrerà Davide Orecchio giovedì 8 marzo alle 18 alla Biblioteca Tiraboschi. Mio padre la rivoluzione sarà il secondo dei cinque incontri di presentazione dei libri finalisti del Premio.

Come nasce questo libro?

Il libro nasce da una frequentazione più che ventennale con la storia della Rivoluzione russa, che è stata per me materia di passione, di lettura e di studio negli anni universitari. Scriverlo ha voluto dire riprendere alcune questioni interrotte, e chiuderle almeno temporaneamente. Non ero mosso da nessuna nostalgia, ma neppure accettavo la rimozione, direi proprio la sepoltura, di una lunga stagione del nostro passato.

Mio padre la rivoluzione è un libro molto particolare sia nello stile della narrazione sia nella costruzione letteraria, come è stato accolto dalla critica e dai lettori?

I commenti di critici e lettori sono stati perlopiù positivi. Non è un libro semplice. Non direi nello stile, ma negli strati e fardelli di temi e questioni che porta dentro di sé. Vi si avverte il peso della storia, e una condizione nevrotica della coscienza storica. Quindi sono molto contento che non vi siano state, almeno in misura maggioritaria, reazioni di rigetto.

Se dovesse dare una definizione di rivoluzione…

Se avessi risposto alla sua domanda nel 1750, le avrei detto che la rivoluzione è un evento astronomico ciclico e, se politico, ripetitivo, esattamente come il movimento degli astri che torna e si rinnova. Se le avessi risposto nel 1917, le avrei detto che è una frattura drastica, sociale, economica e politica tra il prima e il dopo, l’atto di nascita violento e necessario di un nuovo mondo. Le rispondo nel 2018 dicendole che la rivoluzione è stato uno strumento di trasformazione e rottura, ma che appartiene al passato. Nessuno ha più la voglia, il coraggio o la sventatezza di fare una rivoluzione. Il presente è, forse saggiamente, non-rivoluzionario. Il futuro non so, non posso saperlo.

Perché una raccolta di racconti con elementi e intrecci “di fantasia” per raccontare testimonianze e documenti veri? Ovvero come la letteratura può essere funzionale a raccontare la storia?

Ho messo la letteratura al servizio della storia in quasi tutti i capitoli del libro. In alcuni ho dato più spazio alla libertà creativa. In altri ho usato la fantasia per esporre tesi e letture della storia. La letteratura “funziona” bene con la storia quando parte da un retroterra di documentazione e studio, per poi esplorare le possibilità, il non accaduto. Quando ragionano su inevitabilità e possibilità, storia e letteratura trovano una lingua comune. Fantasia e documentazione, testimonianza e invenzione: questo “metodo”, chiamiamolo così, l’ho già applicato al precedente Città distrutte. Diciamo che è un modo a me congeniale di combinare una formazione di storico, e quindi una certa disponibilità, se non vocazione, alle fonti e agli archivi, con l’ambizione al racconto, alla letteratura.

Nel libro parla spesso del rapporto tra passato e presente, che senso ha cercare documenti e testimonianze del passato e parlarne oggi?

Perché, come scrivo anche in una pagina del libro, la storia bisogna sempre tornare a raccontarla, sennò la dimentichiamo. La consapevolezza della nostra storia è una forma di educazione civica. Tutto il libro contiene uno sforzo continuo, e logorante, di far parlare il presente e il passato attraverso espedienti narrativi come le capsule del tempo o le lettere recuperate, o attraverso la giustapposizione dei tempi verbali. Letterariamente, ed esteticamente, la presentificazione del passato mi affascina molto. Si tratta di recuperare e riesumare, riportare in vita trasformando in racconto: pare sia un tic molto diffuso tra i letterati.

Progetti per il futuro? Su cosa sta lavorando ora?

Molti progetti, con calma e sangue freddo. Ora sto rivedendo le bozze di Città distrutte, nella nuova edizione che ad aprile pubblicherà il Saggiatore, a sei anni di distanza dalla prima uscita della raccolta. E’ stato il mio primo libro e, a quanto pare, non ne vuol sapere di morire. Sono molto contento per lui e per me.

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