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Amore e rispetto. E la gioia per l'Oscar a "Chiamami con il tuo nome" - BergamoNews

Cinema

Commento ai premi

Amore e rispetto. E la gioia per l’Oscar a “Chiamami con il tuo nome”

Una cerimonia prevedibile in cui però ciascuno ha avuto quello che si meritava. Una serata magica in cui i sogni diventano realtà.

In vista del loro novantesimo anno e ancora scottati dalla gaffe imbarazzante dello scorso anno, gli Academy Awards hanno deciso di dare una seconda chance al presentatore Jimmy Kimmel, simpaticissimo showman della tv americana, che ha aperto la serata stemperando la tensione con battutine ironiche riguardo al flop dell’anno scorso.

Insomma, inizio non male che, tra le risate generali del pubblico e il tripudio di luccichio della scenografia, ha visto annunciare subito, di fretta e furia, uno dei premi più attesi della serata: miglior attore non protagonista. Tra i candidati svettava Christopher Plummer, il più anziano candidato in sala, per la sua interpretazione di J. Paul Getty in “Tutti i soldi del mondo”. Nonostante fossero tutti comunque incredibilmente meritevoli, personalmente tifavo per Woody Harrelson, che ha interpretato lo sceriffo in “Tre manifesti a Ebbig, Missouri” in modo assolutamente eccelso.

Tuttavia, il vincitore annunciato è stato Sam Rockwell, collega di Harrelson, che ha interpretato il petulante poliziotto “Dixon” nello stesso film. Toccante, poi, il finale del suo discorso di ringraziamento in cui ha voluto ricordare l’amico attore Philip Hoffman, scomparso tragicamente nel 2014, dedicando a lui il suo Oscar.

A seguire c’è stata una carrellata di “premi minori”, o più di nicchia, se così si può dire, che hanno visto premiati “L’ora più buia” per miglior trucco, “Il filo nascosto” per migliori costumi e “Dunkirk” per miglior montaggio sonoro. E fino a qui, nessuna sorpresa. Molto simpatiche le presentazioni dei vari candidati da parte di attori e attrici fenomenali, tra cui Emma Stone, Jodie Foster, Nicole Kidman e Christopher Walken, che hanno mantenuto un’atmosfera scherzosa e leggera, senza mancare di intervallare, a battutine pungenti su Trump, osservazioni importanti sui cambiamenti che stanno avvenendo a Hollywood con i movimenti come “Time’s up” and “Me too”. Il tutto intervallato qua e là dalle performance live dei brani in lizza per la migliore canzone originale.

Arriviamo poi al premio come migliore attrice non protagonista. Nonostante sia stata meravigliosa l’interpretazione di Laurie Metcalf in “Lady Bird”, è stato impossibile non riconoscere a Allison Janney il merito di aver interpretato in modo eccelso la madre scellerata e meschina di Tonya Harding in “I, Tonya”; motivo per cui si è portata a casa l’Oscar, aprendo il suo discorso con “Ho fatto tutto da sola”, in pieno stile LaVona Harding.

A questo punto, forse unica grande sorpresa di questa serata è stata la vittoria di Kobe Bryant per il corto animato ispirato alla sua vita “Dear basketball”. Insomma, non gli bastava essere una leggenda del basket. Molto prevedibile, invece, la vittoria di “Coco” come miglior lungometraggio animato.

Ed ecco che arriviamo alla prima gioia della serata. Una gioia immensa, nel vedere assegnato al dolcissimo James Ivory l’Oscar per la miglior sceneggiatura non originale di “Chiamami con il tuo nome”. Il regista, Luca Guadagnino, urla orgoglioso: “Bravo!”, mentre gli attori Timothée Chalamet e Armie Hammer applaudono commossi. Una scena meravigliosa, ricca di amore e rispetto, esattamente come lo è il film.

Dopo aver assegnato a “Coco” il premio, secondo me discutibile, come miglior canzone originale, arriviamo al rush finale dei premi più ambiti della serata. Non c’erano dubbi a riguardo, per lo meno non per me, che dovesse andare così; e infatti così è stato: Guillermo del Toro, con 13 nominations per “La forma dell’acqua”, ha vinto il premio, assolutamente meritato, come miglior regista. Ho trovato molto d’ispirazione che nel suo discorso, tra un sospiro di emozione e l’altro, abbia ricordato le sue origini da “immigrato” messicano, che aveva un sogno e l’ha inseguito, per arrivare dove è adesso.

A seguire, un altro premio assai meritato, quello a Gary Oldman come miglior attore protagonista, irriconoscibile nelle vesti di Winston Churchill in “L’ora più buia”. Tuttavia, non posso nascondere che dentro di me nutrivo il segreto e assolutamente irrealizzabile desiderio di sentir pronunciare il nome di Timothée Chalamet, il protagonista di “Chiamami con il tuo nome”. Per quanto amareggiata, mi sono però resa conto che Timothèe si trova solo all’inizio di quella che sarà sicuramente una lunghissima carriera e che ci saranno sicuramente altre occasioni, per lui, di salire su quel palco. Dopotutto, proprio Matthew McConaughey l’ha definito “pericoloso”.

Ed ecco che qui è arrivata la seconda gioia della serata: la cazzutissima, fenomenale Frances McDormand ha vinto il premio come attrice protagonista per il suo ruolo in “Tre manifesti a Ebbing, Missouri”. Un premio meritatissimo, forse il più meritato di tutti, che ci ha permesso di vedere, anche solo per qualche minuto, una Frances commossa. L’attrice, solitamente granitica e
impassibile, si è però ricomposta subito, sfruttando il tempo e l’attenzione del pubblico per mettere in risalto tutte le donne candidate e celebrarne il talento, degno della stessa attenzione riservata agli uomini. Decisamente un gran bel discorso, che si è concluso in un tripudio di orgoglio femminile.

Infine, ultimo ma non meno importante, il premio come miglior film non poteva andare a nessun altro se non a Guillermo del Toro e al suo “La forma dell’acqua”. Film celebratissimo, con ben 13 candidature, ha ottenuto infine un totale di 4 Oscar. Molto divertente il fatto che il premio sia stato annunciato, ancora una volta, da Warren Beatty e Faye Dunaway; i Bonnie e Clyde colpevoli del gran colpo di scena finale dell’anno scorso. Stavolta non ci sono state sorprese, ma Guillermo del Toro ha comunque mostrato scherzosamente la busta al pubblico, per verificare che si trattasse del film giusto. Dopotutto, non si sa mai.

E così si chiude questo 90esimo capitolo della storia degli Academy Awards, con un gran sospiro di sollievo da parte di Jimmy Kimmel, che ha potuto saldare con successo il suo conto in sospeso.

Anche quest’anno, mi è piaciuto molto che abbia voluto includere i cittadini “normali” nella cerimonia, portando alcuni attori (tra cui Gal Gadot e Ansel Elgort) nella sala di un cinema vicino al Dolby Theatre per sorprenderli e ringraziarli; perché in fondo, senza gli spettatori, il cinema non esisterebbe. Insomma, una cerimonia prevedibile in cui però ciascuno ha avuto quello che si meritava. Una serata magica in cui i sogni diventano realtà, dove quest’anno la parola d’ordine indiscussa, per tutti, è stata solo una: amore. L’amore di una donna muta per un mostro mitologico, l’amore di una madre disperata per la figlia stuprata e uccisa, l’amore di un ragazzo in cerca della sua identità per un altro uomo e l’amore di un politico per il suo paese. L’amore, che deve essere messo di fronte a tutto e a tutti, per risollevare l’uomo e salvarlo da un mondo che, ormai, sta andando alla deriva.

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