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I giovani e la fede: non vanno a messa, ma credono a modo loro - BergamoNews
L'incontro

I giovani e la fede: non vanno a messa, ma credono a modo loro

L’incontro “Verso il Sinodo su giovani, fede e discernimento vocazionale”, tenuto da Paola Bignardi, coordinatrice dell'Osservatorio Giovani, si è concentrato sull’analisi del mondo giovanile e della rispettiva dimensione religiosa, sulla base dei dati raccolti dall’Istituto Toniolo

Lunedì sera, presso la Sala degli Angeli della Casa del Giovane di Bergamo, si è tenuta la seduta straordinaria del Consiglio diocesano dell’Azione Cattolica. Aperta non solo ai suoi consiglieri, ma anche al pubblico, tra i presenti sacerdoti e laici attivi all’interno delle realtà parrocchiali della Diocesi bergamasca. L’incontro “Verso il Sinodo su giovani, fede e discernimento vocazionale”, tenuto da Paola Bignardi, pubblicista e pedagogista, si è concentrato sull’analisi del mondo giovanile e della rispettiva dimensione religiosa, sulla base dei dati raccolti dall’Istituto Toniolo con cui collabora, come coordinatrice dell’Osservatorio Giovani.

“Conoscere i giovani è per me un’esperienza appassionante, nei giovani si vedono i germi del futuro incipiente”: così ha esordito la relatrice nel fornire il quadro di una generazione-spia del cambiamento antropologico che sta avanzando e che ancora non si è definito nei suoi tratti più precisi. Il nucleo centrale da cui partono le considerazioni è l’innovazione radicale che si sta vivendo, per cui le strutture di rapporto con la realtà stanno subendo una forte modifica, non solo esteriore. Nonostante i pregiudizi semplicistici di “precari”, “mammoni”, “bamboccioni” etichettati da molte figure eminenti e da gran parte della società, dagli studi emerge una popolazione tra i 20 ed i 30 anni che si sente destabilizzata e disillusa “nel grande supermercato delle esperienze e delle opportunità”. Di fronte ad un mondo tecnologico, così sempre più veloce da far perdere il contatto con la realtà esterna e da porre in crisi il senso dell’autorità, cambia la concezione e il rapporto con il proprio corpo e, più in profondità, si teme ormai ciò che non è razionale e tangibile, come le emozioni che attraggono e spaventano al tempo stesso. Il complesso rapporto dei giovani con questa situazione sfocia in un autoritratto carico di inquietudine, incertezza e sofferenza. L’estrema rapidità con cui evolvono le culture giovanili al ritmo delle esigenze mondiali, in contrasto con la cultura adulta che più difficilmente si adatta al cambiamento, genera inevitabilmente la rottura del dialogo tra le generazioni poiché non vi è più una lunghezza d’onda, un linguaggio comune in grado di renderlo possibile; la conseguenza di questo processo è il senso di solitudine che nasce nei ragazzi, abbandonati nell’unico vero rapporto possibile, che diventa quello con la propria coscienza.

Paola Bignami, incontro

In questo aspro e duro contesto, Bignardi si chiede se vi sia ancora posto per Dio. Secondo il questionario proposto dall’Istituto, nel 2016 il 51% dei giovani italiani intervistati si dichiara cattolico, mentre solo il 24% ateo; all’interno delle due posizioni, vi è circa una parità tra coloro che sono uomini e le donne. Rispetto all’importanza della sfera religiosa nella propria vita, invece, vi è maggiore diversità tra le zone d’Italia: se al Sud e al Centro circa il 31-33% risponde “per nulla”, al Nord soltanto il 19%; le percentuali tornano ad essere simili per la variabile “poco” per cui si aggirano intorno al 30%, ma ci sono differenze riscontrabili per l’”abbastanza” che è al 26% al Nord e in Centro, mentre al 38% per gli altri e il “molto” che si riscontra per il 12% nel Meridione e al 7% nelle altre due zone nazionali.

Il tema della dimensione spirituale è stato ulteriormente studiato con 200 interviste a 150 giovani battezzati, delle fasce d’età 18-21 e 27-29 anni. Il risultato di questa ricerca più approfondita è meno rigido e cupo, ma più sfumato e speranzoso: “non siamo in presenza di una generazione incredula, ma di una alla ricerca che nella gran parte dei casi è possibilista e molto pensosa nei confronti di Dio e del significato della vita.” Si riscontra, infatti, che i giovani tendenzialmente credono in Dio che però, a loro modo di vedere, non ha i connotati imparati a catechismo, ma sta dentro la persona confondendosi con i suoi stati d’animo e la sua vita interiore: “non credono perché gli è stato detto dai genitori, ma credono nel modo in cui elaborano singolarmente in solitudine”. La tendenza, riassumibile con il titolo della ricerca ovvero “Credo, a modo mio!”, rivela una fede profondamente umana, rimandata all’esperienza soggettiva. Si crede in Dio e si è affascinati dalla spiritualità, ma non si comprende il linguaggio autoritario della Chiesa e si conosce poco Gesù che emerge raramente nelle interviste perché “ha una sua oggettività storica che non può essere modificata dal proprio modo di entrarvi in relazione”.

La relatrice si rivolge quindi ai presenti e a coloro che sono attivi nel mondo cattolico, suggerendo una chiave d’ingresso affettiva-relazionale per aprire la porta del mondo giovanile. È necessario entrare in relazione mostrando la dimensione umana della Chiesa a coloro che, di fronte ad una comunità cristiana distante, fredda e anonima, hanno abbandonato gli ambienti religiosi subito dopo la Cresima, prima dell’età in cui nascono le profonde domande spirituali. Si parla di una generazione interstiziale tra il modello del passato tradizionale-istituzionale e quello nascente de-istituzionalizzato che dal catechismo ha acquisito solo un bagaglio di conoscenze e non una comunità; è brace viva e luminosa che sta nascosta sotto la cenere che può essere soffiata via, prima che si spenga, solo da educatori e da una cristianità attenti. L’invito è perciò quello di portare avanti un’operazione culturale prima che educativa, per un cristianesimo gioioso e contemporaneo che non mortifichi la voglia di vivere di un giovane. In un mondo giovanile che, a differenza di quello che si può immaginare, non è incredulo, ma ardente nelle proprie domande di senso e religiose, gli educatori cristiani devono soprattutto chiedersi se sono in grado di misurarsi con domande così importanti e sentite. Al contempo, la necessità di giovani da parte della Chiesa non deve essere finalizzata alla semplice e necessaria continuità naturale dei cristiani, ma deve nascere dalla voglia di accogliere la costante innovazione e dall’apertura al futuro.

“La fede deve essere generata, non può essere trasmessa” per questo è importante ascoltare i giovani confrontandosi con le loro ragioni, far sperimentare la fede come esperienza di vita, parlare linguaggi schietti e concreti, ripensare persino all’identità e alla qualità delle figure educative. Pur essendo un compito arduo, come è stato detto da papa Francesco, amatissimo dai giovani, “non diciamo che oggi è più difficile; è diverso.”

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