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Bimba nasce in casa in arresto cardiaco: la salva vicina “teleguidata” da infermiere bergamasco

Manuel Spinelli, 37 anni, di Albano Sant'Alessandro, giovedì mattina ha portato a termine una delicatissima operazione salvavita

“Un’alchimia di squadra perfetta, solo così potevamo salvare quella bambina”. Manuel Spinelli, 37 anni, di Albano Sant’Alessandro, non ci tiene proprio a passare da eroe, ma è l’infermiere della sala operativa 118 di Bergamo che nella mattinata di giovedì 22 febbraio ha portato a termine una delicatissima operazione salvavita.

È successo a Borgosatollo, in provincia di Brescia, dove una donna già madre di cinque figli ha dato alla luce in casa una bimba. Allarmato, uno di loro ha alzato la cornetta e chiamato immediatamente il 112, mentre una vicina interviva per dare il proprio contributo richiamata dalle forti urla.

È a questo punto che Manuel ha preso in mano le redini del caso. L’operatore bergamasco del Papa Giovanni, che si trovava all’altro capo del telefono, ha iniziato a tele-guidarla per facilitare il parto della donna. Ma ha dovuto fare i conti con un problema non da poco: la bambina, essendo in posizione podalica, era nata in arresto cardiaco.

“Erano le 6.30 e mezz’ora dopo avrei finito il turno – racconta Manuel al telefono -. Presa in carico la telefonata ho subito intuito la complessità della situazione, ma sono fortunatamente riuscito ad instaurare un rapporto di fiducia con la vicina”. La persona giusta al momento giusto: “È stato un lavoro di testa e cuore. Gran parte del merito è suo”.

Le operazioni sono durate all’incirca mezz’ora: “Come prima cosa le ho chiesto di asciugare la piccola con un lenzuolo, per capire se dava o meno segni di reazione”. I primi esiti, però, erano negativi. “A quel punto – ricostruisce l’infermiere – abbiamo iniziato le manovre di rianimazione”. Il tutto – particolare non da poco – su un delicato corpicino che a stento arriva a tre chili. “Le ho chiesto di posizionare le mani al di sotto della schiena, lasciando i pollici al di sopra del torace, a livello dei capezzoli, e di eseguire delle compressioni seguendo il mio ritmo: 1, 2, 3; 1, 2, 3”.

La palla è quindi passata ai soccorritori giunti sul posto: “Ho detto loro di continuare praticando compressioni, ventilazioni e tagliando il cordone ombelicale. Passato qualche minuto, abbiamo sentito la bambina dare i primi segni di vita: un pianto in sottofondo che col passare dei secondi si fa sempre più vigoroso”. È ciò che stavano aspettando.

“Sono quattordici anni che faccio l’infermiere ma un’esperienza del genere non l’avevo ancora vissuta – confessa il 37enne bergamasco -. È come se fossi stato sempre lì, mentalmente avevo stampata l’immagine di quel che stava accadendo nella stanza, secondo dopo secondo”.

Mamma e bimba stanno bene: “È una soddisfazione enorme – conclude -. A livello professionale è un’iniezione di benzina non da poco. Inoltre, essendo papà di due bambini, posso solo immaginare come si senta la madre”. Ma guai a chiamarlo eroe: “Non deve passare questo concetto perché la differenza l’abbiamo fatta tutti insieme: dall’Areu delle Alpi ai soccorritori, quelli occasionali e quelli che hanno preso in carico e portato a termine con successo l’operazione”.

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