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Il male esiste, se lo si guarda con indifferenza infesterà di nuovo il mondo

La sottovalutazione di segnali che nessuno vuol chiamare con il vero nome, rischia di riaprire capitoli di orrore che qualsiasi essere dotato di comune intelligenza dovrebbe tener lontani dal divenire di nuovo realtà.

“A molti individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che ogni straniero è nemico. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena sta Il Lager.” (Primo Levi)

Alcuni giorni or sono, una persona mi scriveva un suo pensiero carico di preoccupazione sulla gestione dei flussi migratori nel nostro Paese, con riferimento, soprattutto, ai costi necessari per sostenere questa disordinata e indiscriminata accoglienza e ai diversi comportamenti di queste persone.

Ho risposto con una serie di considerazioni che faccio oggetto di questo scritto, nate dalla constatazione di quanto sia ancora difficile accettare l’altro, il diverso, quello che arriva a casa nostra e che, secondo alcune speculazioni prive di logica, ci ruba il pane ed il lavoro o che solamente appartiene ad un’etnia diversa. Che i flussi siano oggetto di critiche sacrosante per come sono gestiti, lo posso condividere. Che si sia persa di vista la necessità di alcune fasce di popolazione autoctona, dando l’impressione che ci sia stata una inversione del diritto, è un’altra impressione che, talora, sembra avere consistenza. Ma alle rimostranze scritte dal mio amico che commentava alcune mie affermazioni su Primo Levi, ho risposto citando un pezzo dello stesso scrittore che riporto in testa allo scritto, insieme al resto delle mie considerazioni, allargate a quanto si è appena commemorato, la shoah che fino alla prossima ricorrenza resterà dimenticata in qualche cassetto.

Carissimo. Ritengo che tu abbia commentato con coscienza quanto sta succedendo in questi giorni a proposito della shoah e dell’arrivo nella nostra nazione di tanta gente straniera. Parto dalla prima osservazione. L’invasione di alcuni stati da parte dei Tedeschi c’è stata, durante la seconda guerra mondiale e costituisce un dato storico inconfutabile. Ma è altrettanto accertato storicamente che laddove sono nati i due peggiori poli del male, Birkenau e Auschwitz, due gironi dell’inferno, per nominarne solo due, vuoi per necessità, vuoi per paura, vuoi per vigliaccheria, un tantino di collaborazionismo c’è stato, così come da noi, in modo molto più palese ed accentuato. Noi eravamo alleati della belva tedesca.

Ma il problema non è questo. Il vero problema è costituito dal male inflitto a 6.000.000 di persone. Ripeto una frase che ho letto e riportato in questi giorni: “Non sarà il male a distruggere il mondo ma coloro che stanno a guardare senza intervenire”. E quanti sono stati alla finestra per anni prima di intervenire! E quanti, ancora oggi, sottovalutano il ricomparire di raggruppamenti politici che tendenzialmente riecheggiano quei tristi tempi.

Sono entrato più volte in quei posti ed ogni volta ho sentito lo stesso orrore e lo stesso odore di morte che resta incollato ai vestiti e si insinua nell’anima. Le immagini tremende, viste nei documentari girati dai liberatori ricompaiono nella mente allorché arrivi davanti al cancello sopra il quale campeggia la scritta tristemente famosa: “Il lavoro rende liberi”. Si potrà mai perdonare un tale crimine? Si potrà mai dimenticare tanta efferatezza senza senso e senza ragione? Il perdono è un atteggiamento morale che solo i martiri hanno espresso nei confronti dei loro carnefici. La storia non ha etica e prende atto di ciò che accade e lo tramanda. Noi dovremo far sì che i nostri figli sappiano di che cosa è capace l’essere umano e tramandare, perché anch’essi lo facciano, il racconto di quanto è accaduto in quei paesi, ad opera di una parte di umanità che voleva creare una razza pura, quasi sia la razza a stabilire la capacità e la grandezza di un essere umano. Non è certo l’involucro che conta se dentro non c’è anima, quel soffio vitale che ci fa ridere, piangere, tendere la mano a chi ha effettivo bisogno di aiuto e amare, perché la chiave di tutto sta lì, in quella parola spesso fraintesa e resa vuota di significato.

“Got mit uns” il grido di battaglia dei cavalieri teutonici, ripreso dalle legioni romane che al grido “Deus nobiscum”, “Dio è con noi” davano inizio alle battaglie, ha esiliato Dio o gli Dei dal mondo. Dove c’è odio e sangue non ci può essere nessun Dio, perché nei campi di sterminio e dovunque si sparge sangue, Dio è morto.

Chi ha visto l’inferno sulla terra, non lo vedrà certamente nella vita che sta oltre la morte. Sembra banale la citazione ma è, al contrario, un compendio della verità che accompagna tutte le creature che bussano alla porta dell’eternità dopo aver attraversato la palude della morte: “L’inferno non esiste, nel mondo del buon Dio”. (DéAndré). Vedi, tu dici che Primo Levi si è tolto la vita invece di restare qui a testimoniare quello che aveva visto e vissuto. Primo Levi era già morto dentro da deportato, divenuto un numero inciso sul braccio, dentro il lager.

Quell’essere distrutto nell’anima dall’esperienza tremenda vissuta, ha cancellato l’insopportabile peso del ricordo di quei giorni ed il fatto di essere scampato alla morte, ritenuta quasi una colpa. Spegnere la sua mente e fuggire dagli incubi notturni durante i quali gli appariva regolarmente la scritta posta sul cancello di Auschwitz:“ARBEIT MACHT FREI, IL LAVORO RENDE LIBERI” era solo un legittimo desiderio di pace. No, non era quello il lavoro che avrebbe reso libere 6.000.000 di persone. Solo con la morte e la fine della persecuzione ad opera dei ricordi è approdato a quella libertà che nel lager non era possibile nemmeno lontanamente ipotizzare. Solo spegnendo quel fuoco che ardeva nella mente e che gli faceva rivivere l’orrore insopprimibile del campo, raggiunse la pace che non coincide necessariamente con la vita terrena vissuta in libertà. E chi più di lui e dei deportati conosceva il valore relativo della vita, svegliandosi ogni mattina con la morte nel cuore e con l’incertezza di arrivare a sera? Ogni giorno era come morire e la morte era considerata la fine più dignitosa che potesse arrivare in quell’inferno. Quanti hanno posto fine alle loro sofferenze anticipando la morte nelle camere a gas, provocando il sibilo delle pallottole sparate solo per il cinico desiderio di sopprimere un altro essere non appartenente alla razza pura che si voleva far nascere?! Sì, raccontiamole ai nostri figli e alle nostre figlie e teniamo scolpite nel cuore queste indefinibili crudeltà di cui solo l’essere umano riesce a macchiarsi. L’animale uccide per difesa o per necessità. Per quegli esseri, solo in apparenza umani, infliggere la morte era l’ossequio ad un sadico rito di obbedienza ad una dottrina mal interpretata, mai compresa nella sua essenza, utilizzata solo per supportare e dare giustificazione al crimine più grande della storia.

Nonostante queste verità consacrate dalla documentazione storica, qualche rigurgito di follia, riconducibile a quel modo di pensare, cerca di farsi spazio nelle menti malate di falliti che non vedono altra soluzione che la soppressione dell’altro come unico mezzo per promuovere la loro poca consistenza morale, intellettuale e umana.
Ognuno, per quanto può, ed è l’imperativo morale che ci impone la storia, deve fare in modo di evitare che la peggiore pagina scritta dall’uomo possa nuovamente essere riscritta.
Il male esiste e se lo si guarda con indifferenza crescerà ed infesterà di nuovo il mondo perché è proprio su quel terreno che metterà radici. Nessun paese è esente da questi rischi. La sottovalutazione di segnali che nessuno vuol chiamare con il vero nome, rischia di riaprire capitoli di orrore che qualsiasi essere dotato di comune intelligenza dovrebbe tener lontani dal divenire di nuovo realtà.

È ipotizzabile che l’intelligenza evolutiva che ci ha portato fino a questi livelli di progresso si sia allontanata dal mondo? Oggi i lager son più vasti ed i sistemi di controllo sono più evoluti. Possiamo ancora ignorare di essere tutti privi di segreti e di intimità quando il progresso tecnologico, inarrestabile e necessario se usato a fin di bene, ci spia nelle case, in viaggio, sul posto di lavoro e dovunque decidiamo di vivere?

Forse è giunto il tempo di riflettere se non sia il caso di tornare indietro per poter riprendere la marcia verso il futuro, ripartendo dal punto nel quale si è smarrita la lucidità e da dove ha ripreso il via la spinta alla distruzione del mondo, affidatoci perché ne avessimo cura e lo rendessimo migliore. Ti saluto, amico mio. Con affetto, il tuo vecchio prof.”

 

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