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Iª domenica di quaresima

La costante tentazione del potere che acceca l’uomo

Abbiamo chiesto a don Cristiano Re, direttore dell’Ufficio per la Pastorale Sociale e del Lavoro della Diocesi di Bergamo, di condividere con noi alcuni pensieri in questo tempo di Quaresima

Abbiamo chiesto a don Cristiano Re, direttore dell’Ufficio per la Pastorale Sociale e del Lavoro della Diocesi di Bergamo, di condividere con noi alcuni pensieri in questo tempo di Quaresima.

VANGELO (Mc 1,12-15)
«In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano.
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».

Parola del Signore

 

Chi ha potuto, mercoledì, ha vissuto l’antico gesto dell’imposizione delle ceneri.

Una liturgia nella quale il prete mettendoci sul capo della cenere, ci ha invitato alla conversione, ci ha ricordato che, in fondo, siamo solo polvere.
Polvere senza vita, se Dio non la mescola ed impasta col suo Spirito. Polvere inutile, se non è riempita di fede, di speranza e quindi di sogni.
Polvere che Dio riempie di immortalità.

Non vogliamo fare i drammatici ma nel nostro cammino di ritorno a quello che è essenziale nella vita, ci stà il ricordarsene… Siamo polvere. Un sanissimo principio di realtà che ci chiama a vivere al meglio, senza sciupare neppure un attimo di tutto il tempo che ci è concesso di vivere. Una conversione che prende forma dall’essere più leggeri, dal provare a lasciare tutto ciò che ci rallenta con le sue pesantezze, sapendo che non si tratta di cambiare rotta, ma di cambiare prospettiva; più che invertire la marcia, è necessario risalire la corrente dell’esistenza che non può restare solo in superficie, ma che sempre ha bisogno delle profondità, del senso, dei sensi, del sapore di qualcosa di buono.

Ed oggi siamo chiamati a fermarci proprio nel luogo di polvere e sabbia.

È una tappa obbligata se pensiamo che a condurre nel deserto Gesù, e noi che tentiamo di essere la sua comunità di discepoli, è lo stesso Spirito che ci parla attraverso i segni che Dio ci fa trovare sulla nostra strada. Non dimentichiamo che l’episodio che vede coinvolto Gesù precedente a questo è il battesimo sulle rive del Giordano dove il Padre conferma la scelta di Gesù di essere portatore di salvezza mettendosi in fila con l’ultimo dei peccatori. “Tu sei mio figlio!”.

Anche il Figlio per fare ed essere uomo deve attraversare e stare nel luogo della prova, in una esperienza di radicale solitudine. Anche lui nel luogo e nell’esperienza del fraintendimento, dove non esistono strade già tracciate, luogo dei possibili sbagli. La storia della salvezza ci parla spesso di questo attraversamento.

È accaduto al popolo dell’esodo, come è accaduto ai padri nella fede e ai profeti. Anche il Figlio di Dio, uomo come noi, ha un percorso senza sconti.
È uomo fino in fondo e per questo la sua parola non è come quella degli scribi.

La sua Parola è autorevole “proprio per aver subito la prova egli stesso”; proprio per aver conosciuto sulla sua pelle che esiste un’alternativa. Non è scontato servire Dio. E non è l’unica possibilità. E non è scritto una volta per tutte come e cosa significhi stare con lui a servizio del bene della vita.

Se persino il Figlio di Dio ne sente il fascino, se anche lui deve scegliere, non dobbiamo sentirci soli o i più fragili e insipienti se anche noi, se la nostra comunità cristiana, si trova spesso a passare dentro alla fatica, alla tentazione dell’abbandono della disperazione che ci porta a pensare che poi alla fine sia tutto e solo affare nostro il poter costruire e vivere una vita piena e profumata di bellezza.
Anche il Figlio ha avuto bisogno di fare un cammino di umanizzazione, di imparare e scegliere la via per “fare l’uomo”.
Non si può proprio pensare di regalare la vicinanza e la presenza di Dio (il regno di Dio è vicino) se non dopo l’esperienza tutta umana dell’aver attraversato il deserto della prova. Non credo sia troppo dire che la prova ci rende più uomini; non banale dire che la prova fa parte e non ci si scappa.

Pensiamo ai nostri immaginari su come debba essere una vita per essere buona. Non so voi, ma io non ci metterei il passaggio della prova. Certo non che sia un momento da cercare, anche perché ci pensa la vita a mettercela dentro.
Anche il Figlio è chiamato a verificare “ciò che c’era nel suo cuore”, per usare un’immagine del libro del Deuteronomio.
Anche il Figlio è sedotto da chi propone altro rispetto allo stile di Dio.
Anche il Figlio è tentato di prescindere da Dio, di fare “come se non”.

Il deserto e quei quaranta giorni dicono sì un tempo circoscritto, ma allo stesso tempo ci consegnano una costante quasi quotidiana della vita dell’uomo.
Il vangelo ce ne parla spesso.

Ci racconta della costante tentazione del potere, dentro a ciò che facciamo, alle relazioni anche più vicine, con le persone che si incontrano e che hanno bisogno di noi.
Delle dinamiche di potere che si insinuano anche dentro ai momenti nati per servire. Ci racconta della tentazione del successo che nasce quando ti sembra che ciò che fai comincia a girare, quando ti sembra che il consenso e l’approvazione di chi ti sta accanto cresca. La tentazione del successo che ti dà la sensazione di essere sempre un passo avanti agli altri, che ti fa perdere di vista il loro volto, che non ti fa essere un fratello che cammina spalla a spalla con gli altri fratelli.

Ci racconta della tentazione di abbassare il tiro della proposta e dello stile del dono quando invece le cose non funzionano più e ti verrebbe di “mandare tutti a quel paese”, e di rinchiudersi a farsi gli affari propri.

Ci dice che è una tentazione forte quella della violenza per mettere apposto le cose; quella di costringere gli altri a crederti, a fare quello che dici tu, rinunciando al dialogo, al confronto ed alla mediazione che è l’unica via per costruire il bene comune.

Ci racconta della tentazione di quando ti viene voglia di mollare tutto e fuggire via da qualche parte quando sperimenti l’abbandono, il tradimento e il fallimento.
Quante cose che sento presenti in me… a volte ne ho paura.
Come il Figlio, così i figli, così noi che proviamo ad essere suoi discepoli siamo chiamati a dirci e a dire giorno per giorno in che modo dare credito al Vangelo; in che modo intendiamo vivere con Fede e quale forma scegliamo che prenda la nostra vita più quotidiana per vivere così.
Nel deserto, accettando di entrarci, si impara a stare a contatto con le bestie selvatiche.
Ci sono, non vengono annientate, ma il Figlio e i figli devono imparare a starci accanto; senza fuggire, riconoscendo il male e provando a vincerlo; sentendo che persino il deserto può diventare giardino, sapendo che Dio può far diventare brillante persino il buio.

Il passaggio nel deserto ci chiede di misurarsi con la storia, quella che è, non ricercando tempi e luoghi protetti ma i luoghi e i tempi della nostra vita vera.
E proprio tutto sembra smentire il regno di Dio che si fa vicino all’uomo allora il Figlio osa annunciare che il tempo è compiuto e Dio si è avvicinato a te.
La presenza e la vicinanza di Dio viene annunciata da chi, avendo imparato a stare anche nella prova, sceglie di stare nelle contraddizioni della storia, rinunciando a improbabili tane e a nidi di sicurezza.

Anche oggi è tanta la storia criticata dalla comunità cristiana e forse ancora troppo poca la storia assunta e abitata per quella che è, sapendo che lì il regno di Dio si fa vicino, e che dipende da noi leggerne i tratti, evidenziarne la crescita.

Quando ci sembra che proprio non ce la facciamo, che sia troppo tutto questo; quando ci sembra che la tempesta del diluvio sia troppo forte nella vita, allora troviamo sempre la forza di guardare in alto… sempre troveremo un arco, un ponte tra noi e Dio capace di farci sentire stretta la sua mano nell’accompagnare ogni nostro passo.

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