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In occasione del debutto bergamasco del 15 febbraio, Veronica Cruciani, regista, racconta alle telecamere di Bergamonews i retroscena di Accabadora, spettacolo teatrale tratto dall’omonimo romanzo della scrittrice Michela Murgia.

In occasione del debutto bergamasco del 15 febbraio, Veronica Cruciani, regista, racconta alle telecamere di Bergamonews i retroscena di Accabadora, spettacolo teatrale tratto dall’omonimo romanzo della scrittrice Michela Murgia.

L’opera, coprodotta dal Teatro Donizetti, vede un team tutto al femminile: accanto a Veronica Cruciani e Michela Murgia lavorano Monica Piseddu, attrice e protagonista e Carlotta Corradi, drammaturga.

Perché ha scelto il romanzo “Accabadora”?
Ho scelto questo romanzo perché è bellissimo e tocca dei temi importanti di grande attualità. Il primo è quello che propone un modello di famiglia alternativo che spinge verso una società più aperta. Vi è una madre biologica che si disinteressa figlia, Maria, e una madre adottiva, Tzia Bonaria, che regala a una bambina di sette anni la possibilità di avere una famiglia e di essere amata come figlia.

Il testo teatrale sembra lasciare sullo sfondo la morte, l'”abacar” il finire, e l’adozione o la maternità surrogata per concentrarsi su un sentimento che sta alla base della vita: l’amore. Perché ha fatto questa scelta?
È stata una scelta condivisa con Carlotta Corradi, drammaturgia che ha riscritto il romanzo. Abbiamo voluto raccontare una storia di amore tra una madre ed una figlia, una storia di crescita. Questo è l’aspetto del romanzo su cui ci siamo concentrate. Pur non essendo la madre biologica, Tzia Bonaria è nei fatti la vera ed unica madre di Maria, la quale è pienamente cosciente di questo.

In scena c’è una parete nella quale riemergono di volta in volta pezzi dell’esistenza di Maria. Una scatola dei ricordi?
L’adattamento teatrale prende vita nella forma di un dialogo interiore: Maria, dopo essere fuggita dalla propria terra, ritorna per assistere la madre, ormai anziana e malata, che le chiede di porre fine alla sua vita, oppressa dalle continue sofferenze. La parete rappresenta l’inconscio di Maria, turbato da un grande conflitto. Registicamente parlato, ho spinto per rendere l’ambientazione non un luogo fisico, ma una scatola cranica: siamo nella testa di Maria. È come se la protagonista dialogasse con una parte di sè per rielaborare il lutto della morte della madre. In questa rielaborazione compie un atto di crescita: Maria abbandona il passato per diventare adulta.

Monica Piseddu in Accabadora <br clear=all>

Se nel libro, così come in scena, la parola ha un ruolo molto significativo. Sul palcoscenico ci sono però rumori, l’affanno, il respiro di Bonaria, le luci, questa presenza sonora che colpisce molto lo spettatore. Come e perché ha scelto questa se vogliamo colonna sonora?
L’idea da cui siamo partiti è quella di lavorare su dei suoni reali: i respiri che ascoltiamo durante lo spettacolo, ad esempio, vengono uniti a dei suoni elettronici per dare il senso della presenza della malattia e della morta. I suoni evocano Bonaria, che non è presente in scena.

Monica Piseddu in Accabadora <br clear=all>

In scena manca l’altra protagonista, l’accabadora, Bonaria Urrai. Come è stato possibile mettere in scena un romanzo così importante, sottraendo dalla scena una protagonista?
In verità in scena c’è Maria ma anche l’accabadora. Lei è entrambe.

Accabadora <br clear=all>

Ieri sera abbiamo assistito alla prima di Accabadora, che fin da subito è stata acclamata come lo spettacolo più applaudito della stagione. Come ha vissuto il debutto bergamasco?
Sono assolutamente felice di questo. Confesso di avere un forte legame con Bergamo, non solo per via della coproduzione del teatro Donizetti e di Maria Grazia Panigada, direttrice artistica, senza la quale lo spettacolo non avrebbe potuto esistere. Nel 2007 feci una grande ricerca sul territorio bergamasco da cui nacque “il ritorno”, una delle mie prime regie. Il calore del pubblico mi ha emozionata: l’intensità dello spettacolo e dei temi trattati ha catturato l’attenzione di tutti.