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“L’unica regola del viaggio è: non tornare come sei partito. Torna diverso”

Continua la nostra collaborazione con i giornalini scolastici, mondi ricchi di articoli e argomenti bellissimi: oggi l’articolo di Giovanni, del giornalino “Cassandra”, Liceo Classico Paolo Sarpi

C’è gente convinta che, nelle relazioni umane, il momento più difficile sia il primo approccio. Vede l’ostacolo più grande nel trovare le parole giuste con cui rompere il ghiaccio, ricordare quale mano porgere per presentarsi, intrattenere una conversazione e via via stringere un legame. Ma io dico che la cosa più difficile a cui si debba andare incontro, quando conosci una persona, sono gli addii “per sempre”, quei congedi sempituri che non vorresti mai, ma che inevitabilmente si fanno obbligatori non appena cominci a piantare le radici in un terreno da poco esplorato. E, contro la tua volontà, vedi uscire dalla tua vita gente che invece vuoi che rimanga a tutti i costi.

Questo è proprio il mio caso, il triste addio a una dimensione atemporale, fuori dal mondo e raggiungibile solamente con il treno del cuore: Quimilì, una cittadina di ventimila abitanti nel bel mezzo del deserto, a mezza giornata di viaggio da Buenos Aires, Argentina. Qui-mi-lì, così gli abitanti del posto, di antichissime origini Inca fusesi con il sangue europeo dei conquistadores, chiamano una pianta particolare, simile a un fico d’India ma affatto commestibile, che affolla i terreni circostanti. Una realtà rurale, per nulla urbanizzata, case a un piano costruite con il fango e le lamiere, strade solo a tratti asfaltate e prive di qualsiasi tipo di segnaletica, campi sconfinati di granturco e, di notte, la cosa più bella, un cielo stellato da fare invidia ai quadri di Van Gogh.

E poi la gente, unica nel suo genere, che ti accoglie con le braccia aperte sin dal primo incontro, che ti dà tutto pur non avendo nulla con sé, che si affida nelle tue mani da straniero europeo non per ottenere una ricompensa, ma per mostrare il meglio che la sua terra ha da offrire. Poveri come la disperazione, senza lavoro, senza igiene, senza futuro, senza speranza. Ma la televisione.. quella non manca a nessuno, e neppure il condizionatore: d’estate la temperatura raggiunge i 50°C, e i Quimilensi sanno bene che è meglio fare la fame piuttosto che friggere sotto il sole cocente o dentro le loro case fragili come la loro esistenza precaria. Per me, Brusaportese, Bergamasco, Italiano e infine Europeo, è stata un’esperienza fuori dagli schemi tradizionali. Mi ci voleva, per mettermi in discussione e conoscere uno stile di vita totalmente agli antipodi rispetto al nostro. Il Centro Missionario Diocesano, che mi ha permesso di partire per l’Argentina, ci ha detto sin da subito che quello che avremmo fatto non sarebbe stato un viaggio per salvare il mondo: in un mese si fanno davvero troppe poche cose per notare il cambiamento. È al contrario un viaggio diverso, per sradicarsi dal divano.

La destinazione è a migliaia di chilometri da casa tua, ma il cammino più tortuoso alla fine si rivela essere quello verso la propria anima. Ricercare il senso della propria esistenza e risvegliare la luce che ci ispira a dare il nostro meglio giorno dopo giorno, è questa la vera sfida di un giovane missionario. E, al di là delle problematiche filosofiche, ci sono centinaia di volti innocenti, quelli dei bambini, che ti regalano un sorriso puro e immacolato, che ti fulminano con lo sguardo a un voltaggio decisamente irresistibile, pericoloso, e ti fanno ricordare la ragione per cui sei partito. “Profe Juan, venì a jugar con nosotros!”, “Porfi profe, me presta su càmara que quiero sacarle unas fotos? Sos tan lindo”, “Puedo abrazarla?”, “Hacemos el cucurucho?”, queste frasi piene di dolcezza sono un’arma letale, la chiave segreta per risvegliare la felicità di chiunque.

Padre Claudio, il “cura” argentino che mi ha ospitato a Quimilì, in occasione di una visita al C.M.D. di Bergamo ci aveva detto: “Dovete fare attenzione, perché in Argentina i bambini ti rubano… ti rubano il cuore”. Il cuore me lo sono fatto rubare alla grande, senza pensarci due volte, e ci è pure rimasto in quella terra dalle false speranze, dove i bambini sognano di avere una famiglia numerosa e tanti cavalli quando diventeranno grandi.

Qualcuno vorrebbe fare il cuoco, o la maestra, ma alla fine una buona parte di loro sarà destinata alla campagna; tutti gli altri a un futuro incerto, appeso a un filo tra la legalità e la delinquenza, tra vita e morte. E l’addio più difficile sta proprio in questo: salutare per sempre bambini che hai amato e ti hanno amato, senza sapere neppure se li rivedrai un domani e come li ritroverai, all’università o a spacciare droga, a impegnarsi per il proprio futuro o a chiedere l’elemosina, a combattere per la giustizia o a lottare per la sopravvivenza. Agostina, una ragazza benestante della mia età che ho conosciuto lungo il cammino e che parla italiano speditamente (in realtà tra di noi mischiavamo italiano e castellano a go-go) mi ha detto: “La vera missione è portare la missione a casa tua, a Bergamo, e provare a cambiare le cose laggiù. Solo così si può compiere il lungo e travagliato percorso di un uomo che dedica la propria vita al fine di migliorare quella degli altri”.

Allora proviamoci a cambiare le cose, a partire dai noi stessi, se è un futuro migliore quello che vogliamo.