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La riflessione

Quel gesto anticonformista e dispettoso delle ceneri

Con la celebrazione delle Ceneri oggi, mercoledì 14 febbraio, inizia la Quaresima. Abbiamo chiesto a don Cristiano Re, direttore dell'Ufficio per la Pastorale Sociale e del Lavoro della Diocesi di Bergamo, di condividere con noi alcuni pensieri in questo tempo.

Con la celebrazione delle Ceneri oggi, mercoledì 14 febbraio, inizia la Quaresima. Abbiamo chiesto a don Cristiano Re, direttore dell’Ufficio per la Pastorale Sociale e del Lavoro della Diocesi di Bergamo, di condividere con noi alcuni pensieri in questo tempo.

Più passa il tempo più sento che invece della sensazione di essere finalmente arrivato da qualche parte, di aver raggiunto qualche punto d’approdo sicuro che mi faccia stare un poco tranquillo, c’è  sempre da rimettersi in cammino; c’è sempre un esodo da compiere, un passaggio da effettuare, una Pasqua da vivere.

Siamo tutti dei “passatori”… quante volte ce lo siamo detti in molte diverse circostanze.

Uomini e donne del “frattempo”, fratelli e sorelle chiamati a vivere il “penultimo”, mai il definitivo che arriverà come sorpresa di Dio. Lo sentiamo profondamente vero questo; e prima ancora che come credenti, come coloro che cercano di essere sempre uomini e donne…da fratelli.

Attraverso questo tempo della Quaresima Dio riapre alla Chiesa che è ciascuno di noi, la strada dell’esodo perché tutti possano gustare ciò che invece non è “penultimo”, ciò che rappresenta la promessa e “L’OLTRE” la gioia che nasce dallo scoprire che è vero che la morte, che ogni nostra morte piccola o grande che sia può essere vinta; che non siamo folli se crediamo che ciò che non è finito è infinito… e il cuore, il bene, la verità che sappiamo portare nella nostra quotidianità sfondano il tempo e lo spazio delle nostre vite…

Questa è la gioia pasquale…

Le strade che ciascuno è chiamato a percorrere, ognuno la sua, partono tutte da un principio di realtà da accogliere, da una consapevolezza che sempre dobbiamo rinnovare in noi, da ciò che in apparenza ci pare un confine costringente, ma che invece rappresenta forse l’unico punto di partenza possibile per iniziare il cammino: il sentirci quello che tante volte ci troviamo ad essere: piccoli, poveri, limitati e spesso molto fragili.

Perché la Quaresima possa portare i suoi frutti è necessario accorgerci che tante volte ce ne siamo andati dall’abbraccio di Dio rifiutando o sciupando quello degli uomini e donne che hanno incrociato i nostri cammini; dobbiamo accorgerci che tante volte abbiamo voluto essere il dio di noi stessi e magari di chi stava più vicino; che tante volte abbiamo preteso noi di essere i giudici del bene e del male, di chi doveva stare dentro e di chi fuori.

“Mi sento lontano… Mi sento disperso… Mi fa paura essere in mezzo alla tempesta delle cose della vita, senza sapermi più orientare su ciò che rimane delle carte e geografie dell’esistenza buona…”

Non sono parole diverse da quelle che attraversano anche il nostro cuore. Non dobbiamo girarci tanto attorno; lo sappiamo.

Chi non si accorge e accoglie la sua miseria e meschinità; chi non avverte di essere lontano come può sentire rivolto a sé l’invito accorato che il Signore rivolge: “Ritornate a me” … Ritornate a voi stessi… Ritornate a ciò che merita il dono della vostra unica vita e non ad altro…

Ecco mi pare che una prima cosa con cui fare i conti è capire che i lontani siamo noi; noi che crediamo a volte di sapere già tutto; di essere quelli tutto sommato apposto; quelli che a volte vantano persino di possedere Dio, di conoscerlo, di frequentarlo.

Marc Chagall, Exodus, 1952-1966, olio su tela,130×162 cm, Collezione Privata.

Marc Chagall, Exodus, 1952-1966, olio su tela,130×162 cm, Collezione Privata.

E questo esercizio, questa presa di coscienza non è perché cadiamo in preda all’angoscia di chi non vede davanti a sé una via d’uscita, di chi ha paura di come andrà a finire, ma per scoprire ancora di più che la vita per Dio non è limite, ma piuttosto infinita possibilità di bene.
Per farsi ridire sempre che il cuore di Dio è sempre più grande della piccolezza dell’uomo, più grande di ogni sua infedeltà.
Per scoprire che i nostri passi verso il ritorno alla casa della vita sono custoditi dal Signore che attende il nostro tornare.
Dio è già sui nostri passi, ed è sempre una grande emozione e commozione sentirsi attesi con bellezza da qualcuno che ci vuole un bene grande…

Ecco, perché ci è chiesto che il passo si faccia più spedito durante la Quaresima e perché sia così è necessario essere più leggeri, provare a lasciare tutto ciò che ci rallenta con le sue pesantezze, sapendo che non si tratta di cambiare rotta, ma è necessario cambiare prospettiva; più che invertire la marcia, è necessario risalire la corrente dell’esistenza che non può restare solo in superficie, ma che sempre ha bisogno delle profondità, del senso, dei sensi, del sapore di qualcosa di buono.

Ecco allora che proprio nel profondo sento che la chiamata che oggi che ci è rivolta è quella alla libertà, alla pace del cuore, a quella leggerezza che è data a chi sa davvero fidarsi. Questa è la Quaresima, altro che mortificazione e rinuncia.

Possiamo dirci tante cose sulle nostre emancipazioni, libertà presunte e possibilità di muoverci come vogliamo, ma se penso a me sento il rischio di cadere nelle schiavitù di oggi è di sempre... La schiavitù dell’apparire, dell’essere riconosciuti, ammirati, di pensare che se non hai un piedistallo su cui stare non vali niente.

Rileggiamo i giorni ed i momenti.

Quante volte l’immagine ha la meglio sulla realtà, l’essere visti sull’identità: “State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro”.
È l’invito ad andare a fondo, a cogliere il segreto del nostro cuore prima di guardare a quello degli altri… La schiavitù del tenere per sé, del possedere. Sei ciò che hai, oppure sarebbe meglio ripetersi continuamente che alla fine puoi dire di avere solo ciò che sei. Forse davvero per dire ciò che vale bisogna guardare a cosa resta, pensare almeno ogni tanto che non siamo padroni del nostro tempo.

Ecco allora “l’elemosina”, gesto mosso dalla misericordia, dalla pietà che significa mettere a disposizione quello che siamo e quello che abbiamo per imparare a gustare cosa vuol dire essere figli di un Padre che sa ciò di cui abbiamo veramente bisogno. Significa essere protagonisti della giustizia che è il diritto di tutti di vivere da uomini; sentire che non puoi pensare che essere uomo giusto significhi semplicemente costruire il proprio bene, poiché c’è un bene più grande del tuo, e cioè il bene di tutti.
significa che non possiamo pensare che tutto ciò che abbiamo non abbia un prezzo da pagare e che spesso chi paga il prezzo del nostro avere e permetterci di avere di più di quello che necessita, alla fine lo paga qualcun altro più povero di noi e nell’impossibilità di fare diversamente.
C’è poi la schiavitù del voler accumulare davanti a Dio.

È la preghiera fatta solo per ottenere qualcosa da Dio per attirare la sua raccomandazione e compiacenza su di noi.
La preghiera ha a che fare con il nostro cuore di figli, grati di avere un Padre che vede nel segreto, che legge nel fondo degli occhi, che non è da comprare perché sia padre…

Ecco… durante la celebrazione di oggi resteremo – spero – piacevolmente stupiti da quel gesto anticonformista e dispettoso delle ceneri e dal monito del celebrante che mentre segna la nostra fronte con della leggera e grigia cenere ci dirà: ricordati che sei polvere…

Sano invito alla verità: non siamo che polvere…
Siamo polvere che Dio trasfigura e illumina, polvere plasmata e mescolata allo spirito di Dio…
ma siamo polvere…
Da questa consapevolezza partiamo per riscoprire l’essenziale, per entrare nel deserto con Cristo, per fare in modo che la nostra anima raggiunga la nostra vita!

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