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Bombassei: "In Italia esiste ancora una cultura anti industriale” - BergamoNews
L'intervento

Bombassei: “In Italia esiste ancora una cultura anti industriale”

Pubblichiamo l'intervento integrale di Alberto Bombassei, patron di Brembo Spa, che ha aperto i lavori del convegno "Industria al futuro. Azioni per la manifattura italiana" svoltosi alle Fiera di Bergamo sabato 10 febbraio.

Pubblichiamo l’intervento integrale di Alberto Bombassei, fondatore e presidente di Brembo Spa, che ha aperto i lavori del convegno “Industria al futuro. Azioni per la manifattura italiana” svoltosi alle Fiera di Bergamo sabato 10 febbraio. 

In questi 5 anni di attività in Parlamento mi sono tenuto lontano da molte iniziative puramente politiche in cui la mia esperienza imprenditoriale non fosse un vero valore aggiunto.

In un incontro come questo che ha per titolo “Industria al futuro. Azioni per la manifattura italiana” organizzato peraltro nella mia Bergamo, credo di poter offrire il mio contributo con entusiasmo e convinzione.
A noi imprenditori che siamo abituati ai ritmi dell’impresa piacerebbe che il processo fosse più veloce, ma la direzione è certamente cambiata. In Italia si è tornati a parlare di Impresa con competenza e in maniera costruttiva. Si parla di azioni per la manifattura, di quella politica industriale di cui solo qualche anno fa Romano Prodi disse: “Sembra improvvisamente diventata una parolaccia!”.
Non era scontato, credetemi. I cinque anni passati in Parlamento, consentitemi di fare un piccolo bilancio della mia attività, mi hanno purtroppo rafforzato in una convinzione che avevo maturato in passato, da imprenditore e da vicepresidente di Confindustria.
In Italia esiste ancora una cultura anti-industriale.
Era fortissima dopo la fine degli anni Settanta. E’ rimasta forte negli anni successivi. Forse adesso stiamo per eliminare l’aggettivo forte. Ma la cultura anti-industriale esiste e resiste, ed è anche di taluni rappresentanti delle istituzioni, almeno di certi rappresentanti che forse non hanno nemmeno piena coscienza di rappresentarle davvero, quelle istituzioni.
La cultura anti-industriale siede in alcuni banchi del Parlamento.
Vi assicuro che alcune discussioni nella X Commissione per le Attività Produttive della Camera di cui faccio parte, comprese molte delle audizioni di rappresentanti della società civile, mi hanno confermato che il cammino per scrollarci di dosso l’avversione all’impresa è ancora lungo. Durante la discussione del caso Ilva, per esempio, ho sentito cose ai limiti dell’incredibile. Il pregiudizio, la mancanza assoluta di conoscenza della realtà. Molti dei colleghi non hanno mai visto una fabbrica, non sono mai entrati in un capannone industriale o in un laboratorio di ricerca.
Per fortuna (ed è un po’ curioso detto da me) quasi soltanto con gli ex sindacalisti il dialogo partiva da competenza industriale e anche buon senso: con molti di loro, non ultimo il presidente della X commissione Attività Produttive della Camera, Guglielmo Epifani, mi sono confrontato con concretezza alla ricerca di soluzioni reali.
E forse questo vuole dire che i corpi intermedi – come Confindustria e Sindacatosono ancora utili al Paese anche se qualcuno nel recente passato non ne era così convinto.

Concretamente, da imprenditore prestato per una stagione alla politica, dico che oggi la principale azione che dobbiamo portare a buon fine è il completamento del Piano Industria 4.0.

Quando all’inizio della legislatura abbiamo iniziato a parlarne si faceva fatica anche solo a inquadrare il tema. Industria 4.0 era appena partita in Germania con investimenti importanti, ma in Italia veniva addirittura confusa spesso con la digitalizzazione della Pubblica Amministrazione.
Carlo Calenda, lo ha fatto, dall’inizio in un dibattito pubblico con me, un nostro collega ministro che peraltro stimiamo entrambi. Poi qualcuno ha iniziato ad ascoltarci, ed è arrivato il Piano Calenda che ha davvero aperto una fase nuova del sistema produttivo italiano. Il primo vero provvedimento di Politica Industriale da anni. Una misura capace di lasciare il segno nei prossimi dieci anni e di avviare un processo definitivo di modernizzazione del Paese.

Vale la pena ripetere i numeri che dimostrano l’efficacia delle misure. Grazie all’iperammortamento al 250% delle macchine digitali, al superammortamento al 150% sceso poi al 130% e anche alla nuova Sabatini l’acquisto di macchine utensili in Italia crescerà di oltre il 20% tra il 2018 e il 2019. Nel 2017 gli ordinativi di robot sono cresciuti dell’85% tanto che le linee di produzione delle imprese italiane sono sature fino a settembre prossimo. Tra il 2017 e il 2019 saranno consegnate alle imprese manifatturiere circa 50mila macchine digitali tanto che l’età media delle macchine utensili italiane scenderà a nove anni dai 13 del 2017, l’obsolescenza più alta della storia industriale italiana.

alberto bombassei

Ripeto, è opportuno ricordare questi numeri perché più di tante parole sono la dimostrazione di quello che Industria 4.0 ha prodotto e può continuare a produrre per il Paese se ci sarà continuità.
Ma non dobbiamo certo accontentarci.

L’altro ieri la Commissione Ue ha alzato le stime di crescita per l’Italia all’1,5%. È una buona notizia e il nostro obiettivo deve essere quello di aumentare la produzione industriale e il Pil. Dobbiamo garantire crescita robusta e costante per creare dei buoni posti di lavoro che – non dimentichiamolo mai – è il vero obiettivo della buona politica.
Per questo dobbiamo fare tutti gli sforzi per completare la riforma di Industria 4.0. Abbiamo fatto il primo passo, quello degli incentivi, che ha funzionato bene. Ci serve il secondo, quello dei Competence center. Allo stesso tempo dobbiamo avviare con decisione il processo di formazione continua dei dipendenti all’interno delle nostre imprese come dobbiamo accelerare con un radicale riordino del sistema scolastico con particolare attenzione agli istituti tecnici superiori, e ovviamente all’Università.
Procedo con ordine perché questo credo sia il punto nodale delle nostra discussione e del processo riformatore dell’industria nei prossimi anni.

Partiamo dai Competence Center.
Con la pubblicazione del bando è stato completato il percorso normativo. Ora bisogna selezionare con cura i centri pubblico-privati che si occuperanno della ricerca perché saranno uno snodo cruciale per lo sviluppo degli scenari della produzione industriale e per la creazione di nuovi prodotti. I Competence Center, sul modello dei Fraunhofer tedeschi, metteranno a disposizione delle imprese, anche le più piccole, team di ricercatori altamente specializzati in grado di trovare soluzioni che migliorano i processi e i prodotti dell’impresa. Metteranno la grande ricerca al servizio della piccola e anche della piccolissima impresa. Se vogliamo, saranno uno strumento per avvicinare Pmi e multinazionali.

Se mi consentite, sulla collaborazione ricerca-imprese e pubblico-privato, mi permetto di citare un’esperienza che conosco bene, quella del Kilometro Rosso a Bergamo di cui sono stato promotore. Il Kilometro Rosso ospita oggi 52 imprese, ha 1.600 dipendenti e deposita circa 50 brevetti industriali l’anno, oltre 320 dal 2009, anno della sua fondazione. Ha investito in ricerca applicata 82 milioni di euro. Ma, aldilà dei numeri, è un’esperienza straordinaria di coinvolgimento e scambio di esperienze tra produzione e ricerca, industria e università. Al Kilometro Rosso sono stati organizzati oltre mille eventi aperti a cui hanno partecipato circa 60mila tra addetti ai lavori e stakeholder.

Assomiglia molto a quello che potranno essere i Competence Center, permettetemi di dirlo anche con un pizzico di orgoglio. E spero che questo orgoglio lo senta sempre di più anche la comunità bergamasca, che non ha ancora compreso a pieno come il Kilometro Rosso sia un patrimonio di tutti.
Il secondo aspetto di Industria 4.0 su cui dobbiamo lavorare concretamente (concedetemi il “dobbiamo”: confesso che sento un po’ anche mio quel provvedimento) è quello della formazione. Non dobbiamo correre il rischio che le macchine installate non siano sfruttate a pieno delle loro potenzialità. Sarebbe uno spreco. Il credito d’imposta per la formazione è un’ottima misura, ma forse ci sono i margini per renderlo più semplice. Per venire incontro alle esigenze delle imprese più piccole, oltre al costo per i dipendenti, si potrebbe prevedere il credito d’imposta anche per il costo della formazione. Sarebbe un modo per portare nel piano anche le imprese piccole e piccolissime, che al momento sembrano essere quelle rimaste fuori.

Per noi, il sistema Paese, deve darsi un obiettivo più ambizioso. Quello di arrivare alla digitalizzazione completa del parco macchine italiano. Dobbiamo portare un robot, una macchina utensile evoluta, in grado di elaborare i dati che produce per migliorare la produzione, in ogni fabbrica. Questo è il nostro obiettivo, altro che tassare i robot. Senza i robot le imprese, soprattutto le piccole e piccolissime, perdono competitività e vengono spazzate fuori dal mercato. Ce ne sono un 20% in bilico e un 60% a rischio di finirci a ogni piccola fluttuazione sul mercato interno e internazionale.

Per questo rendere strutturali le misure di incentivo di Industria 4.0 – magari ricalcolandole, ricalibrandole e rendendole compatibili con le esigenze di bilancio – sarebbe un punto qualificante di qualsiasi programma di qualsiasi Governo si insedi dopo le elezioni. Il ministro Padoan in un’intervista al Sole 24 Ore di qualche giorno fa ha spiegato che è una strada percorribile senza compromettere i conti pubblici e utile alle imprese perché consentirebbe di programmare gli investimenti nel medio periodo, senza essere appesi al rischio di una cancellazione degli incentivi.

Non dimentichiamo mai che l’obiettivo di tutti, di qualsiasi Governo, dovrebbe essere quello di creare occupazione buona e aumentare il reddito delle famiglie. Non dimentichiamo che per fare questo dobbiamo creare crescita stabile.

Ecco perché dico che in un momento come questo, in cui intravediamo i primi buoni segnali di crescita, dobbiamo essere responsabili e prudenti. Analizziamo con calma e senza pregiudizi i risultati ottenuti grazie a questa stagione di riforme prima di parlare a sproposito di eliminazione e cancellazione. Dalla legge Fornero al Jobs Act. Sono misure che hanno prodotto risultati positivi e importanti per il Paese. Sono entrato in Parlamento per dare continuità all’esperienza del Governo Monti che si era assunto la responsabilità gravosa e l’onere di approvare misure impopolari, a volte dolorose, ma che hanno tenuto in linea di galleggiamento il Paese in un momento molto complicato. Mi spiace che oggi, a distanza di anni, tutto questo venga spesso dimenticato e si enfatizzino solo gli aspetti problematici di quella esperienza.

Niente è intoccabile e tutto è migliorabile, certo. Ma la demolizione a prescindere non è responsabile. Le leggi da sole non creano posti di lavoro, è vero. Ma creano le condizioni perché le imprese, lo dico da imprenditore, lavorino avendo un quadro definito e stabile. Nell’ultimo anno, anche grazie al Jobs Act, gli occupati sono cresciuti di 173mila unità, + 0,8%.

Il numero degli occupati è al livello più alto da 40 anni. Resta moltissimo da fare, ne siamo tutti consapevoli. Il tasso di disoccupazione è al 10,8%. Al Sud e tra i giovani è ancora a livelli inaccettabili. Persino in territori come il nostro, a Bergamo, dove la produzione industriale ha quasi dimezzato la perdita del 25% registrata dopo la crisi del 2008, il tasso di disoccupazione è al 5,3% uno dei più bassi del Paese, ma dal 2008 a oggi gli occupati tra i 15 e i 44 anni sono scesi di 60mila unità e quelli tra i 45 e i 64 anni sono aumentati di 70mila unità. C’è bisogno di competenze nuove e le imprese devono fare la loro parte investendo in ricerca e innovazione, anche più di quello che hanno fatto fino ad oggi. Lo sforzo deve essere collettivo.

Mi fa piacere ricordare che la Brembo ha pianificato un nuovo investimento importante nel Comune di Curno. Costruiremo un secondo polo dedicato esclusivamente al carbonio, ai prodotti tecnologicamente più evoluti, quelli finora utilizzati nella Formula 1 e nella Moto GP. Sarà un investimento importante, 38 milioni di euro, che contribuirà a proseguire in quello sviluppo che già a fine 2017 dovrebbe portarci a ricavi intorno ai 2,5 miliardi. Nel 2017 abbiamo assunto in Italia 155 dipendenti, oltre cento dei quali laureati, il resto tecnici specializzati. Dal 2013 a oggi abbiamo assunto oltre mille dipendenti, 1047 per la precisione. In larga parte laureati e diplomati e con un’età media di 30 anni.

Crediamo che oggi per fare impresa con successo si debba investire, e tanto, nell’innovazione e nella ricerca e si debba puntare sui mercati globali. In molti Paesi europei, tra cui soprattutto la Germania, ci sentiamo ormai a casa, più di quanto non lo fossimo in Italia all’inizio della nostra avventura imprenditoriale. Abbiamo accompagnato molte aziende del territorio a esportare in Europa e nel mondo collaborando con noi.

Per questo non capisco chi sventola posizioni anti-euro, che poi sono anti Italia. Basta leggere i numeri dell’interscambio commerciale per vedere che i nostri primi due partner sono la Francia e la Germania. La nostra vocazione è europea. Nella tradizione politica e nei fatti. Senza subalternità ma anche senza pregiudizi. Ho apprezzato molto la fermezza del Governo italiano e di Calenda, in particolare durante la prima fase dell’affaire Fincantieri-Stx, non potevamo accettare di essere trattati peggio dei coreani, ma ho apprezzato anche la capacità di ricucire e di tornare con la Francia a rapporti di reciproco rispetto e di collaborazione. Come mi rallegra vedere il premier Gentiloni tenere, in tedesco, una lezione sull’Europa all’università Humboldt di Berlino. Quello è il nostro contesto, il nostro futuro. L’ Europa dovrà essere sempre di più la nostra casa.

Ci aspettano venti giorni difficili. Probabilmente saremo costretti ad ascoltare proposte ancor più avventurose e inverosimili di quanto sentito fino ad oggi. Chiuse le urne poi, potrebbe esserci un problema di Governance delle istituzioni. Non dobbiamo, o meglio non dovrete, mai perdere il baricentro, i valori e i punti di riferimento. Sarebbe deleterio non continuare sulla strada delle riforme, che abbiamo intrapreso e che dobbiamo completare. E sarebbe autolesionista non credere che l’industria, in questo contesto e in questo Paese, deve continuare ad avere un ruolo centrale. Nell’interesse di tutti i cittadini.

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