La riflessione

Senzatetto morto di freddo a 31 anni: solo così ci accorgiamo dei meno fortunati?

Mentre medici e polizia eseguivano gli accertamenti, i passanti osservavano la scena sbigottiti. Per una volta gli invisibili diventano visibili. E il "diverso" è un po' più simile a noi. Ma è logico che sia necessaria la morte per tutto ciò?

Il sogno di trovare un lavoro e di crearsi una famiglia, come un qualsiasi suo coetaneo, si è infranto sotto un portico del centro città in una fredda notte d’inverno. È una morte che fa riflettere quella di Avtar Singh, il senzatetto di origine indiana che ha perso la vita nella notte tra giovedì 8 e venerdì 9 febbraio in piazza della Libertà.

Già, perché nel 2018 un ragazzo di 31 anni (compiuti, tra l’altro, quattro giorni fa) è deceduto a causa del freddo. E non in una sconosciuta metropoli dell’Est Europa, ma nella ricca Bergamo e in uno dei suoi quartieri più nobili.

Anche in questa città sono troppe le persone, straniere ma anche italiane, che dormono per strada, e troppo pochi gli spazi dove poterle accogliere, anche solo per offrire loro un riparo dal gelo.

Quell’ammasso di vecchie coperte in piazza della Libertà sembrava simile a tanti altri che vediamo passando per le vie cittadine e a cui spesso non facciamo nemmeno caso. O magari guardiamo addirittura schifati, spinti da un senso di fastidio e antipatia alimentato da slogan politici o da campagne social. Invece, sotto quegli stracci, questa volta c’era il cadavere di un giovane uomo con un passato difficile. Che, almeno da morto, riusciamo a collegare a noi.

Una storia simile ad altre quella di Avtar. Lascia i genitori e il fratello musicista in India quando non ha ancora vent’anni. Prima tappa in Francia, dove inizia a lavorare come agricoltore.

Poi qualcosa non va per il verso giusto e l’indiano viene licenziato. Non trova altre occupazioni e, in preda alla disperazione, si dà all’alcol. Riprende a girare in cerca di fortuna, fino a raggiungere, l’estate scorsa, la nostra città.

Ma anche in Italia la buona sorte gli volta le spalle. Avtar si ritrova in strada e il suo vizio di bere diventa una dipendenza. Per sopravvivere è costretto a elemosinare qualche spicciolo tra i passanti. Per mangiare si rivolge al servizio Esodo di don Fausto Resmini, ma si rifiuta di dormire al Patronato.

Recupera alcune coperte e di notte si rifugia sotto i portici del palazzo dove si trovano prefettura e tribunale. Con lui un altro giovane clochard, un 34enne estone di nome Hannes.  È lui a trovarlo privo di vita venerdì mattina. Avtar è deceduto in seguito a un malore provocato dalle temperature rigide della notte.

Mentre medici e polizia eseguono gli accertamenti, i passanti osservano la scena sbigottiti. Qualcuno bisbiglia una preghiera, altri qualche parola di dolore. Per una volta gli invisibili diventano visibili. E il “diverso” è un po’ più simile a noi. Ma è logico che sia necessaria la morte per tutto ciò?

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